Yellen-Fed

Janet Yellen, Presidente della Federal Reserve.

 

Più volte in queste pagine ho trattato l’argomento rialzo dei tassi dell’economia americana. Le necessità dettate dalla più grande Crisi da quella del ’29 avevano imposto alla Fed un lungo periodo di “tassi zero”, dal 2008 al 2015, con il primo rialzo di un quarto di punto (0.25%-0.50%), avvenuto solo nel dicembre 2015.

Allora la situazione appariva in rapida evoluzione, si vociferava di ben 4 ulteriori strette per il 2016, poi ridotte ad una soltanto – ancora in dicembre – rimandando il tutto al 2017.

Per quest’anno la numero 1 della Fed, Janet Yellen, pur restando prudente nelle previsioni, ha previsto 3 ulteriori rialzi – il primo dei quali avvenuto lo scorso 15 marzo – forte delle buone notizie provenienti dai dati sull’economia americana. Del resto, non si può aspettare all’infinito, l’economia americana va normalizzata e, come spiegato qualche anno fa dal sottoscritto, il QE non è la panacea.

Ma perché il tasso ufficiale di sconto, quello che volgarmente chiamiamo “tassi” è così importante e, perché, lo è ancor di più quello americano?

Riguardo al primo quesito, per tasso ufficiale di sconto si intende il costo del denaro, ossia il tasso a cui la Banca Centrale di un Paese concede denaro, dunque, prestiti alle altre banche. È sulla base di esso che, a loro volta, le banche decidono il tasso a cui concedere prestiti a famiglie ed imprese, lucrando così sulla differenza.

Il ragionamento alla base delle decisioni del Governatore della Banca Centrale è piuttosto intuitivo: quando l’economia è in difficoltà, il Banchiere tende a ridurre il tasso ufficiale di sconto in modo da dare slancio a consumi ed investimenti. Viceversa, quando l’economia prospera, è bene tenere alto il costo del denaro, onde evitare aumenti dell’inflazione e la possibile creazione di bolle.

Riguardo al secondo quesito, ossia del perché il livello dei tassi americani sia importante, non solo per gli Stati Uniti, ma per il mondo intero, lo si riconduce essenzialmente al ruolo del dollaro quale valuta di riserva internazionale.

Gran parte dei bond, in particolare quelli delle economie in via di sviluppo, è denominato in dollari.

 

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Tale condizione è particolarmente osservabile in Asia: si stima, infatti, che del trilione di dollari delle obbligazioni societarie in scadenza nel 2021, circa il 63% sia in dollari contro il 7% denominato in euro.

Comprenderete bene che un aumento dei tassi da parte della Fed avrebbe ripercussioni su di essi, rendendoli, di fatto più gravosi. Questo potrebbe rappresentare un problema dato che è proprio il continente asiatico l’area economica che in questi anni sta facendo registrare i più alti tassi di crescita, oltre il 5%, conto il 3.5% della media mondiale.

Insomma, l’Occidente, complice la Crisi, ha trovato negli investimenti orientali un diversivo importante, diversivo che potrebbe venire improvvisamente a mancare!

Proviamo, a questo punto, con l’aiuto di Bloomberg, ad analizzare lo stato di indebitamento delle più influenti economie asiatiche, in modo da capire quanto questa minaccia possa rivelarsi tale.

Cina.

Il debito complessivo cinese (pubblico + privato) è aumentato nel giro di un decennio del 100% rispetto al PIL (da 158% del 2005 al 258% nel 2016). Per tale ragione, obiettivo prioritario dell’amministrazione Xi Jinping per quest’anno è limitare l’eccessiva concessione di prestiti, la cui maggioranza è stata contratta dalle aziende, molte delle quali, per altro, ancora controllate dall’operatore pubblico. Oltre a ciò, desta particolare preoccupazione la condizione finanziaria delle amministrazioni pubbliche locali dopo il primo downgrade di sempre operato ai danni di una società veicolo cinese dall’agenzia di rating Standard & Poor’s,  la Jiangsu New Headline Development Group, specializzata nel settore delle infrastrutture.

Corea del Sud.

La Corea del Sud, dopo anni di prosperità dovuta ai bassi tassi e al conseguente boom immobiliare, pare aver accusato il colpo. Il debito delle famiglie è tra i più alti dell’area (1.200 miliardi di dollari, 169% rispetto al PIL nel 2015) e il rischio che le fasce più deboli della popolazione non siano in grado di farvi fronte appare reale.

Giappone.

