Ieri il Governatore della Bce Mario Draghi ha ufficialmente lanciato il suo piano di quantitative easing seguendo finalmente la strada tracciata dai suoi omologhi Yellen e Kuroda, rispettivamente a capo di Fed e Boj. Tale piano consiste nell’acquisto di titoli per un importo di 1,140 miliardi  di euro (60 miliardi di euro al mese), a partire da Marzo 2016 e almeno fino al settembre 2016, allo scopo di rimettere in moto l’economia europea. Si dice “almeno” perché l’acquisto di titoli in realtà dovrebbe continuare fino a che non si raggiunga l’obiettivo di un tasso di inflazione vicino al 2%, come il trattato di Maastricht impone, in modo da uscire dalla deflazione in cui, per bocca dello stesso Draghi, resteremo per tutto il 2015 (a dicembre eravamo allo -0.2%). La BCE, con tale manovra, si aspetta, in primo luogo, di deprezzare l’euro, in modo da rendere più profittevoli le nostre esportazioni (fatte salve guerre tra valute); un aumento di richieste dei nostri prodotti, infatti, avrebbe delle conseguenze positive sull’occupazione. In secondo luogo, ci si attende un calo dei rendimenti, ossia degli spread, in modo da ridurre la mole di interessi da pagare sul debito e, infine, come dicevo, un aumento dell’inflazione, la quale comporterebbe una diminuzione reale dei debiti pubblici dei Paesi membri. I 60 miliardi di euro al mese andranno ripartiti tra i Paesi membri in ragione del capitale della Bce detenuto da ciascuna banca centrale nazionale e quindi per il 25.6% dalla Germania, 20.1% dalla Francia, 17.5% dall’Italia e via di seguito; saranno esclusi quei Paesi con un rating inferiore al BBB (una nostra ulteriore bocciatura da questo punto di vista ci porterebbe quindi fuori da questo piano), salvo che non siano concesse delle deroghe in presenza di un concordato economico con le autorità europee, come nel caso di Grecia e Cipro. Un punto importante di questo piano è la ripartizione del rischio che sarà per il 20% a carico della Bce, quindi condiviso da tutti i Paesi membri, mentre il restante 80% rimarrà a carico delle rispettive banche nazionali. Questo cosa significa? Significa che nel caso di default di uno dei Paesi la maggior parte delle conseguenze saranno a carico del Paese stesso e non dell’intera UE. In realtà, è difficile che ciò accada, perché la moneta è comunque unica ed è stupido pensare che gli altri Paesi non subiranno comunque le gravi conseguenze del default di uno di essi, senza contare poi che, in tal caso, scatterebbe il piano di salvataggio OMT (Outright Monetary Transactions), le cui perdite derivanti dall’acquisto di titoli di Stato del Paese in default, stavolta, sarebbero mutualizzate da tutti i Paesi membri. Se da un punto di vista teorico si tratta di una sconfitta perché agli occhi del mondo l’UE appare tutto fuorché unita, dal punto di vista pratico, a mio avviso, si tratta di un mero contentino concesso all’opinione pubblica tedesca, sempre restia ad “aiutare” i cosiddetti Paesi cicala. Una cosa però appare certa: c’è da augurarsi che tutto vada liscio. Affinché ciò accada, è necessario che si continui sulla strada delle riforme, è pretenzioso, oltre che sbagliato ritenere, che questa singola misura ci riporti verso un sentiero di crescita stabile. Una cosa mi preme sottolineare: già da ieri sera nei tg e nei talk si faceva un gran parlare del ruolo avuto dal semestre di presidenza italiano, con i vari rappresentanti dei partiti che sostengono il governo intenti ad addossarsi meriti: non fatevi prendere in giro. La realtà è che a livello di trattati non è cambiato nulla e, purtroppo, nulla potrà cambiare. Affinché si possa attuare una modifica dei trattati, infatti, è necessaria l’unanimità, cosa che, data la presenza della Germania, probabilmente mai accadrà. La misura di Draghi è soltanto un modo intelligente di aggirare i trattati, mi spiego: la BCE, costruita sulla base della Bundesbank, pone come obiettivo principale del suo mandato quello della stabilità dei prezzi, fissando un tasso di inflazione vicino al 2%, quindi, assai lontano dall’attuale -0.2%, come sottolineato in precedenza; è solo grazie a questo che Draghi ha potuto mettere a punto il suo piano che, se le cose dovessero andare come auspicato, ridarà ossigeno all’eurozona. Il rigore e l’austerity sono stati quindi aggirati e non soppressi, la visione europea resta la medesima (potete approfondire tale aspetto cercando sul mio blog l’articolo “E se questa fosse la volta sbagliata?”) e con essa tutte le incongruenze di un’unione assai lontana dal progetto iniziale di Robert Schuman.