Philip Hammond, segretario agli Esteri

Philip Hammond, Cancelliere dello Scacchiere del Regno Unito.

Della Brexit non si è mai smesso di parlare: da quel 23 giugno, ogni notizia diffusa viene utilizzata allo scopo di convincerci che dalla vittoria del fronte del “leave” non solo non ci saranno ripercussioni per il Regno Unito ma che, anzi, esso ne beneficerà.

Per quanto mi riguarda le cose non stanno affatto così, l’ho scritto a più riprese, per chi non avesse voglia di approfondire, cerco di sintetizzarlo nelle prossime righe.

Le performance del Regno Unito in questi mesi, migliori rispetto alle attese, hanno semplicemente beneficiato del previsto crollo della sterlina, la quale ha dato una spinta alle esportazioni. Non scordiamo però che il Regno Unito non è affatto un Paese esportatore, dunque, una moneta deprezzata, nel lungo periodo, salvo decisi, complicati e soprattutto lunghi cambiamenti nell’assetto economico, non darà loro benefici, tutt’altro.

Occorre poi ricordare due fattori estremamente importanti ma troppo spesso ignorati dai non addetti ai lavori:

  1.  La Brexit non è ancora avvenuta, il termine fissato per marzo da parte del primo ministro May, alla luce della sentenza dell’Alta corte britannica, rischia di subire ulteriori ritardi.
  2. Il Regno Unito non ha l’euro, qualsiasi, paragone con l’Italia o qualsivoglia Paese membro dell’Eurozona è fuori luogo, gli effetti dell’uscita dalla moneta unica sarebbero ben più gravi e complessi.

Nella giornata di ieri, Philip Hammond, Cancelliere dello Scacchiere del Regno Unito, l’equivalente del nostro ministro delle finanze, nel suo primo Autumn Statement dalla sua nomina – una sorta di finanziaria d’autunno –  ha fatto il punto della situazione, delineando per i prossimi anni un futuro per il Regno Unito non proprio roseo.

Due notazioni importanti:

  1. Si tratta di stime. Alla luce del mondo globalizzato in cui viviamo in cui qualsiasi avvenimento, anche distante migliaia di km, ha ripercussioni sulle nostre vite, è bene prenderle con le pinze. La piega che prenderà la Brexit (soft o hard?), il nuovo assetto mondiale che la Presidenza Trump porterà e la questione, finora irrisolta, dell’integralismo islamico, rappresentano solo alcune delle variabili che potrebbero improvvisamente alterare tali stime.
  2. Cattive notizie per i complottisti. Philip Hammond è stato scelto dal Governo May, quello incaricato per portare il Regno Unito fuori dall’Europa, quindi nessun disegno da parte di Banche d’affari, lobby o che dir si voglia è ipotizzabile, seppur in passato egli si sia espresso in favore del “remain”.

Di seguito, in sintesi, i principali punti toccati.

  • Si prevede, nel periodo 2017-21, un peggioramento delle finanze pubbliche di 122 miliardi di sterline rispetto alle previsioni dello scorso marzo.
  • Il rapporto debito pubblico/PIL aumenterà dall’84.2% all’87.3% per quest’anno, per poi salire ulteriormente al 90.2% l’anno successivo.
  • L’Office for Budget Responsability (OBR) – ente pubblico consultivo non ministeriale che ha il compito di fornire previsioni indipendenti sulle finanze pubbliche inglesi – prevede richieste di prestiti per 68.2 miliardi di sterline per quest’anno, 59 per il 2017-18, 21.9 per il 2019-20 e 20.7 per il 2020-21.
  • La spesa pubblica rispetto al PIL è vista al 40% rispetto al 45% del 2010.
  • Il Governo, nonostante ciò, si impegna a mantenere inalterato il budget relativo ai servizi pubblici essenziali, di difesa, di aiuti all’estero e della pensione cosiddetta “triple-lock”, una sorta di supplemento ideato dal Governo Gordon-Brown nel 2003 a sostegno degli anziani che vivono sotto la soglia di povertà.
  • L’OBR vede un incremento della precedente previsione di crescita del PIL (dal 2% al 2.1%) ma un forte calo per il 2017, dal 2.2 all’1.4%.
  • Nel 2018 la crescita dovrebbe assestarsi all’1.7%, 2.1% nel 2019 e 2020 e 2% nel 2021.
  • Il raggiungimento di un surplus di bilancio nel 2019-20 non è più praticabile, si proverà a raggiungere quest’obiettivo “non appena esso sarà praticabile”.




Nel contempo, in ottica Spending Review. verrà attuata una sforbiciata alla spesa pubblica, allo scopo di contenere le spese. Ne deriverà un’eliminazione di parte delle detrazioni – fatta eccezione di quelle rivolte alle auto a bassa emissione, l’acquisto di biciclette, le pensioni e l’assistenza pediatrica – e alcuni provvedimenti dal punto di vista delle imposte sul reddito e sui premi assicurativi, la cui aliquota aumenterà dal 10 al 12%.

L’Universal Credit, una sorta di ammortizzatore sociale per chi ha basso reddito o ha perso il lavoro sarà tagliato da aprile dal 65 al 63% al costo di 700 milioni di sterline.

Generosi investimenti sono però stati previsti sul fronte abitativo, con la creazione di un fondo da 2.3 miliardi di sterline destinato alla costruzione di 100.000 nuove case in zone ad alta richiesta e 1.4 miliardi per rendere il prezzo delle abitazioni più accessibile, e sul fronte infrastrutturale, con investimenti extra per 1.1 miliardi di sterline per il potenziamento della rete di trasporto locale e un piano quinquennale da 23 miliardi da spendere su innovazione ed infrastrutture. Ulteriori 2 miliardi all’anno fino al 2020 saranno destinati per programmi di ricerca e sviluppo, nonché 110 milioni per la rete ferroviaria East West Rail con l’impegno di concludere i lavori sull’autostrada che collega Oxford a Cambridge.

Scongiurato per il settimo anno consecutivo l’aumento dei carburanti al costo di 850 milioni di sterline, per un risparmio medio annuo stimato a 130 sterline per automobilista e 350 per i camionisti. Per il settore petrolifero e quello del gas, il Carbon Price Support, un ente preposto a supportare gli investimenti nel settore, ha previsto incentivi per 6.7 miliardi di sterline. Infine, previsti anche un miliardo di investimenti sul digitale e sgravi fiscali per le aree rurali del Paese.

Insomma, appare chiaro che gli investimenti nei prossimi anni rivestiranno un ruolo cruciale per controbilanciare le ripercussioni post-Brexit, capire quale ruolo il Regno Unito riuscirà a ritagliarsi nello scacchiere internazionale. Restano però tanti dubbi, il voler privarsi di un’organizzazione sovranazionale che faccia da scudo a shock asimmetrici non sarà facile.

Sempre che il Regno Unito decida davvero di lasciare l’UE…