Mario Draghi

Il Governatore della Banca Centrale Europea, Mario Draghi.


La giornata di ieri è stata importante per l’Eurozona.

Mario Draghi, infatti, ha mosso i primi, seppur timidi, passi verso la normalizzazione della politica monetaria nell’area euro, portando da 60 a 30 miliardi gli acquisti mensili dei titoli del debito pubblico dei Paesi membri dell’Unione, ciò che abbiamo imparato a conoscere come quantitative easing.

Dicembre 2017, dunque, scadenza inizialmente designata per la fine del programma straordinario che ha riportato giù gli spread e salvato di fatto la moneta unica, sortirà solo un alleggerimento del QE, non la sua fine, il quale si prolungherà almeno fino al settembre del 2018.

Draghi, tenendo fede al suo celebre “whatever it takes”, pronunciato nel 2012 nel bel mezzo della Crisi del Debito, non ha escluso che esso potrebbe protrarsi ulteriormente se le condizioni dell’Eurozona dovessero peggiorare.

Insomma, il numero 1 dell’Eurotower, con l’autorevolezza e la sobrietà che tutti gli riconoscono – complice anche le stime sull’inflazione ancora lontane dal target del 2% – non ha voluto fare il passo più lungo della gamba, memore forse del disastro compiuto nel 2013 dalla Federal Reserve il cui allora Presidente, Ben Bernake, con il tapering, scatenò il panico dei mercati, determinando il crollo dei prezzi e l’impennata dei rendimenti dei titoli del tesoro, proprio ciò di cui l’Eurozona, stante il positivo periodo di crescita, deve evitare.

Chiaramente, il rinnovo – seppur a mezzo regime – del QE, posticiperà ulteriormente le strette monetarie e il conseguente piano di rientro dall’enorme mole di titoli del Tesoro in pancia alla BCE, ciò significa che i tassi resteranno ancora a lungo a zero, una buona notizia, tanto per le imprese, che continueranno ad avere un agile accesso al credito, quanto per le famiglie, che potranno ancora beneficiare di mutui a tassi agevolati.

Come spiegato però dal sottoscritto oltre due anni fa su queste pagine, il quantitative easing non è la panacea, prima o poi esso dovrà finire, si tornerà alla normalità e lo scudo eretto in questi anni da Draghi non potrà più proteggerci dagli scossoni dei mercati.




A quel punto, come un severo insegnante, i mercati interrogheranno i Paesi periferici dell’Eurozona: avranno fatti i compiti a casa? Avranno approfittato del lungo periodo di tassi zero per attuare le riforme necessarie a mettere al sicuro le rispettive economie?

L’Italia, seppur stia finalmente attraversando un periodo positivo dal punto di vista della crescita economica – le stime più ottimistiche ci parlano addirittura di un dato vicino al 2% per quest’anno – continua ad avere un debito pubblico altissimo. A destare però ancor più preoccupazione tra gli investitori è l’irrisolto problema dell’instabilità politica che, stando agli ultimi sondaggi, neppure la nuova e tanto chiacchierata legge elettorale, ribattezzata “Rosatellum bis”, dovrebbe colmare, se non attraverso le ormai famose, e odiate, “larghe intese”.

Con la Consulta che, complice il mancato rispetto del vincolo della rappresentatività, ci ha negato una legge elettorale “alla francese”, quella delle larghe intese pare essere l’unica strada percorribile, a patto che i partiti smettano di comportarsi da bambini e di demonizzarsi a vicenda, anteponendo finalmente il bene del Paese alle proprie velleità di potere, altrimenti saranno guai seri.

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