Pier Carlo Padoan-ministro economia-Italia

Il ministro dell’economia e delle finanze, Pier Carlo Padoan.

Quante volte, alla diffusione di dati sulla crescita del PIL, osserviamo mestamente la posizione dell’Italia, costantemente nelle retrovie, con tanti commentatori intenti a produrre confronti con altri Paesi – talvolta persino del terzo mondo – incendiando così il dibattito politico che, nell’era dei social, finisce per ripercuotersi largamente sul sentiment dell’opinione pubblica?

Che l’Italia cresca poco è un dato oggettivo, se avrete la voglia di proseguire nella lettura di questo articolo, proverò a spiegarne i motivi. Prima però di addentrarci in questa disamina, è necessario fare una premessa, perché i dati oltre che letti, vanno compresi.

Cos’è il PIL, e come leggerlo.

Iniziamo col dire che con l’acronimo di PIL (Prodotto interno lordo) si intende il valore complessivo di beni e servizi finali prodotti in un Paese in un dato lasso di tempo, per convenzione l’anno. Esso rappresenta, per convenzione, l’indice più utilizzato per valutare l’andamento economico di un Paese, nonché il suo grado di sviluppo; ve ne sono chiaramente degli altri, secondo alcuni persino più idonei, l’indice di sviluppo umano (ISU) per esempio, quasi a voler intendere che è riduttivo, forse persino pretestuoso, ridurre tutto all’aspetto economico.

Per il momento però, dato che il PIL va per la maggiore, continuiamo a basarci su questo.

Raramente troviamo il dato del PIL esposto in maniera nominale: numeri troppo grandi, troppe cifre, quasi impossibile operare dei confronti; per tale ragione, per convenzione, si è soliti utilizzarlo in termini percentuali, in particolare in relazione al dato osservato nell’anno precedente, in modo da comprendere come esso si è evoluto, in senso positivo o negativo.

Talvolta, poi, può apparire interessante operare un raffronto con le performance fatte registrare da altri Paesi ed è qui che, chi è poco avvezzo con la materia, e con la matematica, finisce per prendere delle cantonate clamorose. Spesso, alla ricerca di mirabolanti iperboli o, più semplicemente, per alimentare l’odioso clima populista, si tende a confrontare la crescita di un Paese sviluppato, quale è l’Italia, con un Paese del terzo mondo e ciò è molto stupido per almeno due ragioni:

  • Fatto 1000 il PIL dell’Italia e 10 quello di una piccola economia in via di sviluppo, se l’Italia crescerà dell’1%, in termini nominali farà registrare un incremento di 10 (l’1% di 1000) del PIL; per avere pari crescita, l’altra economia dovrebbe crescere del 100%, dato che l’1% di 10 è 0,1.
  • Continuando con l’esempio precedente, è piuttosto facile intuire che quando si è già ad un livello pari a 1000, è molto più difficile riuscire ad ottenere un incremento rispetto a chi parte da 10, anche l’Italia, negli anni ’60, cresceva a doppia cifra.

Ciò significa che un confronto è possibile – entro certi limiti – solo tra Paesi con livelli di sviluppo equiparabili ed è lì che l’Italia denuncia un reale bias di crescita, è lì che bisogna concentrare la nostra attenzione.

Cerchiamo, quindi, di capirne i motivi.




Debito pubblico e vincoli europei.

Per diverso tempo i seguaci dell’austerità, per altro appoggiati da influenti economisti, hanno additato l’enorme debito pubblico italiano (134% del PIL) come principale freno alla crescita del nostro Paese. I fatti, anzi, più che i fatti, un foglio Excel, ha smentito tale visione capovolgendo l’assioma “alto debito => bassa crescita” in un più condivisibile “bassa crescita => alto debito”.

Provo a spiegarmi.

Un alto debito non comporta bassa crescita, al contrario, è la bassa crescita a far lievitare il debito, dato che le spese dello Stato, in assenza di crescita, finiscono per eccedere quanto esso può spendere, finendo per aumentare il debito. Insomma, il nesso di casualità tra alto debito e bassa crescita sarebbe diametralmente opposto a quanto dimostrato da Reinhart e Rogoff.

