La morte come leva di marketing.

da | Gen 15, 2015 | Altro | 1 commento

La morte è una leva di marketing incredibile e il massacro avvenuto qualche giorno fa alla testata di Charlie Hebdo ne è solo l’ennesima riprova. Sono bastate 12 vittime per far lievitare la tiratura di una rivista dai contenuti spesso deprecabili, da 60mila a circa 5 milioni, e nei prossimi giorni sono attese nuove ristampe.
Trovo ci sia un filo conduttore che lega questa strage ed ormai tutte quelle del nostro tempo: basti pensare all’omicidio di Sarah Scazzi con i passanti intenti a scattare una foto davanti all’ingresso dello zio Michele, o alla Costa Concordia, con fior di turisti accorsi per scattare la propria foto ricordo o, ancora, al selfie con la salma di Pino Daniele.
L’idea di poter far soldi sulle tragedie altrui è tanto becera quanto geniale, sembra che quel misto tra paura e rispetto che una una volta si nutriva verso la morte sia ormai superato, il business prima di tutto, d’altronde, come direbbe qualche vecchietto del mio paesino “Il problema è di chi muore…”, e sembra che l’umanità abbia ormai ben afferrato il concetto.

Si è fatto un gran parlare dello scopo benefico dell’iniziativa, per esempio, in Italia il “Fatto quotidiano” si è subito prodigato di far sapere che il ricavato dell’iniziativa sarà devoluto ai parenti delle vittime, ciò nonostante, nutro forti dubbi che l’intero ricavato delle vendite di questa rivista, che è ormai divenuto un cult in tutto l’Occidente, finisca nelle tasche dei congiunti delle vittime, senza contare poi i risvolti in termini di pubblicità che questa decisione porterà al giornale, probabilmente incalcolabili.

Mettendo da parte quest’aspetto, la cosa che più mi fa rabbia è il veder mortificata un’iniziativa che sarebbe da lodare ma che, una volta diventata mainstream, finisce per essere tremendamente svilita: bisognerebbe spiegare ai nuovi lettori che questa campagna non ha la funzione di lodare una rivista che, come detto, ha spesso fatto discutere per i suoi contenuti, e neppure quello di poterla esibire sui social, magari con i tanto in voga selfie, quanto, piuttosto, quella di difendere l’opinione altrui, qualunque essa sia, soprattutto se essa rappresenta la minoranza; ciò rappresenta la base di ogni democrazia, insomma come direbbe Evelyn Beatrice Hall «I disapprove of what you say, but I will defend to the death your right to say it».

In conclusione, con un velo di amarezza, dico che mi piacerebbe diventasse mainstream, e quindi economicamente profittevole, anche ciò che sta accadendo in Nigeria, dove bambine di dieci anni vengono riempite di esplosivo e fatte esplodere nelle piazze, e così di seguito per tutte le tragedie che accadono ogni giorno in posti più lontani e meno famosi dell’Occidente. Purtroppo, il mondo e la storia insegnano che le guerre si fanno quando c’è da guadagnare, gli scopi umanitari sono spesso un pretesto più che una causa di un intervento militare, ma se non si recupera un pizzico di umanità quando di mezzo ci sono delle piccole anime, allora quando?

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