Brexit, la Camera dei Lord si arrende, la Scozia no.

A sinistra il Premier britannico Theresa May, a destra quello scozzese, Nicola Sturgeon.

La Camera dei Lord ce l’aveva messa tutta per provare a mettere i bastoni tra le ruote alla Brexit, in particolare attraverso due emendamenti: il primo, mirava ad impegnare l’Esecutivo May a riconoscere, sin da subito, il diritto dei cittadini europei residenti nel Regno Unito di restare a Brexit conclusa, ossia senza capire quale trattamento avrebbero ricevuto i cittadini di Sua Maestà residenti in Europa, il secondo, mediante un voto vincolante da parte del Parlamento inglese sull’accordo definitivo che verrà stipulato con l’UE.

Come spiegato dal sottoscritto in un precedente articolo, essendo la Camera dei Lord un organo non elettivo, qualsiasi eccezione prodotta da questa Camera avrebbe dovuto essere sottoposta nuovamente al voto della Camera dei Comuni, la quale, come ricorderete, il mese scorso si era pronunciata favorevolmente alla Brexit.




Che gli emendamenti della Camera dei Lord avrebbero potuto soltanto ritardare il processo Brexit, non certo frenarlo, era chiaro a tutti, e ieri sera se n’è avuta conferma, dato che tanto il primo, 274 voti contro 135, quanto il secondo, 331 voti contro 286, sono stati definitivamente rigettati dalla Camera dei Comuni.

Ora, non appena la Regina darà il suo beneplacito, il cosiddetto “Royal Assent”, ossia l’atto formale nel quale essa dà attuazione ad un provvedimento del Parlamento, la May potrà invocare l’Art. 50 del Trattato di Lisbona, ossia quell’articolo che dà la possibilità ad un Paese membro di avviare la procedura di uscita dall’Unione che, a differenza di quanto paventato, non avverrà immediatamente, ma solo nell’ultima settimana di marzo, pare per non incrociare le celebrazioni per l’anniversario del Trattato di Roma, una sorta di atto di riguardo nei confronti dell’Ue.

Se la Camera dei Lord si è arresa alla Brexit – come spiegato, non poteva fare altrimenti – non si può dire lo stesso della Scozia, la quale, come ricorderete, aveva fatto registrare la vittoria del fronte del “Remain”.

Il primo ministro scozzese, Nicola Sturgeon, ha annunciato per la prossima settimana l’avvio della procedura per un nuovo referendum concernente la richiesta di indipendenza della Scozia dal Regno Unito, dopo quello fallito del 2014.

È chiaro che da allora gli scenari sono cambiati. Un nuovo referendum, auspicato tra l’autunno del 2018 e la primavera del 2019, dunque nel bel mezzo della discussione con l’UE sulla Brexit – ricordiamo infatti che l’iter di uscita dura 2 anni –  permetterebbe alla Scozia, nel caso di successo del fronte indipendentista, il diritto di restare nell’UE, senza provare a rientrarci successivamente.

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L’iter però non appare semplice, spetterà infatti al Parlamento di Westminster l’ultima parola su un nuovo referendum scozzese. L’intransigenza con cui il Premier May si è opposta a qualsiasi istanza presentata dal Primo Ministro scozzese dà però adito a quest’ultimo di sperare in una nuova chance, la Scozia, come sottolineato dalla Sturgeon “Ha il diritto di scegliere il suo futuro” dopo che le condizioni dal referendum del 2014 sono profondamente cambiate.

Il prezzo che il Regno Unito dovrà pagare per la Brexit potrebbe essere non solo molto alto dal punto di vista economico ma anche dal punto di vista politico; infatti, nel caso di via libera del referendum scozzese e successiva vittoria del fronte indipendentista, non può essere esclusa una futura analoga richiesta proveniente dall’Irlanda del Nord – anche lì vinse il “Remain” – su cui, ricordiamolo, pende un ulteriore interrogativo, ossia come verrà gestito quello che, con la concretizzazione della Brexit, diventerà un vero e proprio confine di frontiera con l’Europa.

L’UE, però, non ha di che gioire: in seno ad essa, infatti, sono da tempo presenti focolai indipendentisti, il maggiore dei quali rappresentato dalla Catalogna, la quale chiede da tempo un referendum per separarsi dalla Spagna; i successi oltremanica potrebbero acuire tali situazioni con esiti tutt’altro che prevedibili.

Una cosa è certa: un giorno, i nostri figli e nipoti, sfogliando un libro di storia, potrebbero vedere nelle figure di Nigel Farage e David Cameron, i principali artefici della distruzione di tre secoli di storia britannica e non solo, l’auspicio è che a questi nomi non se ne aggiungano degli altri.

 

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