Il primo maggio, come avrete senz’altro avuto modo di apprendere dalla tv, ha preso il via Expo 2015. Si tratta di un evento mastodontico, 1.1 milioni di metri quadrati di esposizione, più di 140 Paesi e Organizzazioni internazionali coinvolti ed oltre 20 milioni di visitatori attesi, che porrà per 6 mesi l’Italia, ed in particolare la città di Milano, al centro del mondo.

Sin dalla prima edizione, tenutasi a Londra nel 1851, l’Esposizione Universale è stata il palcoscenico ideale dei traguardi più ambiziosi dell’uomo, un’occasione per condividere innovazione, avanzamenti tecnologici e scoperte di grande aspirazione, nonché progetti architettonici e movimenti artistici, basti pensare che la Torre Eiffel venne eretta a Parigi proprio in occasione dell’Esposizione del 1889.

Fin dall’inizio, dunque, l’Esposizione Universale è stata il teatro per rappresentare la creatività e l’ingegno dell’uomo attraverso la messa in scena di quanto di meglio ogni Paese potesse rappresentare al mondo. Negli anni, le forme e le modalità dell’Esposizione sono via via cambiate, evolute, spostandosi verso la trattazione e la comprensione dei grandi problemi dell’umanità. Nelle recenti esposizioni di Saragozza, Yeosu e Shanghai, per esempio, i temi trattati furono, rispettivamente, quelli legati all’acqua, agli oceani e della qualità della vita nelle metropoli. Stavolta, il tema scelto per la nuova edizione di Expo è il problema della nutrizione per l’uomo ed il rispetto della Terra sul quale vive. Si tratta di un problema quasi dimenticato, accantonato, spesso riesumato soltanto per convincere i nostri bambini riluttanti a mangiare una determinata pietanza “Mangia, in Africa ci sono bambini che muoiono di fame”, un tema che difficilmente riusciamo a sentire nostro, al di là della retorica, un qualcosa che ci appare lontano, quasi che non ci riguardi, nonostante la Crisi che stiamo attraversando l’abbia reso in qualche modo meno sfocato, più tangibile. Eppure, che il 20% della popolazione possieda l’86% della ricchezza mondiale, che nel mondo ci siano ancora 805 milioni di persone cronicamente sottoalimentate, o che più di 1.2 miliardi di persone nel mondo vivano con meno di 1,25 dollari al giorno, rappresentano dati piuttosto diffusi; nonostante ciò, si fatica a fare qualcosa di concreto, continuiamo a sprecare cibo, continuiamo a buttarlo via. Tale disuguaglianza, la più grave che possa esserci, in quanto il cibo rappresenta la vita, senza di esso moriamo, dovrebbe farci provare una profonda vergogna. Invece, questo mondo vive da circa un quarto di secolo anteponendo dogmi economici come quello, per esempio, della cosiddetta “mano invisibile” di Adam Smith, o quello del consumismo come strumento di raggiungimento della felicità, a quelli della cristianità, anzi, oserei dire a quelli dell’umanità, dato che non conosco culti religiosi che non prevedano il diritto al cibo, alla vita.

La voragine sempre più ampia che separa ricchi e poveri dovrebbe inquietarci, perché potrebbe rappresentare il primo passo verso una guerra, una guerra tra bisognosi da un lato, e privilegiati dall’altro, con i primi sempre più abbandonati a loro stessi, alla miseria, all’ignoranza e a regressioni tribali che potrebbero generare violenze persino tra gli stessi poveri, continuamente defraudati delle loro terre e delle poche ricchezze naturali di cui ancora dispongono.

Viviamo in un mondo spaccato in due, due parti per altro di ampiezza profondamente diversa: da un lato, il ricco Occidente, in cui cresce il numero di persone obese, le cui malattie che ne conseguono, tra le altre infarto, ictus, tumori, sono tra le prime cause di morte, con i governi continuamente impegnati a diffondere la prevenzione, e, dall’altro, chi continua a morire per l’esatto opposto, ossia fame e malnutrizione.

Si è perduta la grande nozione cristiana del bene comune, l’esigenza di giustizia ed equità. Se ci pensate, ciascuno di noi non ha nessun merito di essere nato qui, avrebbe potuto tranquillamente nascere altrove e fare la fame, esattamente come gli altri; la Terra è stata affidata da Dio a tutta l’umanità, non soltanto a noi e, soprattutto, non è di nostra proprietà, “La terra è di Dio e su di essa noi siamo solo ospiti e pellegrini (Lv 25,23)”. Questo pianeta è stato affidato a tutta l’umanità in modo da essere lavorato e custodito al fine di fornire a tutti le risorse necessarie alla vita. Il gesto dello spezzare il pane che ogni domenica il prete compie in ricordo dell’ultima cena non ha a che vedere con le nostre abbuffate domenicali, bensì con un più generale gesto di condivisione di tutto ciò che la natura ci offre, nel rispetto non solo dell’atto ultimo del mangiare, ma di tutta la filiera ad esso legata, ossia dal rispetto del lavoro del produttore di alimenti, del riconoscimento del lavoro dei contadini, con un particolare accento verso la sostenibilità sociale ed ecologica.

Da cristiani, anzi, ribadisco, da esseri umani, abbiamo il dovere di rendere questo mondo più equo e solidale, il cibo quando non è condiviso è veleno per chi se lo accaparra e morte per chi non ce l’ha. Questi temi, come sostenevo in precedenza, sono divenuti più reali con l’avanzare della Crisi in quanto una sensazione di abbandono, di sfruttamento, il quasi diventare degli avanzi, degli scarti di questa società, ha cominciato, seppur in toni minori, ad essere percepita anche nelle nostre comunità, dimostrando che la miseria può esistere e diffondersi anche tra noi.

In tutta onestà non credo che un evento patinato come Expo possa offrire soluzioni reali e soprattutto definitive a problematiche vecchie come il mondo, quali quello della fame nel mondo e quello di un maggior rispetto verso l’ambiente, anzi, gli scandali di corruzione emersi durante la sua realizzazione farebbero pensare a tutt’altro, so però che il solo sollevare tali problematiche, il solo renderle di dominio pubblico, il solo risvegliare le coscienze, anche talvolta attraverso un pizzico di mondanità, può rappresentare un primo passo verso la loro soluzione.

Nel corso di Expo, i singoli cittadini, le associazioni e le imprese avranno la possibilità di sottoscrivere un documento, la Carta di Milano, che attiene alla promessa di un utilizzo sostenibile delle risorse del Pianeta e la richiesta con forza ai governi e alle istituzioni internazionali di adottare regole e politiche a livello nazionale e globale per garantire al Pianeta un futuro più equo e sostenibile.

In particolare, i temi principali della Carta di Milano attengono alla ricerca di modelli economici e produttivi che possano garantire uno sviluppo sostenibile in ambito economico e sociale, la ricerca di quali tra i diversi tipi di agricoltura esistenti riusciranno a produrre una quantità sufficiente di cibo sano senza danneggiare le risorse idriche e la biodiversità, lo studio delle migliori pratiche e tecnologie per ridurre le disuguaglianze all’interno delle città, dove si sta concentrando la maggior parte della popolazione umana e, infine, come riuscire a considerare il cibo non solo come mera fonte di nutrizione, ma anche come identità socio-culturale.

Quando recitiamo il Padre Nostro ricordiamo che esso recita “Dacci il nostro pane quotidiano”, ossia dallo a noi tutti, perché il Padre non è “mio” o “tuo”, ma, appunto, è nostro, di tutti noi.

 

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