
A sinistra Vincent Bolloré, primo azionista di Vivendi, a destra il patron di Mediaset, Silvio Berlusconi.
In questi giorni si è molto scritto e parlato riguardo l’assalto del gruppo francese Vivendi apportato a Mediaset, il quale, attraverso il rastrellamento di azioni sul mercato secondario, è riuscito in pochi giorni ad ottenere il 20% delle azioni del Biscione.
A mio avviso, però, lo si è fatto con argomentazioni piuttosto fallaci, che non hanno nulla a che vedere con il vero nòcciolo della questione, dunque, prima di tutto, occorre sgombrare il campo.
Dunque, non mi preoccuperei tanto di questo fenomeno, il fatto che le aziende italiane risultino appetibili agli occhi degli investitori stranieri, è sintomatico del buon stato di salute del “Made in Italy”. Piuttosto, se un problema esiste, è senz’altro a livello di Sistema-Paese, ossia nell’incapacità di superare quella burocrazia che spesso scoraggia l’ingresso di capitali esteri, il cui ammontare risulta assai inferiore a Paesi comparabili al nostro, vedi Francia e Regno Unito. Dunque, è opportuno che il Governo faccia la sua parte.
Ok, sgombrato il campo, concentriamoci, come detto, su quello che è, a mio avviso, il nòcciolo della questione.
In luglio Vivendi fa improvvisamente marcia indietro offrendosi di acquisire soltanto il 15% di Mediaset Premium e proponendo, piuttosto, l’acquisto di una quota del 20% di Mediaset.
Ne nasce una disputa legale, nel mentre, però, Mediaset, complice soprattutto la situazione difficile della piattaforma Premium – ricordiamo l’investimento record da 700 milioni per i diritti in esclusiva della Champions League per un triennio – a cui l’accordo con Vivendi avrebbe ridato respiro, subisce un vero e proprio tracollo in borsa, con le azioni del Biscione che in pochi mesi passano da 5 a 2.20 euro.
Questo situazione consente a Vivendi di arrivare in pochi giorni a detenere il 20% di Mediaset ad un prezzo di molto inferiore a quanto sarebbe stato possibile in precedenza. Non solo, Fininvest, spaventata dalla scalata ostile, ha successivamente aggiunto al suo 35% un ulteriore 3.26% – fino ad aprile 2017 non potrà spingersi oltre, c’è un limite del 5% annuo, altrimenti scatterebbe l’obbligo di lanciare un’OPA – ad un prezzo però, stavolta, più elevato, dato che la notizia di una scalata di Vivendi aveva fatto lievitare di nuovo il prezzo delle azioni del Biscione.

Fonte: mia elaborazione su dati de “Il Sole 24 Ore”.
Insomma, Vivendi, con il suo agire, si è resa protagonista di una manipolazione del mercato piuttosto chiara, danneggiando doppiamente Mediaset, prima, beneficiando del crollo delle azioni dovuto allo stralcio di un accordo da essa stessa sottoscritto, successivamente, determinando per l’azienda italiana un aggravio nell’esborso necessario per il riacquisto delle azioni.
Il Governo, per bocca del Ministro dello sviluppo economico Calenda, si è detto vigile sulla vicenda, ma, al di là di quello che un Esecutivo, per altro “a scadenza”, possa effettivamente fare in questi casi, ciò che sorprende è l’immobilismo della Consob, l’organismo preposto a vigilare, è inammissibile una qualsiasi azione di Vivendi senza che si conoscano prima l’esito della disputa legale di aprile e il probabile aggiotaggio degli ultimi giorni.
Poi ci sarebbe anche da considerare il monito lanciato ieri da Agcom, secondo la quale l’operazione di Vivendi cozzerebbe con i limiti imposti dall’Antitrust, dato che il gruppo francese detiene già la maggioranza in Telecom, ma questo è ancora un altro discorso, il nòcciolo della questione è che Mediaset ha subito un grave danno, e questo non ha nulla a che vedere né con la sua italianità, né con il fatto che a capo di essa ci sia Silvio Berlusconi.

