Per l’articolo di dicembre avrei potuto agevolmente mettere giù il classico sermone sul consumismo ed il Natale, di quanto questa ricorrenza abbia perso per molti gran parte del suo valore e così via, invece no.

Non mi piace trattare argomenti inflazionati nei quali qualsiasi cosa scritta risulti già letta o sentita altrove, e non mi piace neppure rassegnarmi all’idea che tutto ciò che è tradizione sia destinato a scomparire. Per questo motivo ho deciso di riesumare e approfondire uno dei simboli più autentici del Natale e, personalmente, quello che più preferisco, il Presepe.

Le prime fonti per la raffigurazione del Presepe si trovano nei 180 versetti dei Vangeli di Matteo e di Luca cosiddetti “dell’infanzia”, che riportano la nascita di Gesù avvenuta al tempo di re Erode, a Betlemme di Giudea, piccola borgata ma sin da allora nobile, in quanto aveva dato i natali a re Davide. Molti elementi del Presepe, però, derivano dai Vangeli apocrifi (*) e da altre tradizioni, come il protovangelo di Giacomo.

L’idea di Presepe come la conosciamo oggi, invece, nasce, secondo la tradizione, dal desiderio di San Francesco d’Assisi di far rivivere in uno scenario naturale la Natalità; egli, dopo aver ottenuto il permesso da Papa Onorio III, coinvolse il popolo nella rievocazione, la quale ebbe luogo a Greccio la notte di Natale del 1223, episodio rappresentato poi da Giotto nell’affresco della Basilica Superiore di Assisi. Primo esempio di Presepe inanimato è invece quello di Arnolfo di Carnobio, il quale, qualche anno più tardi, nel 1280, scolpì le statue nel legno, del quale oggi si conservano ancora le residue nella cripta della Cappella Sistina di S. Maria Maggiore in Roma. Da allora e fino alla metà del 1400, gli artisti produssero statue di legno o terracotta che provvedevano a sistemare davanti a una pittura riproducente un paesaggio come sfondo alla scena della Natività, il tutto collocato all’interno delle chiese. Culla di tale attività artistica fu la Toscana ma ben presto il Presepe si diffuse nel regno di Napoli ad opera di Carlo III di Borbone e nel resto degli Stati italiani.

Nella sua prima rappresentazione, come detto, quella di San Francesco, nella grotta allestita non erano presenti la Vergine Maria e San Giuseppe, ma soltanto una mangiatoia, dal latino praesaepe – da cui prende il nome – e i due animali simboli della tradizione, il bue e l’asinello. Essi derivano dal cosiddetto protovangelo di Giacomo e da un’antica profezia di Isaia che scrive “Il bue ha riconosciuto il suo proprietario e l’asino la greppia del suo padrone”. Sebbene Isaia non si riferisse alla nascita del Cristo, l’immagine dei due animali venne utilizzata comunque come simbolo degli ebrei, rappresentati dal bue, in segno di saggezza, e dei pagani, rappresentati dall’asino, ancora oggi associato all’ignoranza.

Successivamente vennero aggiunti la Madonna, la quale indossa un manto azzurro a simboleggiare il cielo e San Giuseppe, il cui manto dai toni dimessi rappresenta l’umiltà.

Riguardo il luogo in cui, secondo la tradizione, Maria diede alla luce Gesù, nei Vangeli canonici non c’è alcun riferimento esplicito ad una grotta (o stalla). E’ vero, però, che la Basilica della Natività di Betlemme sorge proprio accanto ad una grotta; più in generale, essa rappresenta, seguendo un antico simbolismo, la porta d’accesso al regno dei misteri: varcarla significa entrare in un mondo sconosciuto ed oscuro, l’unico dove il mistero, lontano dagli occhi dei profani, può prendere vita. Il filosofo e teologo greco Porfirio, poi, identifica la grotta come il luogo in cui si trovano le acque primordiali che provocano la nascita e rinascita ad una nuova vita, non a caso si tratta di un simbolo particolarmente ricorrente nei culti religiosi mediorientali, anche Mitra, per esempio, divinità persiana venerata tra i soldati romani, si diceva fosse nato da una pietra.

Riguardo invece la figura dei Magi, essi derivano dal Vangelo di Matteo, ma è il Vangelo armeno dell’infanzia, apocrifo, a fornirne il numero, stabilito in tre a seguito di un decreto papale di Leone I Magno –  prima si oscillava tra due e dodici – ed i nomi – Melkon, Gaspar e Balthasar – dei sacerdoti persiani, poi “rivisti” come un persiano, recante in dono oro, un arabo meridionale, recante incenso, ed un etiope, mirra. In questo modo i Re Magi entrarono nel Presepe, sia incarnando le ambientazioni esotiche, sia come simbolo delle tre popolazioni del mondo allora conosciute, ossia Europa, Asia ed Africa. Persino le vesti o i cavalli (o i cammelli) dei tre Magi richiamano i tre colori della trasformazione alchemica della coscienza verso la consapevolezza assoluta, “nigredo”, “rubedo” e ”albedo”: il loro è il viaggio iniziatico dell’uomo verso l’auto-realizzazione e richiama anche il cammino giornaliero del sole, bianco all’aurora, rosso al pomeriggio e nero durante la notte, secondo un ciclo a cui nessuno, né la natura e né gli uomini, possono sfuggire.