Per meglio comprendere questo passaggio, può essere utile questo esempio.

Un individuo che ha un lavoro stabile e ben retribuito, anche se indebitato, riesce bene o male a farvi fronte; anche qui, lasciate perdere i Salvini che parlano del nostro debito a livello nominale “2200 miliardi di euro!”, una cifra del genere non vuol dire nulla, deve essere rapportata alla ricchezza prodotta, cioè al PIL, se ho un reddito annuo di dieci milioni di euro, un debito da un milione posso sostenerlo, esso sarebbe un problema se guadagnassi invece 50 mila euro.

Insomma, è tutto relativo, di oggettivo c’è solo il populismo dietro certe dichiarazioni.

A questa considerazione si aggiunge anche quella relativa ai soggetti che detengono il nostro debito, per lo più gli stessi cittadini italiani; ciò rende il nostro debito molto più gestibile di altri, per assurdo, basterebbe un’imposta patrimoniale per ridurlo sensibilmente.

Continuiamo però col nostro esempio.

Se l’individuo di cui parlavo comincia ad avere qualche problema di salute, potrebbe non riuscire più a far fronte al proprio debito e finirne travolto.

Nell’esempio la crescita dell’Italia è assimilabile al lavoro dell’individuo: se cresci poco, dunque, non riesci più a lavorare ai ritmi precedenti, avrai problemi a ripagarlo, altrimenti, non ne avrai.

Qualcuno potrà dire “Se l’individuo lavora meno, pur di ripagare il debito, potrebbe rinunciare a qualche spesa”; giusta osservazione, è quello che i media hanno ribattezzato “Spending review”, fermo restando che vi sono delle differenze tra la gestione di un Paese e quella di un singolo individuo, non è facile produrre dei tagli senza che vi siano ripercussioni su una parte dei cittadini e quindi sul PIL stesso, soprattutto nel breve periodo.

Ritornando ancora al nostro esempio, se l’individuo decidesse di vendere l’auto con cui si reca a lavoro optando per un abbonamento ai mezzi pubblici, egli potrebbe essere costretto a svegliarsi prima la mattina, dunque dormire meno, fare viaggi più faticosi ed essere in genere più stressato, rendendo così meno; alla scadenza del suo contratto, il suo datore di lavoro potrebbe proporgli un contratto ad uno stipendio inferiore o addirittura licenziarlo, minando definitivamente le possibilità di ripagare il suo debito.

Ed è quello che può succedere se un Governo, messo alle strette, decide di tagliare in settori chiave, come quello dell’istruzione o delle infrastrutture; discorso analogo se, anziché tagliare, opta per un aumento della tassazione – sui consumi per esempio – andando così a ridurre le possibilità di spesa delle famiglie, quindi, di conseguenza, sul PIL stesso, dato che ad un calo dei consumi si assocerà un calo della produzione e, a sua volta, un calo degli occupati, insomma, maggior povertà.

L’instabilità dei nostri Governi, condizione di cui parlerò nel successivo paragrafo, li rende, nel momento in cui essi sono chiamati a prendere delle decisioni in tal senso, assai sensibili alle ripercussioni che questa o quella scelta produrranno sul loro consenso; essi, pur di essere rieletti, anteporranno il successo elettorale alle possibilità di sviluppo del Paese.




Facciamo anche qui un esempio.

L’Italia è un Paese con una speranza di vita piuttosto elevata (80.1 anni per gli uomini, 84.7 per le donne), nel contempo, le nascita sono ai minimi termini (474mila nel 2016, record negativo), dunque, è chiaro che un un politico, nel momento in cui dovrà prendere una decisione, “peserà” il suo elettorato: I giovani, a cui vanno sottratti quelli che non hanno ancora compiuto 18 anni – giuridicamente si dice che non dispongono della capacità di agire, non possono votare – sono numericamente molto meno degli anziani, un taglio ai primi sortirà un effetto chiaramente inferiore rispetto alle ripercussioni che si avrebbero sui secondi, chiaro quindi che il tema pensioni avrà nel dibattito politico un’importanza per forza di cose maggiore rispetto ad un investimento verso politiche giovanili, il loro lavoro, per esempio.

