Janet-Yellen

L’ultimo saluto di Janet Yellen, Presidente uscente della Federal Reserve.

Come ampiamente previsto e, per altro, da tempo annunciato, la Fed, nella giornata di ieri, ha attuato il terzo aumento dei tassi per quest’anno, portandoli all’1.50% o, meglio, dato che la Federal Reserve americana, a differenza della BCE, non dà un valore puntuale bensì un intervallo, all’1.25-1.50%.

Decisione non unanime ma con una buona maggioranza: 7 voti contro 2.

Prosegue dunque senza intoppi la normalizzazione della politica monetaria statunitense, nonostante gli scossoni dati da Trump negli ultimi mesi: prima, con la nomina di Jerome Powell come successore di Janet Yellen alla guida della Fed, poi, con la tanto chiacchierata riforma fiscale, che avrà il compito di dare attuazione al fortunato slogan della sua campagna elettorale “Make America Great Again”, dopo un anno di stasi sul fronte interno.

Poche le novità fornite da Yellen – lecito, da un Presidente uscente – che ha pressoché confermato le indicazioni degli ultimi board: investimenti in ripresa, aumento dei consumi moderato, mercato del lavoro solido e tasso d’inflazione ancora distante dal target.

Proprio su questi due ultimi due punti, mercato del lavoro e tasso di inflazione, la Yellen ha praticamente confermato l’allentamento del vincolo tra le due grandezze, asserendo che “La nostra conoscenza dee forze che guidano l’inflazione è imperfetta”, argomento da me trattato in uno dei miei ultimi pezzi dal titolo “Nesso tra inflazione e disoccupazione: ancora esistente?”.




Vi lascio con la road map che la Fed dovrebbe seguire nei prossimi anni:

  • 3 rialzi da 0.25 punti percentuali per il 2018, in modo da portare i tassi al 2-2.25%.
  • 2 nel 2019, per raggiungere il 2.50-2.75%.
  • 2 nel 2020, con il costo del denaro portato a 3-3.25%.

Ciò lascia intendere che il tasso neutrale, confermato al 2.75%, dovrebbe essere raggiunto nel giro di due anni, Trump permettendo…

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