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Michel Barnier, il responsabile UE per i negoziati sulla Brexit.

Il primo passo verso Brexit sembra compiuto.

Da quanto si apprende dal Financial Times e dal Daily Telegraph, le estenuanti trattative tra Regno Unito e Unione Europea avrebbero finalmente portato ad un primo, faticoso, accordo di massima, quello concernente l’ammontare che il Governo di Theresa May dovrà versare ai Paesi europei per l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione, tema considerato dai leader europei propedeutico a qualsiasi altra discussione.

Sul conto che i sudditi di Sua Maestà dovranno pagare regna ancora uno stretto riserbo ma si ipotizza una cifra tra i 50 ed i 60 miliardi di euro, i quali accetterebbero così di pagare per intero – comprese le passività che si estendono per i decenni futuri – quanto richiesto da Michel Barnier, il capo del gruppo di lavoro messo in piedi dalla Commissione Europea per i negoziati su Brexit.

Senza dubbio una sconfitta per i seguaci del fronte del “leave”, i quali avevano condotto la propria campagna elettorale spingendo forte sui risparmi che sarebbero derivati dal divorzio.

Ma come si arriva a questa cifra?

Per capirlo, affidiamoci a quanto scritto da Il Sole 24 Ore: “10 miliardi all’anno per i due anni di transizione dopo Brexit chiesti da Londra tra il 2019 e il 2021,(che i Ventisette sono pronti a concederle) a cui bisogna aggiungere 20-30 miliardi che sono gli impegni finanziari promessi ma non ancora versati inclusi nel bilancio comunitario 2014-2020. A questo totale bisogna sommare alcuni miliardi fuori bilancio per pagare tra le altre cose le pensioni dei funzionari europei.”

Altro che risparmi dunque, la bolletta sarà salata, a riprova del fatto che il populismo prima o poi è costretto a scontrarsi con la dura realtà e a poco servirà aver tenuto i negoziati lontano dalle telecamere per evitare strascichi tra l’opinione pubblica: nei prossimi giorni, verosimilmente lunedì 4 dicembre, data in cui avverrà l’incontro tra la Premier inglese Theresa May e il Presidente della Commissione Europea, Jean Claude Juncker, il Governo britannico sarà costretto a vuotare il sacco.




Sciolto questo nodo, la discussione si sposterà verso le altre due spinose questioni, il rapporto tra Repubblica d’Irlanda ed Irlanda del Nord e i diritti dei cittadini comunitari residenti nel Regno Unito e viceversa.

Riguardo il primo punto, è importante ricordare che, mentre l’Irlanda è membro dell’UE e dell’Eurozona, l’Irlanda del Nord fa parte del Regno Unito, dunque, dovrà essere trovata una soluzione per l’unico confine fisico tra Unione Europea e Gran Bretagna che, con l’uscita di quest’ultima, diventerà zona di frontiera.

Dublino vorrebbe mantenere un’uniformità regolamentare sull’intera isola, preservando così gli scambi commerciali tra le due aree, ciò però si tradurrebbe nella creazione di due diversi regimi in seno al Regno Unito, ipotesi probabilmente inaccettabile, in quanto minerebbe la sovranità stessa della Gran Bretagna, già infastidita dalla Premier scozzese, Nicola Sturgeon, vogliosa di restare in Europa.

Un’ipotesi assai remota sarebbe la riunificazione dell’Irlanda, con l’Irlanda del Nord che, venendo inglobata dalla Repubblica d’Irlanda, così come avvenuto durante la riunificazione della Germania, aderirebbe automaticamente all’Unione. Staremo a vedere.

Riguardo, invece, il secondo punto, ossia quello del mantenimento dei diritti dei cittadini comunitari residenti nel Regno Unito e quelli degli anglosassoni residenti in Europa, nulla è ancora stato messo nero su bianco, se si eccettua le rassicurazioni di Theresa May dei mesi scorsi, del resto, sarebbe impensabile per la Gran Bretagna riuscire a sostituire con cittadini anglosassoni l’enorme mole di lavoratori, molti dei quali altamente specializzati, emigrati nel corso degli anni.

Concludo quest’articolo con una considerazione del Guardian:

“Alla fine della fiera lo stato attuale dei negoziati dimostra che la Gran Bretagna ha tenuto un referendum e sta pagando miliardi di sterline per decidere se ottenere i minimi diritti commerciali del Canada o la minima sovranità di alcuni stati vassalli come la Norvegia.”

Forse, aver deciso di uscire dall’UE non è stata proprio una grande idea.




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