L’alto tasso di disoccupazione giovanile, oltre che per motivazioni legate alla Crisi, può essere spiegato in questi termini. Ed i nostri politici se ne fregano se il nostro sistema pensionistico, denominato a ripartizione, senza l’ingresso nel mondo del lavoro dei giovani, è destinato al collasso, quando accadrà, quei politici saranno già stati sostituiti da altri.

I vincoli imposti dai Trattati, in particolare quello relativo al rapporto deficit/PIL inferiore al 3% – il rapporto debito/PIL inferiore al 60% non lo rispetta già nessuno – rappresentano senza dubbio un ostacolo a qualsiasi programma di investimento a più ampio respiro – spogliato dunque da logiche di consenso – soprattutto perché l’Italia fatica a rispettarlo non tanto per un certo lassismo nei conti pubblici – che comunque esiste – ma a causa dell’enorme mole di interessi sul debito, quantificabili tra il 4 ed il 5% del proprio PIL, che costringe gli Esecutivi a realizzare continui avanzi primari, in soldoni, a spendere meno di quanto ottenuto dalla tassazione.

Dicevo, tali vincoli rappresentano per il nostro Paese sì un ostacolo ma ne hanno rappresentato anche la salvezza, dato che, accettando di entrare nell’unione monetaria, esso si è dovuto spogliare della possibilità di finanziare il proprio debito attraverso l’inflazione.

L’Italia, per decenni, anziché attuare le riforme come fatto in Germania, ha tirato a campare svalutando la propria moneta; tale “strategia”, sicuramente ha reso le nostre esportazioni più concorrenziali sui mercati internazionali, ma, nel contempo, ha come risultato quello di impoverire la popolazione che si trova ad avere un potere di acquisto via via più basso, logorato dalla necessità da parte dello Stato di stampare sempre nuova moneta, una strategia, nel lungo periodo, fallimentare.

Di sicuro, in passato, vi sarà capitato di ascoltare discorsi dei vostri nonni, i quali un tempo ci raccontavano che “Con 10 lire compravo un pezzo di pane, ora ne occorrono 1000…”, ecco, mi riferisco proprio a questo.

Quello che sto cercando di spiegarvi è che in fondo il problema del nostro Paese non è stato Maastricht – a dirla tutta, negli ultimi anni, si è assistito anche ad una certa flessibilità sul rigore, senza contare la misura di alleggerimento monetario (Quantitative easing) imposto da Draghi che ha abbassato gli spreadma la politica, incapace di attuare scelte che andassero oltre il proprio tornaconto personale.

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L’instabilità politica.

Quindi, Simone, ci stai dicendo che la colpa è dei politici? Hai scoperto l’acqua calda!

No, la colpa non è dei politici o, meglio, non è di questo o quel partito – lo so, in questo periodo la dicotomia PD-M5S va per la maggiore, sembra di essere allo stadio – ma del sistema politico italiano in generale, di leggi elettorali che, nonostante le continue modifiche, non sono riuscite a garantire quella necessaria stabilità agli Esecutivi per attuare un programma spogliato da logiche di consenso.

Per ovviare a ciò occorrerebbe una certa maturità da parte dell’elettore mediano, ipotesi del tutto utopica, i sondaggi sono lì a dimostrarlo con ciascuno dei tre poli, PD, centrodestra e Movimento 5 Stelle fermi intorno al 30%.

Uno dei motivi per cui ero favorevole alla vittoria del “Sì” al progetto di riforma costituzionale, posizione che mi ha regalato, si fa per dire, non poche discussioni, risiedeva nel fatto che essa, insieme all’Italicum, avrebbe assicurato una maggiore stabilità ai Governi, a mio avviso, per le ragioni finora spiegate, elemento imprescindibile per l’attuazione di un qualsiasi programma.

64 Governi in 71 anni sono un record tragicomico per il nostro Paese: l’essere continuamente in campagna elettorale non è un bene, in quanto ciò comporta la rinuncia implicita a qualsiasi obiettivo di lungo respiro preferendo logiche di misure spot, quelle che spesso vengono volgarmente definite “mancette” e che, oltre a non sortire reali effetti sull’economia, finiscono per acuirne le condizioni, incrementando il già enorme fardello del debito pubblico.

