Prima e dopo Brexit: cali pound e cambio dollaro-pound

Il referendum sullaBrexit si è rivelato un vero e proprio spartiacque per la sterlina inglese.

È bastata una data indicativa, quella del marzo 2017, pronunciata dal Premier inglese Theresa May riguardo l’avvio della procedura di recesso da parte del Regno Unito dall’UE, a gettare nello scompiglio i mercati. A ciò, per la verità, si è aggiunta anche la conferma della volontà britannica di non cedere sul fronte degli immigranti appartenenti all’UE, facendo auspicare una Brexit tutt’altro che soft.
È chiaro che gli esiti della trattiva condizioneranno nel bene e nel male i prossimi mesi, la presa di posizione della signora May è apparsa dura, non altrettanto quella del Cancelliere dello Scacchiere a.k.a. ministro delle finanze, Philip Hammond, il quale ha tenuto a precisare che con la vittoria del “Leave” gli inglesi hanno manifestato la volontà di uscire dall’UE, non di diventare più poveri e meno sicuri.

Al di là delle dichiarazioni e delle interpretazioni delle stesse, per il Regno Unito appare vitale in questa fase una strategia basata sulla chiarezza: il valore della sterlina, dopo il crollo di lunedì a 1.28 sul dollaro – a cui è seguito un rimbalzo – nella giornata di ieri è tornato ad abbassarsi a 1.275 (-1.3% in due giorni), facendo registrare un livello che non si vedeva dal 1985. Meno importante ma comunque significativo il deprezzamento nei confronti dell’euro, scambiato a 87.5 pence (-0.2%). Questi sbalzi sono destinati a perdurare, basti osservare l’aumento dei costi di hedging contro le fluttuazioni della sterlina, la cui opzione a sei mesi ha raggiunto quella a 9 (10.6%).
Per converso, l’indice FTSE 100 ha superato i 7000 punti, il più alto da 16 mesi. Gli investitori, quindi, almeno il momento, stanno dando maggior peso al ribasso della sterlina che alle dichiarazioni “ostili” della Premier inglese. In realtà, a dirla tutta, una parte di essi, quelli esteri, i quali detengono circa la metà delle azioni scambiate a Londra, stanno anch’essi subendo il crollo della valuta inglese: l’indice è sì in salita, ma in termini di sterline, non di dollari che, al contrario, in quest’ottica, sta facendo registrare performance che non si osservavano dai tempi della Crisi.
Anche per il Fondo Monetario Internazionale, per quest’anno, ha rivisto le stime di crescita del PIL inglese leggermente in rialzo (+1.8%), aggiungendo che i consumi restano robusti e che il mercato sta reagendo meglio di quanto auspicato; non altrettanto positive, invece, quelle relative al prossimo anno, viste a 1.1% rispetto al 2.2% auspicato prima del referendum sulla Brexit.

Come ho recentemente scritto in questo blog, attualmente, qualsiasi giudizio appare prematuro, le previsioni lasciano il tempo che trovano e, al di là delle speculazioni, nell’uno e nell’altro verso, per avere una visione più chiara sugli effetti della Brexit occorrerà attendere la sua effettiva avvenuta, non fosse altro per capire le modalità con cui essa si concretizzerà.