bollore e berlusconi

A sinistra Vincent Bolloré, primo azionista di Vivendi, a destra il patron di Mediaset, Silvio Berlusconi.

In questi giorni si è molto scritto e parlato riguardo l’assalto del gruppo francese Vivendi apportato a Mediaset, il quale, attraverso il rastrellamento di azioni sul mercato secondario, è riuscito in pochi giorni ad ottenere il 20% delle azioni del Biscione.
A mio avviso, però, lo si è fatto con argomentazioni piuttosto fallaci, che non hanno nulla a che vedere con il vero nòcciolo della questione, dunque, prima di tutto, occorre sgombrare il campo.

Silvio Berlusconi ha caratterizzato per vent’anni la vita politica di questo Paese, dividendo, in più circostanze, l’opinione pubblica. Del resto, la questione “conflitto di interessi”, seppur ampiamente sollevata dai suoi avversari politici, non è mai stata risolta, neppure quando al Governo c’era una maggioranza di centrosinistra, tra l’altro, nell’ultimo, quello Prodi, con ministro della comunicazione proprio l’attuale Premier, Paolo Gentiloni. Chi crede però che la questione Mediaset ottenga maggior risalto in virtù di chi detiene la maggioranza delle quote – la Fininvest di Silvio Berlusconi – argomentando che nessuno si era strappato le vesti in altri casi di importanti aziende italiane passate in mano estera – qualche esempio, Telecom, Bnl, Parmalat e Alitalia – a mio avviso commette un errore. E commette un errore anche chi, facendo leva su un ritrovato, quanto talvolta sorprendente, nazionalismo, parla di un’Italia terra di conquista delle grandi multinazionali estere.
Innanzitutto, i dati ci dicono che esiste una bi-direzionalità negli investimenti, nel senso che, è vero che molte aziende italiane negli ultimi anni sono passate in mano estera, ma è vero anche il contrario, ossia che diverse aziende italiane, vedi Luxottica, stanno acquisendo asset stranieri, è uno degli effetti della globalizzazione. A ciò, poi, va aggiunto che la natura delle imprese italiane, per lo più di piccole e medie dimensioni, a lungo fattore di successo in virtù della facilità con cui sono riuscite ad adattarsi ai cambiamenti del mercato, in questa epoca rischiano di prestare un po’ il fianco ai cospicui fondi provenienti da Oriente; questo però non è per forza di cose un male, per crescere c’è bisogno di capitali, dunque, ben vengano, soprattutto nei settori nei quali il know-how è difficilmente replicabile altrove, dunque il passaggio di mani non comporta risvolti negativi dal punto di vista occupazionale.
Dunque, non mi preoccuperei tanto di questo fenomeno, il fatto che le aziende italiane risultino appetibili agli occhi degli investitori stranieri, è sintomatico del buon stato di salute del “Made in Italy”. Piuttosto, se un problema esiste, è senz’altro a livello di Sistema-Paese, ossia nell’incapacità di superare quella burocrazia che spesso scoraggia l’ingresso di capitali esteri, il cui ammontare risulta assai inferiore a Paesi comparabili al nostro, vedi Francia e Regno Unito. Dunque, è opportuno che il Governo faccia la sua parte.




Ok, sgombrato il campo, concentriamoci, come detto, su quello che è, a mio avviso, il nòcciolo della questione.
In aprile, Vivendi e Mediaset concludevano un accordo sulla base di 760 milioni di euro per la cessione della pay tv Mediaset Premium ai francesi. Oltre a ciò, le due aziende, si impegnavano a scambiarsi il 3.5% delle rispettive quote azionarie lasciando presagire future sinergie allo scopo di arginare l’avanzata di colossi quali Netflix ed Amazon.
In luglio Vivendi fa improvvisamente marcia indietro offrendosi di acquisire soltanto il 15% di Mediaset Premium e proponendo, piuttosto, l’acquisto di una quota del 20% di Mediaset.
Ne nasce una disputa legale, nel mentre, però, Mediaset, complice soprattutto la situazione difficile della piattaforma Premium – ricordiamo l’investimento record da 700 milioni per i diritti in esclusiva della Champions League per un triennio – a cui l’accordo con Vivendi avrebbe ridato respiro, subisce un vero e proprio tracollo in borsa, con le azioni del Biscione che in pochi mesi passano da 5 a 2.20 euro.
Questo situazione consente a Vivendi di arrivare in pochi giorni a detenere il 20% di Mediaset ad un prezzo di molto inferiore a quanto sarebbe stato possibile in precedenza. Non solo, Fininvest, spaventata dalla scalata ostile, ha successivamente aggiunto al suo 35% un ulteriore 3.26% – fino ad aprile 2017 non potrà spingersi oltre, c’è un limite del 5% annuo, altrimenti scatterebbe l’obbligo di lanciare un’OPA – ad un prezzo però, stavolta, più elevato, dato che la notizia di una scalata di Vivendi aveva fatto lievitare di nuovo il prezzo delle azioni del Biscione.
Azionariato Mediaset

Fonte: mia elaborazione su dati de “Il Sole 24 Ore”.

Insomma, Vivendi, con il suo agire, si è resa protagonista di una manipolazione del mercato piuttosto chiara, danneggiando doppiamente Mediaset, prima, beneficiando del crollo delle azioni dovuto allo stralcio di un accordo da essa stessa sottoscritto, successivamente, determinando per l’azienda italiana un aggravio nell’esborso necessario per il riacquisto delle azioni.

Il Governo, per bocca del Ministro dello sviluppo economico Calenda, si è detto vigile sulla vicenda, ma, al di là di quello che un Esecutivo, per altro “a scadenza”, possa effettivamente fare in questi casi, ciò che sorprende è l’immobilismo della Consob, l’organismo preposto a vigilare, è inammissibile una qualsiasi azione di Vivendi senza che si conoscano prima l’esito della disputa legale di aprile e il probabile aggiotaggio degli ultimi giorni.
Poi ci sarebbe anche da considerare il monito lanciato ieri da Agcom, secondo la quale l’operazione di Vivendi cozzerebbe con i limiti imposti dall’Antitrust, dato che il gruppo francese detiene già la maggioranza in Telecom, ma questo è ancora un altro discorso, il nòcciolo della questione è che Mediaset ha subito un grave danno, e questo non ha nulla a che vedere né con la sua italianità, né con il fatto che a capo di essa ci sia Silvio Berlusconi.