Come detto, nel VI secolo il presepe si diffuse a Napoli e, nei secoli a seguire, si delineò una vera e propria competizione tra le famiglie più abbienti nella realizzazione del Presepe più bello. E’ proprio grazie alla passione del popolo napoletano che si osservò l’introduzione di tanti altri personaggi popolari, divenuti ormai imprescindibili per la realizzazione di un Presepe che si rispetti.

E’ il caso di Benino (o Benito), il famoso pastorello dormiente. Egli rappresenta il cammino da affrontare fino alla grotta centrale (dove il mistero verrà svelato) – per questo motivo è di solito posto su un’altura – ad indicare l’inizio del percorso. Benino dorme e sogna: soltanto una condizione di non-coscienza, o di coscienza alterata ci può permettere un viaggio iniziatico/evolutivo come questo, in cui il fine ultimo è il Risveglio e la Rinascita della coscienza a un livello superiore, oltre la sfera terrena. Il sonno inoltre è pieno di simboli, gli unici in grado di svelare la relazione tra il Cielo e la Terra a coloro che posseggono gli strumenti per capire, secondo una concezione “settaria” che per molto tempo ha caratterizzato i viaggi iniziatici. Altri personaggi popolari sono altrettanto ricchi di significato: la Lavandaia è colei che purifica le vesti dei defunti ed è anche metafora del parto (levatrice/lavatrice); la Zingara, spesso posta vicino ad un Pozzo – l’apertura che mette in comunicazione l’Alto ed il Basso, il Cielo e la Terra – è allusione all’elemento lunare e profetico e simboleggia la profezia della venuta del Cristo. Anche la Fontana, a sua volta, richiama i luoghi umidi delle credenze popolari dove solitamente si manifestavano fatti magici e dove avvenivano “incontri” inspiegabili. La tradizione riconosce inoltre nella figura della giovane che si accinge ad attingere acqua, con in mano la brocca da riempire, una metafora dell’episodio evangelico dell’Annunciazione e del concepimento di Maria (acqua come grembo materno e come fonte primaria di vita). La Zingara con il bambino in braccio, invece, alluderebbe alla fuga in Egitto di Maria. L’osteria con l’Oste ha un significato profondo: nel presepe napoletano esso è l’incarnazione del Male e del Diavolo. Da sempre il diavolo si presenta in vesti camuffate agli uomini: il suo fine è di attrarli verso il male senza che questi possano averne coscienza e di manifestarsi, eventualmente, solo a compito avvenuto. Nel presepe, l’Oste attira la gente nell’osteria e lì, tra l’ebbrezza del vino e del cibo, obnubila la coscienza e impedisce agli uomini di accorgersi che poco più lontano il Figlio di Dio sta venendo alla luce, dando vita al mistero più grande di tutti i tempi. Talvolta, davanti all’osteria, troviamo la Meretrice, che si contrappone alla purezza della Vergine. In altre tradizioni il diavolo può essere impersonato dal panettiere o dal fornaio: il pane materiale che ha preso vita in un forno, simbolo del fuoco dell’Inferno, sostituisce quello spirituale e sazia il corpo senza nutrire lo spirito. Anche il Pescatore e il Cacciatore hanno una collocazione scenica significativa: entrambi sono vicini alle acque di un fiume, dove “tutto scorre”, compresa la vita stessa. Mentre il Pescatore allude al Pescatore di anime che sarà il Cristo (e al pesce come nutrimento) e quindi viene posizionato in alto, il Cacciatore sta in basso e rappresenta la caccia “terrena” finalizzata alla sola sopravvivenza del corpo. Elementi scenici importantissimi sono: il Ponte, simbolo del passaggio all’Aldilà; il Mulino fornito di ruota o di pale: i giri ricordano il tempo che trascorre, passa e ricomincia. La Macina che schiaccia il grano per produrre la farina diviene sinonimo della morte che precede la vita: dalla farina infatti prenderà vita il pane, nutrimento indispensabile per la vita stessa.  Le pecore, infine, rappresentano il popolo di Dio di cui Cristo è unico Pastore. Insomma, verrebbe da dire, nessun pastorello è lì per caso.

Per chi ama quest’arte o, più semplicemente, vuole respirare aria di Natale, una passeggiata a San Gregorio Armeno è d’obbligo: la strada del centro storico di Napoli, celebre per le botteghe artigiane di presepi. Qui, sapienti artigiani realizzano, ormai durante tutto il corso dell’anno, statuine per i presepi, sia tradizionali che originali; solitamente ogni anno, i più eccentrici, realizzano statuine con fattezze di personaggi di stringente attualità che magari si sono distinti in positivo o in negativo durante il corso dell’anno che ormai volge al termine. Infine, con l’auspicio che ti abbia fatto venir voglia di fare il Presepe, ne approfitto per augurare a te lettore un sereno Natale e, parafrasando il grande Eduardo, ti chiedo: te piacè l”articolò?

 

(*)testo non incluso nell’elenco dei libri sacri della Bibbia, ritenuti ispirati e pertanto non usato a livello dottrinale e liturgico.

 

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