Shinzo Abe - Giappone

Il Primo Ministro giapponese, Shinzō Abe.

Non è la prima volta che scrivo del Giappone, la terza economia mondiale, Paese straordinario ma alle prese da circa due decenni con una stagnazione economica che sembrava non avere fine.

I principali problemi dell’economia giapponese sono riassumibili essenzialmente a due:

  • deflazione, ossia una diminuzione del livello generale dei prezzi, l’opposto dell’inflazione.
  • bassi tassi di natalità, dunque, un progressivo invecchiamento della popolazione.

L’Eurozona, in questi anni, si è trovata ad affrontare problematiche analoghe e, nel caso della deflazione, ha provato a prender spunto proprio da quanto fatto dalla Bank of Japan; infatti, i primi ad adottare tassi zero e misure di alleggerimento monetario, il cosiddetto “quantitative easing”, furono proprio i giapponesi.

Qualcosa però sembra stia finalmente cambiando.

Nel primo trimestre del 2017 il PIL reale giapponese è andato oltre le attese (+0.5% rispetto al trimestre precedente) mentre, se si guarda al periodo aprile 2016 – marzo 2017, l’economia nipponica ha fatto registrare nel complesso un’espansione in termini reali dell’1.3% (1.2% in termini nominali). Tali risultati, se, come sembra, dovessero perdurare – le previsioni danno anche per il trimestre in corso il segno più – eguaglierebbero la performance fatta registrare nel periodo 2005-2006 dall’ex Premier Junichiro Koizumi.

Di seguito alcuni dati esemplificativi del cambiamento di tendenza.

  • Tasso di disoccupazione al 2.8%, il più basso dal 1994.
  • Esportazioni a +2.1% su base trimestrale.
  • Incrementi salariali nell’ordine dell’1% negli ultimi 4 anni – non un dato esaltante ma senz’altro incoraggiante – miglior striscia dai primi anni ’90, e per quest’anno addirittura del 2%.
  • L’inflazione nel medio periodo, vista dal FMI all’1.6% rispetto al -1% del 2012.

Il merito di questo risveglio porta certamente la firma del Primo Ministro Shinzo Abe e del suo piano denominato “Abenomics”, con il quale ha “costretto” la BOJ (Bank of Japan) ad immettere dal 2012 ad oggi un’enorme quantità di denaro sul mercato, determinando così un deprezzamento dello yen sui mercati internazionali – vitale per un Paese altamente votato alle esportazioni – con conseguente freno al processo di de-industrializzazione, e un abbassamento dei costi di finanziamento per famiglie ed imprese.

La congiuntura economica favorevole ha fatto il resto.

  • Il crollo delle bolle nel mercato azionario e nel settore immobiliare degli anni ’90 (decennio perduto)
  • La fine degli effetti della crisi finanziaria asiatica degli anni ’90.
  • La fine della Crisi economica e finanziaria del 2008.

Questo non vuol dire che per Abe sia andato tutto liscio. 

L’aumento dell’imposta sui consumi del 2014, necessaria per bilanciare le politiche monetarie altamente espansive, hanno provocato una recessione, costringendo il primo ministro a posporre per due volte ulteriori rialzi della pressione tributaria indiretta, col risultato di fallire l’obiettivo conclamato di realizzare un avanzo primario entro il marzo 2021.

Anche sul piano della deregolamentazione del mercato del lavoro – come vedete, nonostante l’enorme distanza geografica, oltre che culturale, i temi sono assimilabili a quelli nostrani – i risultati non sono stati esaltanti, anche se gli sforzi per aumentare il tasso di occupazione femminile pare abbiano prodotto risultati confortanti.

Va inoltre registrato uno stravolgimento nel modus operandi dei management aziendali nipponici, mai osservato prima: essi appaiono più inclini nel recepire le indicazioni degli investitori rispetto ad un tempo – sulla falsariga di quanto avviene in Occidente – rendendo dunque le aziende giapponesi maggiormente attraenti agli occhi degli investitori internazionali.

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Il risultato, nel complesso, si esplica in profitti per le multinazionali giapponesi a livelli record.

Gli investimenti di capitale sono in ascesa: +0,2% nell’ultimo trimestre dopo un brillante +1,9% nell’ultima fase del 2016. Una buona parte di essi, però, complice le modeste prospettive di crescita del mercato interno, finiscono all’estero.

Profitti in crescita producono, inoltre, effetti positivi sui prezzi degli asset (settore immobiliare e mercato azionario), generando, nelle fasce della popolazione che li detengono, il cosiddetto “effetto-ricchezza”.

