Pensavo di dedicare questo mio primo articolo ad un argomento oggetto dei miei studi, la situazione greca, per esempio, poi, osservando con attenzione la nostra comunità, mi sono reso conto che la domenica mattina, dopo la Santa Messa, in Piazzetta a Nerano il tema più dibattuto non era questo, bensì quello dell’immigrazione, e allora mi sono detto, occupiamoci di questo, ci sarà tempo, se mi sarà ancora concesso di scrivere su queste pagine, di occuparmi d’altro.

Nei confronti degli immigrati, l’atteggiamento della nostra comunità oscilla tra il pietismo, la diffidenza e l’ostilità, con una netta prevalenza di quest’ultimo.

Sebbene il cattolicesimo si ponga agli antipodi di tali atteggiamenti, e, ciascuno di noi, rifiuti categoricamente di essere etichettato come “razzista”, nel momento in cui ascoltiamo al Tg un fatto di cronaca che ha per oggetto un immigrato, un sentimento di terrore, misto a insofferenza, sembra prendere il sopravvento su tutto il resto; tale condizione, poi, tende ad acuirsi nel momento in cui alcuni esponenti politici sfruttano tale clima al fine di costruire, su di esso, il proprio consenso.

I luoghi comuni più gettonati in materia di immigrazione possono essere sintetizzati nelle seguenti espressioni:

  1. “C’è un’invasione di stranieri”; i flussi di migratori verso l’Italia, seppur in leggero aumento, permangono enormemente inferiori rispetto a quelli osservati in altre Nazioni europee paragonabili alla nostra, Francia e Germania, per esempio. La minaccia terrorismo, inoltre, altra tesi addotta all’invasione, è, a mio modo di vedere, poco rispondente alla realtà: gli attentati di Parigi, che hanno avuto come bersaglio la sede della rivista Charlie Hebdo, i cui giornalisti si resero protagonisti di discutibili vignette che avevano per oggetto il profeta dell’Islam, Maometto, hanno mostrato che il pericolo, a differenza che in passato, non arriva dall’esterno ma, al contrario, si cela nelle nostre città: gli attentatori, infatti, nonostante all’inizio fossero stati etichettati come algerini, erano, in realtà, tutti cittadini francesi, nati e cresciuti in Francia, non quindi immigrati dell’ultim’ora. Per tali ragioni, eliminare il trattato di Schengen, come sostenuto a caldo da alcune fazioni politiche, il quale, ricordiamo, disciplina la libera circolazione dei cittadini tra i Paesi firmatari di tale trattato, sarebbe del tutto inutile, o qualcuno pensa forse di attuare una nuova diaspora, avente per oggetto, stavolta, tutti i cittadini europei di fede musulmana? Siamo seri. Proibire gli sbarchi, inoltre, potrebbe risultare addirittura deleterio per la lotta al terrorismo, in quanto, quei disperati che affollano i barconi, sentendosi rifiutati dal “Civile Occidente”, da loro ritenuto unica àncora di salvezza, potrebbero cadere preda del fondamentalismo islamico, finendo così per ingrossare le fila dell’ISIS. La storia ci ha insegnato che il fondamentalismo islamico non può essere sconfitto attraverso la strategia del “muro contro muro”, i fallimenti in Afghanistan, Iraq e Libia sono lì a dimostrarlo e, le potenze occidentali, pare l’abbiano finalmente compreso: questa è una guerra che va combattuta con armi non convenzionali, quelle dell’istruzione, della civiltà e della conoscenza; bisogna creare un’alternativa reale e concreta per le popolazioni che soffrono, l’abbandono e, quindi, l’isolamento dei terroristi, ne sarà la naturale conseguenza.
  2. “Portano malattie”; le persone che decidono di emigrare, se si escludono emergenze incombenti, quali guerre, epidemie o disastri naturali, sono di norma i più giovani, ricchi e colti, quindi tendenzialmente i più sani; che si ammalino successivamente, a causa delle precarie condizioni di vita nelle quali sono costretti a vivere, è un altro discorso.
  3. “Sono tutti criminali”; partendo dal presupposto che i criminali non hanno nazionalità, ne esistono di italiani come di qualsiasi altro Paese, va detto che gli immigrati che si rendono protagonisti di reati minori, avendo difficoltà con la lingua, nonché scarse possibilità economiche, finiscono in carcere, non tanto quindi per la gravità e l’efferatezza dei reati che compiono, quanto per l’impossibilità di difendersi; l’alto numero di immigrati che popola le nostre carceri sarebbe quindi così spiegabile.
  4. “Sottraggono lavoro agli italiani”; la verità è che gli immigrati spesso trovano impiego in lavori che gli italiani non vogliono più fare, quante badanti italiane, per esempio, conoscete? Io nessuna. E di italiani ancora disposti a lavorare nel settore agricolo? Pochissimi.

Inoltre, dare un lavoro agli immigrati può essere un’opportunità per un Paese, come il nostro, alle prese con un sistema previdenziale allo strenuo; i loro contributi, infatti, essendo il nostro sistema pensionistico organizzato “a ripartizione” (ciò significa che i contributi versati oggi dai lavoratori vanno a finanziare direttamente le pensioni degli anziani di oggi), andrebbero a finanziare le pensioni dei nostri nonni. Chiaramente, affinché ciò avvenga, è necessario che il loro lavoro sia regolarizzato; è quindi auspicabile che le nostre imprese utilizzino strumenti diversi da quello del lavoro nero per costruire il proprio vantaggio competitivo.

Quanto detto sinora sta a significare che l’Italia dovrebbe farsi carico di tutti gli immigrati che giungono ai nostri confini? No, questo no, nella maniera più assoluta. È opportuno, però, che faccia la sua parte in un quadro di aiuti europeo: accogliere infatti, nel nostro Paese, in pianta stabile, un numero eccessivo di immigrati, significherebbe destinare risorse troppo esigue per ciascuno di essi; il pietismo, uno degli atteggiamenti a cui facevo riferimento all’inizio di quest’articolo, porta alla ghettizzazione, le baraccopoli situate nelle periferie delle nostre città ne sono la prova, è solo con l’integrazione che si ridà dignità all’essere umano.

Ciò che voglio dire è che multiculturalismo deve essere recepito come una risorsa, non come un cancro da estirpare. Chiaramente ci vorrà del tempo, l’Italia, sebbene abbia sperimentato sulla pelle di tanti suoi cittadini cosa voglia dire emigrare, non ha, nel contempo, un passato coloniale importante dal quale poter attingere, viviamo in un Paese in cui si fatica persino a ritenere che una persona di colore possa essere italiana; sono altresì convinto che prima o poi ci arriveremo, dobbiamo arrivarci! Guardate per esempio gli Stati Uniti, la prima economia al mondo, credete sarebbe tale senza l’apporto di razze ed etnie di ogni tipo? Gli Stati Uniti rappresentano il più grande esempio da osservare da questo punto di vista: un tempo, terra di conquista degli europei, che fecero razzie dei nativi americani, deportarono le popolazioni africane verso il Nuovo Mondo condannandole alla schiavitù, ma che, grazie all’apporto di grandi personalità quali Abraham Lincoln e Martin Luther King, diedero il là a ciò che adesso conosciamo, ossia un Paese che dà a tutti la possibilità di emergere, il cui attuale Presidente, Barack Obama, primo uomo di colore della storia occidentale a ricoprire tale carica, nato dall’unione di un keniota di fede musulmana e di un’americana bianca cattolica di origini anglo-tedesche, ne rappresenta il più incredibile esempio.

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