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Nei giorni scorsi, alcuni affezionati lettori di questo blog mi hanno chiesto dei chiarimenti riguardo le interconnessioni tra la Brexit e alcune variabili economiche, insomma, il motivo per cui l’uscita del Regno Unito dalla UE potesse condizionare le performance economiche di altri Paesi, anche quelli particolarmente distanti.

Il tutto potrebbe essere spiegato in una sola parola: globalizzazione.

La globalizzazione, anche, e soprattutto, grazie al profondo avanzamento tecnologico dell’ultimo decennio, ha portato le contrattazioni borsistiche ad una velocità disarmante attraverso la quale gli effetti di un qualsiasi avvenimento, sia esso positivo o negativo, si propagano nel giro di pochi secondi in tutto il mondo.

Questa però è una spiegazione sì vera ma fin troppo approssimativa, potreste leggerla ovunque, questo blog si prefigge di andare più a fondo alle cose, sennò che senso avrebbe scrivere?

Dunque, proviamoci.

La prima conseguenza della Brexit è stata il deprezzamento della sterlina.

In regime di tassi di cambi flessibili, ossia quello vigente nel Regno Unito e in tutte le economie avanzate, la moneta è lasciata libera di fluttuare alla stregua di un qualsiasi altro bene, questo vuol dire che se dall’estero verranno richiesti nostri beni, servizi ecc., per pagarli, vi sarà un aumento di richieste della nostra valuta che ne causerà un apprezzamento; in caso contrario, ossia, se il valore delle importazioni supererà quello delle esportazioni, assisteremo ad un suo deprezzamento.*

L’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea e l’instabilità politica venutasi a creare, pone pesanti interrogativi sulle prospettive di crescita del Paese, soprattutto sulla permanenza di tante multinazionali che avevano scelto la Gran Bretagna, e in particolare Londra, come quartiere generale delle loro sedi europee.
In tali condizioni di incertezza, è chiaro che la prima vittima della Brexit sia la tenuta della sterlina.




Oltre ad aver avuto un pesante impatto sulla valuta inglese, la Brexit ha influito particolarmente sul valore dello yen. La valuta giapponese, a causa delle continue operazioni espansive della Banca Centrale nipponica – ricordiamo che il Giappone lotta con una pesante deflazione da oltre un decennio – può essere presa a buon mercato (i tassi sono molto bassi), dunque, in condizioni normali, molti investitori preferiscono indebitarsi lì acquistando poi titoli obbligazionari o azionari altrove. Ciò comporta un deprezzamento della valuta giapponese con chiari vantaggi per le esportazioni giapponesi.
Nei periodi di crisi, invece, come quello che stiamo vivendo, gli investitori compiono l’azione opposta: vendono titoli e riacquistano gli yen per rientrare dalla propria posizione debitoria finendo per apprezzare la moneta giapponese e condizionando così l’economia nipponica, pesantemente votata all’export. Così si spiega il tonfo della Borsa del Sol Levante di questi giorni. Qualcosa di analogo è accaduto con il dollaro, da sempre valuta rifugio, come del resto l’oro, la cui quotazione è schizzata al massimo da due anni. Tornando alla valuta statunitense, il governatore della Federal Reserve, Janet Yellen, nel corso dell’ultimo board ha ben operato, decidendo di rinviare ancora una volta l’atteso aumento dei tassi, preferendo attendere l’esito del referendum sulla Brexit, nonostante le performance economiche dell’economia statunitense lo permettessero.

Detto delle valute, passiamo al mercato azionario.

La Brexit ha comportato il tracollo delle borse europee ma, a sorpresa, quella che meno ne ha risentito è stata proprio Londra. Il perché è presto spiegato. La maggior parte delle aziende quotate alla City di Londra sono particolarmente orientate all’export, il tracollo della sterlina renderà quindi i loro beni e servizi più competitivi sui mercati internazionali.




Anche l’euro si è leggermente deprezzato ma, al contrario, come detto, le borse europee hanno fatto registrare dei risultati nerissimi, Milano, per esempio, il peggiore della sua storia. Il perché si spiega in due ragioni: da un lato, ha influito l’incertezza politica sul futuro dell’Unione su cui ci si augura venga fatta presto chiarezza con risposte che vadano al di là dei soliti proclami, dall’altro, le motivazioni sono principalmente di carattere finanziario. La strenua difesa operata dalla BCE sugli spread, ha spostato l’attenzione dei mercati dai titoli pubblici alle banche, tanto quelle tedesche e francesi, quanto quelle italiane, la cui tenuta, per motivi diversi – enorme quantità di derivati in pancia, bassa redditività causa QE e crediti in sofferenza (Npl) – è al centro del dibattito europeo e delle scaramucce di queste ore tra Merkel e Renzi.

È chiaro che i crolli in borsa delle banche, così come le vorticosità sul mercato valutario, rischiano di ripercuotersi sull’economia reale minando le già deboli prospettive di crescita mondiali. Per tali ragioni le più importanti Banche Centrali del mondo, come del resto i Governi, ove possibile – qualcuno ha detto Bail-in? – si sono dette pronte a correre ai ripari.

Il 2016 doveva essere l’anno della ripresa ed invece, tra il rallentamento della Cina e la crisi degli altri BRICS, il basso prezzo del petrolio e ora la Brexit, non si riesce ancora a vedere la luce in fondo al tunnel. L’impressione è che ci sia sempre un qualcosa pronto a vanificare la crescita, a ta l proposito lancio una provocazione: che il grado di interdipendenza attuale tra le economie del mondo sia divenuto eccessivo?

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* Le banche centrali, qualora lo reputino opportuno, possono influire sul tasso di cambio attraverso operazioni sui tassi o l’impiego delle proprie riserve ufficiali nella compravendita di valuta in controtendenza, ma si tratta di operazioni discrezionali, non obbligatorie.