Brexit negotiations-Satoshi Kambayashi-The Economist

La vignetta di Satoshi Kambayashi per l’Economist esprime al meglio l’attuale scenario alla vigilia dell’inizio dei negoziati per la Brexit.

 

Ci siamo, lunedì 19 cominciano ufficialmente i negoziati su Brexit.

Al di là della difficoltà di un accordo che non ha precedenti nella storia, vi sono 3 problematiche a tener principalmente banco. Prima di analizzarle, rivolgiamo per un attimo l’attenzione a come le due parti in causa, Regno Unito ed Unione Europea, ci arrivano.

Cominciamo dal Regno Unito.

I sudditi di Sua Maestà arrivano a questo appuntamento come peggio non potrebbero. Theresa May, con l’azzardo delle elezioni anticipate e la vittoria di Pirro che ne è derivata – 12 seggi persi e la necessità di doversi alleare con il DUP (Partito Unionista Democratico dell’Irlanda del Nord) per ottenere la maggioranza – si trova in netta difficoltà, al punto che la maggioranza dell’opinione pubblica auspicherebbe le sue dimissioni. Nella condizione attuale l’ipotesi di hard-brexit minacciata dalla May appare a questo punto utopistica.

L’Unione Europea.

L’Unione Europea arriva a questo appuntamento più coesa che mai. I buoni risultati fatti registrare dai Partiti europeisti un po’ su tutto il Continente, in special modo l’exploit di Macron nelle presidenziali francesi, i sondaggi che in Germania premiano la Merkel, nonché le nette divergenze emerse – sia nel vertice NATO di Bruxelles che in quello del G7 di Taormina – con l’amministrazione Trump, hanno a sorpresa rilanciato il sogno europeo, proprio nell’anno in cui molti osservatori prevedevano il crollo dell’euro.

Occorreva serenità in seno alle istituzione europee, in modo da negoziare con fermezza l’uscita del Regno Unito e disinnescare sul nascere l’avvento di nuovi correnti secessioniste, particolarmente vivaci in questi anni di Crisi. E così è stato.




L’Europa sembra avere le idee chiare sul da farsi.

La Commissione Europea ha istituito, su mandato dei 27 Paesi membri, un team Brexit ad-hoc, diretto da Michel Barnier, mentre il gruppo di lavoro per quanto concerne l’Art. 50 del Trattato di Lisbona – ciò che ha permesso al Regno Unito di realizzare la Brexit – si riunisce da tempo due volte a settimana sotto la guida di Didier Seeuws.

Insomma, per farla breve, l’Unione Europea, ben conscia delle problematiche che dovrà affrontare, si sta preparando al meglio, decisa a non fare sconti alla controparte.

Molto meno il Regno Unito…

Per converso, i sudditi di Sua Maestà sembrano avere le idee molto meno chiare e non solo per la campagna elettorale appena conclusasi con le criticità in precedenza accennate. Tra i funzionari europei, infatti, pare vi siano difficoltà persino nell’individuare i soggetti a cui relazionarsi, il Primo Ministro, il Segretario di Stato per la Brexit o gli alti funzionari.

Un chiaro esempio del clima surreale cui stiamo assistendo è rappresentato dal disaccordo sulla sequenzialità con cui bisognerebbe negoziare un nuovo accordo commerciale tra le parti. Il Regno Unito avrebbe voluto che ciò avvenisse prima dell’effettiva realizzazione della Brexit, allo scopo di poter sfruttare un maggior potere negoziale, di avviso del tutto diverso l’UE, la quale l’ha messa sul piano del “Prima uscite, poi vediamo se si riesce a raggiungere un accordo”, ancora a ribadire il concetto che non vi è alcuna intenzione di far sconti, è stato il Regno Unito a decidere di abbandonare l’Unione Europea, non viceversa.




Ok, delineato lo scenario su cui la Brexit dovrebbe realizzarsi, concentriamoci sulle tre principali questioni.

1. Protezione dei cittadini UE residenti nel Regno Unito e viceversa.

Su questo punto sembra esserci un sostanziale accordo tra le parti. Entrando però più a fondo nella questione, si scopre che le parti non sono poi così vicine: l’UE richiederebbe per i propri cittadini residenti Oltremanica di poter continuare a beneficiare della piena protezione concessa dalla Corte di Giustizia Europea, diritti dunque superiori a quelli concessi agli stessi cittadini inglesi, ipotesi impercorribile.

2. Realizzazione di un confine fisico con l’Irlanda.

Il Regno Unito, oltre che da Inghilterra, Galles e Scozia, la cui natura insulare non desta complicazioni, è costituito anche dall’Irlanda del Nord, il cui confine con l’Irlanda, membro dell’UE, dal momento in cui il Regno Unito abbandonerà il mercato unico, andrà per forza di cose regolamentato; il commercio tra il nord ed il sud dell’Irlanda, soprattutto dal punto di vista agricolo, è piuttosto fluente, cosa accadrebbe se, come sembra, il Regno Unito dovesse rinunciare agli alti standard sanitari in vigore in Europa?

3.  Questione economica.

Si sa, in una separazione, l’aspetto economico non va sottovalutato e l’Unione Europea, anche da questo punto di vista, appare decisa a non fare sconti. Si vocifera di una richiesta al Regno Unito tra gli 80 ed i 100 miliardi di euro, senza contare l’obbligo alla partecipazione delle spese europee future per gli impegni già assunti.

Ritenere, come paventato l’indomani dell’esito del referendum, che l’uscita del Regno Unito possa realizzarsi in un anno è quantomeno ottimistico, basti pensare che, nel momento in cui verrà trovato un accordo – per le ragioni spiegate tutt’altro che semplice – esso dovrà successivamente essere ratificato dai Parlamenti nazionali e regionali degli Stati membri, dal momento che esso abbraccia molti servizi, norme di regolamentazione e barriere non tariffarie pure. La riproposizione di un nuovo caso Vallonia non è da escludere.

Il tempo corre, il termine ultimo per la realizzazione della Brexit è fissato per marzo 2019; ricordiamo infatti che il Trattato di Lisbona prevede un periodo massimo di due anni dall’invocazione dell’art. 50.

Ciò nonostante, sarebbe auspicabile far chiarezza nel più breve lasso di tempo possibile, soprattutto per le tante aziende che operano su entrambi i mercati, ancora piuttosto confuse sulle strategie da attuare in futuro. Per tali ragioni, sarebbe ragionevole cominciare a lavorare su qualche accordo ponte, in modo da dar maggior respiro alle parti.

Il punto però è che l’Unione Europea, in questo momento, si trova in una posizione così forte da potersi permettere di rifiutare qualsiasi accordo al ribasso, Theresa May e Boris Johnson se ne facciano una ragione, il tempo delle minacce è finito.

Se poi dovessero addirittura cambiare idea, Schäuble fa sapere che è pronto ad ammazzare il vitello grasso.

Concludo con il mio solito appello, di vitale importanza al fine di far crescere questo blog: se avete trovato quest’articolo interessante, vi invito a condividerlo sui social e a mettere un like alla mia pagina Facebook; inoltre, se non volete perdervi i prossimi articoli, il consiglio è di iscrivervi al blog inserendo la vostra mail, riceverete un messaggio ad ogni nuova pubblicazione, grazie.

SalvaSalvaSalvaSalvaSalvaSalva

[amazon_link asins=’B00IOY524S,B00QJDO0QC,B0184OCF3S’ template=’ProductCarousel’ store=’simonefontana-21′ marketplace=’IT’ link_id=’8c4bf70e-5000-11e7-8e51-99bd2ee12535′]