Maastricht 25 anni Sono passati ben 25 anni dal Trattato di Maastricht, era infatti il 7 febbraio del 1992, giorno nel quale i dodici Paesi membri dell’allora Comunità Europea, oggi Unione Europea, fissarono le regole politiche ed i parametri economici e sociali necessari all’ingresso degli Stati in questo nuovo organismo sovranazionale. Le aspettative erano altissime, il sogno degli Stati Uniti d’Europa cominciava finalmente a prendere forma, a distanza di 25 anni, cosa è rimasto di quel sogno e, soprattutto, quali prospettive ha quel sogno di potersi ancora realizzare? Ancora, in un’Europa dilaniata dai populismi ed egoismi, con un tasso di consensi ai minimi termini (36%), la soluzione è un’Unione a due o più velocità o anche detta a geometria variabile? Prima di provare a dare risposta a queste domande, è doveroso a mio avviso fare qualche passo indietro. Affinché si potesse avere un’organizzazione sovranazionale di successo, gli allora leader europei avevano ben chiara la necessità di istituire dei criteri di convergenza. Le economie europee, infatti, seppur legate da culture simili, avevano sviluppato nel tempo sistemi di sviluppo piuttosto diversi, senza un piano che avvicinasse i vari Paesi, l’Unione Europea sarebbe stato un fiasco. Si decise per 4 criteri di convergenza, come detto, condizioni indispensabili per l’ingresso nell’area Euro:

  1. Stabilità dei prezzi, ossia “di un tasso di inflazione inferiore ma prossimo al 2%”.
  2. Sostenibilità della finanza pubblica; nel rapporto deficit/PIL, inferiore al 3%, e in quello tra debito/PIL, inferiore al 60%.
  3. Stabilità del tasso di cambio, ossia del “rispetto dei margini normali di fluttuazione previsti dal meccanismo di cambio del Sistema monetario europeo per almeno 2 anni, senza svalutazione nei confronti della moneta di qualsiasi altro Stato membro.”
  4. Stabilità dei tassi di interesse a lungo termine, in modo che essi “riflettano la stabilità della convergenza raggiunta dallo Stato membro”.

Il raggiungimento dei punti 1, 3 e 4, seppur anch’essi ancora oggetto di profonda discussione, leggasi “Sovranità monetaria”, vennero raggiunti quasi banalmente, in quanto erano insiti all’introduzione dell’euro, non dipendevano dalla volontà diretta dei singoli Paesi, ma dal fatto di demandare la politica monetaria di ciascuno di essi alla Banca Centrale Europea. Il punto 2, al contrario, quello concernente la sostenibilità della finanza pubblica, restava, e resta, ancora ad appannaggio dei singoli membri ed è, a mio modo di vedere, il vero punto debole del progetto europeo, quello che impedisce all’Unione Europea di spiccare il volo. Spesso si addita i Paesi mediterranei di essere degli spendaccioni, dunque, di essere la principale causa del disfacimento del sogno europeo, senza ricordare che i primi a sforare sul rapporto deficit/PIL furono proprio i tedeschi ed i francesi, nel 2003, e che la Francia, come si evince dal grafico che segue, ancora oggi continua ad avere un valore oltre il 3%.

Rapporto deficit-PIL Eurozona

Fonte Bloomberg

Questo lassismo tra i Paesi che più di tutti avrebbero dovuto dare l’esempio, per altro non perseguito dalle autorità europee, ha probabilmente incentivato gli altri Paesi a fare altrettanto; poi è arrivata la Crisi, i tassi sui titoli pubblici dei Paesi più in difficoltà, tra cui l’Italia, sono schizzati alle stelle – il famoso spread con i bund tedeschi – il rischio default ha cominciato ad essere reale e ciascun Governo ha dovuto improvvisamente tirare la cinghia – pareggio di bilancio in Costituzione, Fiscal Compact ecc. – con evidenti ripercussioni sull’opinione pubblica che, ridotta alla fame, ha finito per appoggiare l’ascesa dei movimenti euroscettici. In queste settimane, come scrivevo all’inizio di questo articolo, si è discusso della possibilità di un’Europa a due o più velocità, anche detta a geometria variabile, ossia dello studio di regole diverse da applicare a gruppi di Paesi con problematiche simili, una sorta di scissione tra Paesi del Nord e Paesi del Sud. Può essere questa la soluzione? Non credo. Uno dei punti deboli a mio avviso del processo di integrazione europea sta proprio nell’aver accettato nel corso del tempo alcuni compromessi: abbiamo, per esempio, Paesi europei non membri dell’UE, la cosiddetta Associazione europea di libero scambio, composta da Islanda, Norvegia, Liechtstein e Svizzera, abbiamo Paesi membri dell’UE che non hanno adottato l’euro, per esempio, la Svezia, la Danimarca ed il Regno Unito, quest’ultimo probabilmente ancora per poco. La mia idea è che, se davvero si vuole rinvigorire il progetto europeo, occorre una Maastricht 2.0. Le regole imposte venticinque anni fa sono diventate anacronistiche o, forse, addirittura, al passo coi tempi non lo sono mai state, basti pensare che il tetto del 60% nel rapporto debito/PIL non l’ha mai rispettato nessuno, valore che oggi è nella media europea di oltre 30 punti superiore, al 90%.

Rapporto debito-PIL Eurozona

Fonte Bloomberg

L’economia non è una scienza esatta, non esistono valori soglia superati i quali non si cresce o si cresce meno – qualsiasi tentativo fatto in precedenza, tra i più dibattuti quello di K. Rogoff e C. Reinhart, dal titolo “Growth in a time of debt”, è miseramente fallito – certo, delle regole per una “civile convivenza” tra i Paesi vanno imposte, ma senza che siano eccessivamente stringenti, altrimenti si fa solo il bene dei populisti, di quelli che ritirano lo stipendio a Bruxelles ma non smettono mai di darle contro. Occorre, come spesse volte scritto su queste pagine, la volontà di recuperare gli ideali che hanno portato alla creazione del progetto europeo, prendere atto che in questi anni di errori, da ogni parte, ne sono stati fatti tanti, che oggi l’Europa, nonostante gli sforzi, è molto meno coesa che in passato, non v’è stata alcuna convergenza, tutt’altro, occorre ricominciare, darsi più tempo, inutile pensare a nuovi ingressi senza aver risolto i problemi di chi vi è già dentro. È necessario che quel punto 2 smetta di essere un affare di ciascun Paese, principale elemento di acredine tra gli Esecutivi e le opinioni pubbliche, smettere di pensare che quel taglio “Ce lo chiede l’Europa”; è vitale unire i bilanci degli Stati membri, la realizzazione della benedetta Unione fiscale. Altrimenti sarà la fine, non solo dell’Europa e dell’euro, ma di qualcosa di ben più grosso. [amazon_link asins=’B00ZDWLEEG,B01F54TJHU,B01ERY86LO’ template=’ProductCarousel’ store=’simonefontana-21′ marketplace=’IT’ link_id=’14c71965-fe75-11e6-9253-ef12aacebe25′]