Il Giappone, si sa, ha uno dei più alti debiti pubblici al mondo, circa 2 volte e mezzo la propria economia; al momento, il raggiungimento di un avanzo primario, obiettivo previsto per il 2020, passo fondamentale per arginare la crescita del debito, appare difficile. Tuttavia, l’economia giapponese può sempre contare su un’industria molto forte, solo in parte messa a repentaglio dall’ascesa degli altri Paesi asiatici, senza contare che gli annunciati aumenti dei tassi USA, e quindi il conseguente apprezzamento del dollaro sullo yen, dovrebbero rendere le esportazioni giapponesi ancor più competitive, con effetti positivi sui bilanci delle multinazionali nipponiche. A ciò va aggiunto che, tanto il debito privato giapponese, quanto quello pubblico, sono denominati in yen e detenuti per lo più dagli stessi cittadini giapponesi, dunque, entro certi limiti, l’economia giapponese dovrebbe essere al riparo dalle fluttuazioni dei mercati.

 

Grafico Profilo debito Nord Asia, fonte Bloomberg

Il profilo debitorio dei maggiori Paesi nord-asiatici.

Australia.

La situazione dell’Australia può essere così sintetizzata: a fronte dell’alto indebitamento delle famiglie, dovuto in gran parte all’accensione di mutui – i prezzi delle abitazioni di Sydney e Melbourne sono schizzati in alto (+105% dal 2009) grazie ai bassi tassi di interesse e ai pesanti investimenti off-shore arrivati dalla Cina – si associa una crescita dei salari assai ridotta, situazione che pone degli interrogativi sulle possibilità di rientro.

India.

Il debito pubblico indiano, se comparato a quello di economie con stesso rating, BBB secondo Fitch, è molto alto, quasi il 70% del PIL. Anche il debito delle imprese è in aumento, di pari passo vanno i crediti in sofferenza con conseguenti rischi per il settore bancario, ancora piuttosto grezzo. L’India però è un’economia con un potenziale di crescita enorme, tutto ciò, dunque, non desta al momento particolari preoccupazioni, soprattutto se i piani di sviluppo del Premier Modi dovessero continuare a sortire gli effetti auspicati, in particolar modo, quello relativo ad una più efficace raccolta fiscale, operazione necessaria per finanziare i piani di modernizzazione del Paese senza dover incorrere ad ulteriore indebitamento.




Sud-est asiatico.

I Paesi del sud-est asiatico detengono livelli di indebitamento inferiori agli standard del continente; ciò nonostante, pare che negli ultimi anni essi abbiano subìto un forte aumento, sia a livello corporate, che di famiglie, in particolar modo in Thailandia e Malesia. Riguardo quest’ultimo, secondo un recente studio di Standard Chartered Plc, il debito complessivo malese pare sia schizzato, dal 2008 al 2016, dal 173% del PIL al 240%, il più alto incremento nell’area, raggiungendo livelli simili a quelli di Nazioni ben più sviluppate, quali Italia, Regno Unito e Australia.

Singapore ha il debito più alto dell’area ma, nel contempo, è una delle Nazioni più ricche del mondo, grazie soprattutto all’enorme valore immobiliare, stimato in 1.1 trilioni di dollari.

Le Filippine e l’Indonesia, infine, sono riuscite nell’operazione di tenere il ritmo di crescita del debito a livelli bassi, soprattutto per via dell’assenza di un moderno sistema bancario che ha di fatto reso più arduo la concessione allegra di prestiti. In aggiunta, per quanto concerne il più grande arcipelago del mondo, fattore cruciale per il mantenimento di un basso coefficiente di indebitamento, è stato senz’altro la stretta messa in piedi negli anni della crisi finanziaria dell’area (1997-1998), con un tetto per deficit e debito fissati rispettivamente a valori del 3% e del 60% sul PIL, percentuali che noi europei ben conosciamo, veri e propri dogmi del Trattato di Maastricht.

 

Grafico Profilo Debito Australia-Sud-Est-Asia

Il profilo debitorio dell’Australia e dei maggiori Paesi del sud e del sud-est asiatico.

In conclusione, il graduale rialzo dei tassi USA, per quanto necessario dopo anni di tassi zero, dovrà essere ben congegnato da parte della Federal Reserve. Le scelte di un grande Paese, infatti, nello specifico della prima economia al mondo, possono avere ripercussioni importanti sugli altri Paesi, rischiando di minare non solo le loro possibilità di crescita ma, indirettamente, anche le proprie.