Il Premier Renzi, nel corso di un’intervista concessa domenica scorsa al programma “In ½ ora” di Lucia Annunziata, ha riacceso il dibattito sull’annosa vicenda del Canone Rai.
La proposta del Premier sarebbe quella di inserire tale tassa nella bolletta elettrica, allo scopo di abbassare drasticamente il tasso di evasione (circa il 30%, per distanza la tassa più evasa dagli italiani) e, nel contempo, ridurlo a 100 euro, contro gli attuali 113.50, seguendo così il famoso claim del “Pagare tutti, pagare meno.”
Al di là della fattibilità della proposta, ancora allo studio – non è mia volontà tediarvi con le problematiche ad essa connesse – l’obiettivo di questo articolo è chiarire alcuni aspetti su questa “odiata” tassa, dato che, sia nei talk show televisivi, sia sui social, si ha l’impressione che si faccia molta disinformazione.
Cominciamo col dire che il guardare o meno la Rai, così come il possedere o meno una tv, non sono discriminanti per il pagamento o meno del Canone. Infatti, il regio decreto legge del 21 febbraio 1938, n. 246 art. 1, in materia di “Disciplina degli abbonamenti alle radioaudizioni.”, su cui si basa il Canone Rai recita:

“Chiunque detenga uno o più apparecchi atti od adattabili alla ricezione delle radioaudizioni è obbligato al pagamento del canone di abbonamento.”

Fate attenzione: non si parla di “Televisione”, nel 1938 neppure esistevano, ma appunto di “apparecchi”, dunque, con le attuali tecnologie, sotto il nome di “apparecchio” finiscono anche i computer, gli smartphone e i tablet, in quanto “atti od adattabili”, ossia, non conta il vedere o meno la TV, né tantomeno i programmi Rai, ciò che conta per essere soggetti di imposta è il possesso di tali apparecchi.

Dunque, fatevene una ragione, il Canone Rai, per come è scritta la legge, va pagato, punto, a meno che non viviate come delle tribù indigene. Poi, certo, si può discutere sull’assurdità di tale articolo, alla “tassa” dovrebbe essere associato un servizio richiesto espressamente dal cittadino – sennò saremmo di fronte ad un’imposta – e l’acquistare per esempio uno smartphone non può voler dire “Ho intenzione di guardare la RAI”, dunque, “Perché dovrei pagare un servizio che magari non intendo utilizzare?”, ma questo è un discorso diverso, da affrontare nell’ottica di una riforma della TV di Stato, non da utilizzare come pretesto per evadere il Fisco.
Tra l’altro, è da sottolineare l’atteggiamento di molti politici e non solo, i quali, per meri scopi di propaganda, sono sempre pronti a schierarsi contro il pagamento di questa o quella tassa, tanto, si sa, il primo partito in Italia è quello degli evasori, se si hanno velleità di governare, bisogna far leva su di loro, gli stessi che magari, dopo decenni di sprechi e privilegi, ora si lamentano delle condizioni economiche del Paese e inveiscono contro l’Esecutivo.
Il cittadino ha il dovere di pagare le tasse e, nello stesso tempo, ha il diritto di pretendere che il denaro pubblico non venga sperperato; per dirne una, quei politici che si lamentano degli sprechi sulla RAI, che, per carità, ci sono eccome, sono gli stessi che reclamano visibilità, nell’ottica della par condicio, nelle tribune elettorali che al massimo guarderanno i loro amici e parenti e che in una TV privata non troverebbero certamente spazio. E’ troppo facile costruire il consenso sparando tra la folla, è invece molto difficile ottenerlo assumendosi le proprie responsabilità.
Si fa poi spesso un gran parlare dei contenuti, tutti a lamentarsi dei palinsesti RAI, quando invece la nostra TV di Stato ha un’offerta molto ampia che si articola su un’infinità di canali TV che vanno dai generalisti (Rai 1, Rai 2 e Rai 3), a quelli meno commerciali quali Rai 4 (Serie tv), Rai 5 (Arte, Musica, Spettacoli), Rai Storia, quelli sportivi (Rai Sport 1 e 2), quelli per bambini (Rai Scuola, Rai Gulp e Rai YoYo), un canale All News (Rai News 24), senza dimenticare il servizio giornalistico offerto a livello regionale (Tg Regione) e quello Parlamentare (Rai Parlamento), oltre che ai vari Rai Movie, Rai Premium che spesso allietano i pomeriggi delle donne di mezza età. A tutto ciò vanno aggiunte 10 stazioni Radio, tra generaliste web radio, e le altre società controllate o collegate a Via Mazzini su cui non intendo dilungarmi.
Per poter beneficiare di tutto ciò lo Stato ci chiede, come detto prima, 113.50 euro all’anno, una cifra che con una Pay TV finiamo per pagare in circa due mesi, dunque, non ci si nasconda dietro frasi del tipo “Il canone è alto” o “Se la Rai offrisse un prodotto migliore ci sarebbe una minore evasione”, la verità è che se l’offerta fosse migliore l’evasore tipo si sentirebbe ancora più furbo ad evaderla. Dunque, criticare il governo perché cerca un espediente per far pagare a tutti una tassa che esiste praticamente da sempre, magari abbassandola ai cittadini che già la pagano, è un atteggiamento malsano, figlio di una politica che ha ben chiaro le caratteristiche dell’elettore mediano.
Infine, mi sento di fare una mia proposta per quanto concerne una possibile riforma della RAI: a mio avviso, la TV di Stato italiana andrebbe scissa in due entità, una, interamente finanziata dal Canone e apolitica, con l’obiettivo di promuovere la cultura nel nostro Paese, dunque informazione, documentari ecc., insomma quello che è ascrivile a “Servizio pubblico”, una seconda, invece, interamente finanziata dalla pubblicità, come del resto le altre tv generaliste, in modo da avere anche una concorrenza più leale nei confronti degli altri operatori, sulla quale trasmettere ciò che il mercato vuole, che siano reality, talent, programmi di cucina o ciò che vi pare, perché, al di là dell’idea che ciascuno di noi ha della RAI, trovo fuori dal mondo dover finanziare con i nostri soldi simili “porcate”.

Il Cavallo Rai nella sede di Viale Mazzini