Ribadisco, la colpa non è di questo o quel partito: nessun Governo si impegnerebbe in un piano pluriennale se non può riceverne i frutti; anzi, c’è di più, spesso, una riforma ben congegnata, nel breve periodo, produce degli scompensi, dei malumori nell’elettorato, il quale, molto probabilmente, alle successive elezioni, condannerà l’Esecutivo che l’ha proposta.

Il risultato dell’instabilità della politica è un enorme circolo vizioso nel quale nessun Esecutivo produce provvedimenti non per il bene del Paese ma esclusivamente per il proprio tornaconto. Ognuno di essi non farà altro che incolpare quello che l’ha preceduto.

Angela Merkel non è un’aliena, la Cancelliera tedesca, ormai prossima la quarto mandato – i sondaggi la danno nettamente favorita sul candidato socialdemocratico Martin Schulz – è semplicemente un politico serio e risoluto che, nonostante si trovi anch’essa a guidare un Governo di larghe intese, ha goduto della lealtà dei suoi alleati, insomma, a differenza del nostro Paese, niente falchi tiratori.

Voi, mi direte, l’esempio non calza, le cose in Germania vanno bene, non è così. Angela Merkel, come del resto i suoi predecessori, si sono trovati ad affrontare problematiche simili alle nostre, una riforma del lavoro discussa – il Piano Hartz di Schroeder – il salvataggio di istituti di credito sull’orlo del fallimento – Hsh Nordbank, per esempio – la questione immigrazione e così via.

La differenza sta tutta nella libertà, oserei dire nella serenità, con cui tedeschi hanno potuto approcciarsi ai problemi, nessun rinvio, nessuna polemica su chi fosse il responsabile di tale condizione, insomma, serietà e persone giuste al posto giusto. Negli italiani, anzi, è più giusto dire nei Paesi mediterranei in generale, vige una diffusa disaffezione verso la politica, non ci si fida, ci si chiede sempre dove sia l’imbroglio, e questo non fa bene a nessuno.




Il divario Nord/Sud.

Il divario Nord/Sud rappresenta una questione vecchia come il mondo. In quest’articolo non troverete i nomi dei responsabili di questa enorme emergenza sociale, del resto, dall’unità d’Italia ad oggi, sono stati scritti decine, se non centinaia, di libri sul tema.

Inutile dunque fare dietrologia, se l’Italia cresce poco è anche perché metà di essa praticamente non cresce, e le cui le migliori energie sono spesse costrette a trasferirsi al nord per cercare un’opportunità.

Trasferirsi deve ritornare ad essere una scelta, non un obbligo.

La storia ha dimostrato che la famosa “Cassa del Mezzogiorno” ha fallito, non basta denaro distribuito alla buona per rinvigorire una parte del Paese in difficoltà, occorre bensì creare i presupposti per un rilancio, magari, ancora, uscendo dalle logiche populiste di partiti con evidenti segni di incostituzionalità.

L’Italia è una e indivisibile, non scordiamolo mai.

Bene i progressi fatti sul fronte infrastrutturale, sia per quanto concerne l’alta velocità sia per quanto riguarda l’accesso alla banda larga, il divario accumulato in decenni di immobilismo resta però ampio, colmabile solo con piani straordinari.

Ancora, non bastano i soldi, occorre visione.

Corruzione ed illegalità.

Anche su questo tema non vorrei dilungarmi inutilmente, nell’articolo “Aboliamo il contante!” ho lungamente descritto la mia ricetta per superare questa ed altre annose problematiche, per esempio, quella della necessità di riformare il sistema fiscale italiano, allo scopo di renderlo più equo e meno opprimente.

A chi ritiene che tale piano possa risultare troppo difficile da attuare, rispondo che problemi complessi necessitano soluzioni complesse, nessun problema è irrisolvibile se affrontato con la dovuta serietà e costanza.

Il primo passo per risolvere un problema è conoscerne le ragioni, mi auguro con questo articolo di aver dato il mio apporto.

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