Come detto, però, i tassi di crescita del consumo (+0,4% sul trimestre precedente) e degli investimenti interni restano inferiori a quelli di altre Nazioni sviluppate, l’ostacolo al miglioramento di tali fondamentali sembra essere una sorta di pessimismo generalizzato tra l’opinione pubblica giapponese.

Certo, un tasso di inflazione ancora distante dall’obiettivo del 2% – nonostante le politiche monetarie estremamente espansive – e un debito pubblico di oltre due volte superiore al PIL non aiutano, anche se, per quanto concerne quest’ultimo dato, va sottolineato come, alla stregua di quello italiano, esso sia detenuto per lo più dagli stessi cittadini giapponesi – una patrimoniale metterebbe presto i conti a posto – senza contare la possibilità, dall’adozione dell’euro preclusa per il nostro Paese, di un finanziamento mediante inflazione.

Un altro annoso problema che attanaglia l’economia giapponese è rappresentato dalla mancanza di forza lavoro, circostanza che fa quasi sorridere se rapportata al tasso di disoccupazione dell’Area euro. I “baby boomers“, orientativamente, colori i quali sono nati tra il 1947 ed il 1949, periodo nel quale si registrò un clamoroso aumento delle nascite nel Sol Levante, stanno andando in massa in pensione, e i bassi ritmi di natalità degli ultimi decenni, non consentono il necessario ricambio.

Per tali ragioni, il Giappone dovrebbe impegnarsi nell’incentivare l’immigrazione – per molti anni osteggiata – ma, complici barriere culturali enormi, la lingua su tutte, tale obiettivo appare di difficile raggiungimento.

Una delle soluzioni paventate da Abe sta nell’automazione, quella che egli stesso ama definire “La rivoluzione dei robot”; due dei quattro robot industriali del mondo, Fanuc Corp e Yaskawa Electric Corp., hanno infatti sede in Giappone. Con lo sviluppo e la distribuzione di robot e l’avvento dell’intelligenza artificiale, il ministero dell’economia nipponica prevede un calo di ben 5,7 milioni di posti di lavoro entro il marzo del 2031.

Prima che ciò possa concretizzarsi, è indubbio che, stante le attuali condizioni, l’economia giapponese sia praticamente dipendente dalle esportazioni verso l’estero, Asia e Stati Uniti su tutti; ma cosa accadrà se Trump dovesse andare sino in fondo nel perseguimento di politiche protezionistiche?

Un settore invece che negli ultimi anni appare essere in profonda espansione è senza dubbio il turismo. Circa 24 milioni di visitatori sono arrivati nel Sol Levante nel 2016, superando nettamente l’obiettivo di Abe di 20 milioni per il 2020, l’anno in cui Tokyo ospiterà i Giochi Olimpici. Importanti investimenti in strutture alberghiere sono in atto; nello specifico, pare si stia spingendo forte nella promozione delle principali attrazioni, tra cui le piste di sci a Nagano, già sede della diciottesima edizione dei giochi olimpici invernali nel 1998, le nuotate con i delfini sull’isola di Miyake e le escursioni nei pressi dei vulcani sull’isola meridionale di Kyushu.

I più attratti dal turismo “Made in Japan” sembrano essere gli asiatici, cinesi e thailandesi in primis, affascinati dall’ottima reputazione giapponese in tema di accoglienza, qualità dei prodotti alimentari, trasporti efficienti e bellezza dei panorami. I margini di crescita per questo settore appaiono enormi, dato che ora rappresenta soltanto lo 0.6% del PIL, secondo gli ultimi dati della Banca Mondiale, meno della metà degli USA, poco più di un quarto della Francia.

Il Premier Abe, il quale prevede di rimanere al potere fino alla fine del 2018 – e potenzialmente fino al 2021, supponendo che il suo partito vinca le prossime elezioni – è deciso a perseguire la strada delle riforme, sia sul fronte interno che su quello estero, la maggiore delle quali rappresentata dal TPP (Trans-Pacific Partnership), un accordo di libero scambio tra dodici Paesi dell’area pacifica e asiatica (Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore, Stati Uniti e Vietnam) che pare andrà avanti nonostante l’abbandono operato dall’amministrazione Trump.

Il Giappone, dunque, nonostante difficoltà strutturali, ha ricominciato a crescere, una crescita sì modesta ma costante, e questa è già di per sé una buona notizia.

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