grafico che spiega l'andamento del cambio peso-dollaro

Il tasso di cambio peso messicano-dollaro statunitense ha praticamente raggiunto il livello pre-Trump.

Magari qualcuno lo ricorderà, durante le elezioni americane, allo scopo di comprendere il loro andamento, utilizzai come parametro di valutazione l’oscillazione del peso messicano sul dollaro statunitense.

Il gioco era piuttosto semplice.

Se era Trump a salire nei sondaggi, causa promessa di costruzione del muro e restrizioni sulle politiche di immigrazione e commercio, esso si deprezzava, viceversa, se era la Clinton a convincere di più gli elettori e quindi i mercati, il risultato era opposto.

Alla vittoria a sorpresa di Trump seguì dunque un forte deprezzamento del peso (-18%), deprezzamento che a circa sette mesi dalla sua elezione – come osservabile dal grafico di Bloomberg in alto – appare quasi rientrato. Il divario infatti tra il tasso rilevato il 9 novembre, giorno dello spoglio – in cui gli investitori erano ancora convinti che a spuntarla sarebbe stata la Clinton – e quello attuale dista solo dell’1%.

Cosa ha riportato il peso in alto?

Non è difficile intuirlo. Le attenzioni di Trump nei suoi primi mesi di Presidenza si sono spostate altrove: la questione clima, il Muslim-ban, le provocazioni della Corea del Nord ed il Russiagate, volendo limitarci a quelle più importanti.

In aggiunta, Banxico, la Banca Centrale messicana, dall’elezione di Trump ad oggi, ha operato ben 5 aumenti dei tassi, con il risultato di contrastare il deprezzamento del peso.

  • 17 novembre 2016    + 5.250%
  • 15 dicembre 2016     + 5.750%
  • 9 febbraio 2017         + 6.250%.
  • 30 marzo 2017          + 6.500%
  • 18 maggio 2017        + 6.750%




Questo vuol dire che in futuro Trump, una volta risolte le altre questioni, potrebbe ritornare alla carica?

Chi può dirlo, il Presidente americano è una vera e propria mina vagante.

Quello che invece può essere detto è che l’interscambio tra Stati Uniti e Messico vale circa 600 miliardi di dollari all’anno. I messicani acquistano dagli USA più di quanto questi ultimi vendano a Germania, Francia e Belgio o più di quanto comprino Cina e Giappone.

Insomma, cancellare il NAFTA (North American Free Trade Agreement), ossia l’accordo di libero scambio tra Stati Uniti, Canada e Messico, non sarebbe un danno solo per il Messico, come voleva farci credere Trump in campagna elettorale, ma anche e soprattutto per gli Stati Uniti.

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