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 Christine Lagarde, direttore del Fondo Monetario Internazionale.

Ogni sei mesi, in Ottobre ed in Aprile, il Fondo Monetario Internazionale pubblica il cosiddetto “World Economic Outlook” con il quale l’Istituzione che ha sede a Washington fa il punto sulla situazione economica mondiale.

Il prossimo è atteso per il 12 Aprile ma già nella giornata di martedì, attraverso l’intervento a Francoforte del suo direttore, Christine Lagarde, e nella pubblicazione di ieri di due capitoli, sono stati sviscerati alcuni degli interventi consigliati dal FMI per rafforzare la crescita ancora troppo lenta e fragile; la ricetta per quanto concerne l’Eurozona si poggia su tre punti:

  • liberalizzazioni;
  • riduzione del cuneo fiscale;
  • aumento della spesa in politiche attive del mercato del lavoro.

Nelle misure auspicate dal FMI in realtà non c’è nulla di nuovo, si parla da anni di questi interventi, tutti gli Esecutivi europei hanno ben presente cosa necessario fare ma, purtroppo, come detto anche dal Presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker: «Sappiamo quali riforme dobbiamo fare. Non sappiamo come essere rieletti dopo averle fatte».
Il punto della questione è questo: si tratta spesso di misure impopolari, da evitare alla fine del mandato se si ha la velleità di essere rieletti, il cittadino medio sarà troppo miope da valutare gli effetti nel medio-lungo periodo di tali misure.

Partiamo dalle liberalizzazioni.

Le liberalizzazioni rappresentano l’intervento sulla carta più facile da realizzare. Esse consistono in riforme nel mercato dei prodotti, per esempio le liberalizzazioni delle reti, di alcuni settori del commercio al dettaglio o delle professioni, allo scopo di favorire l’ingresso di nuovi partecipanti, dunque, nuovi investimenti, nuovi posti di lavoro, maggior concorrenza, insomma, maggiori benefici per cittadini e consumatori. Il FMI ha fatto l’esempio delle liberalizzazioni operate negli anni ’90 nel settore delle telecomunicazioni e del trasporto aereo che hanno portato ad un abbassamento dei costi e un miglioramento della qualità dei servizi.
Inoltre, in molti casi, le liberalizzazioni non presentano costi per la finanza pubblica. Allora, mi direte, perché non si fanno? La risposta risiede nel potere delle lobby, le quali annullano, ritardano o rendono molto meno efficaci di quanto dovuto tali misure. Nessun Paese occidentale è immune da esse, figuriamoci l’Italia nel quale la corruzione dilaga. Il FMI stima che i risultati in termini di aumento del prodotto interno lordo sono visibili già nel secondo anno dalla loro introduzione, dunque, tornando al discorso dell’impopolarità sopra accennato, le liberalizzazioni rappresentano, tra i provvedimenti necessari, quello meno “costoso” in termine di consenso.

Riduzione del cuneo fiscale.

Per cuneo fiscale si intende il rapporto tra tutte le imposte sul lavoro (dirette, indirette e contributi previdenziali) ed il suo costo complessivo, in parole povere, quanto del nostro stipendio rimane nelle casse dell’Erario.
Il primo taglio al cuneo fiscale lo operò il Governo Prodi nel 2007, lo stesso Governo Renzi, con il famoso provvedimento degli 80 euro e, più tardi, nell’ultima legge di stabilità, con il taglio della componente lavoro sull’IRAP, ha operato in tal senso. Ciò nonostante, la tassazione sul lavoro in Italia rasenta il 50% (48.2%), di 12 punti superiore alla media Ocse che è del 36%.
Il problema, in realtà, non risiede essenzialmente nella tassazione elevata, quanto nei servizi che lo Stato, a fronte di tali richieste, riesce ad offrire. Dati i vincoli di politica fiscale imposti dall’Europa, tagli a doppia cifra del cuneo fiscale, come auspicati dal programma del Governo, devono per forza di cose passare da una revisione della spesa, quella che media e politici hanno ribattezzato Spending review.

Aumento della spesa in politiche attive del mercato del lavoro.

Con il termine politiche attive del mercato del lavoro ci si riferisce all’insieme delle misure atte alla creazione di nuova occupazione o ad interventi a scopo preventivo o curativo sulle possibili cause della disoccupazione.
L’obiettivo delle politiche attive è quello di evitare che una persona rimanga a lungo disoccupata attraverso il passaggio ad una tutela attiva, in modo che l’individuo rimanga competitivo nel mercato del lavoro e non finisca per dipendere da misure di assistenza al reddito, in particolare se non derivanti dal raggiungimenti di requisiti contributivi.
Il problema della disoccupazione in Eurozona, in particolare in Italia, è particolarmente grave tra i giovani, un investimento deciso in politiche attive è necessario per aiutare il matching tra domanda ed offerta di lavoro. In Italia, al contrario, si è sempre scelta la strada della difesa dei posti di lavoro, lo strumento della Cassa Integrazione ne è un esempio, e anche con l’ultima riforma del mercato del lavoro, probabilmente per ottenere dei risultati nel breve periodo più sensazionalistici, si è scelto di incentivare e quindi includere nel computo dei nuovi posti di lavoro creati anche quelli passati dal tempo determinato alla nuova concezione di tempo indeterminato.

Come detto in apertura di quest’articolo, le riforme del mercato del lavoro sono sempre difficili da far digerire all’elettorato, probabilmente, però, un periodo condito da massimali macroeconomici non esaltanti ed elezioni lontane rappresentano il periodo migliore per agire, ed è quello che, del resto, ha cercato di fare il governo Renzi. Occorre però, a mio avviso, che l’Esecutivo abbia una maggior decisione nella spending in modo da avere, nel contempo, maggior possibilità di spesa, oltre che una visione di insieme più ampia sulle riforme, sia da parte del Governo, sia da parte dell’elettorato, basta “riformine” vuote ed inconcludenti.

A questo indirizzo trovate il discorso integrale (in inglese o in altre lingue, non purtroppo in italiano) del direttore Lagarde:

http://www.imf.org/external/np/speeches/2016/040516.htm