Premier inglese Theresa May al brexit global britain

Lo scorso lunedì si è tenuto l’atteso discorso del Premier inglese Theresa May atto a far luce sulle modalità con cui la tanto chiacchierata brexit si produrrà.

Sono passati diversi mesi da quel 23 giugno, giorno in cui i sudditi di Sua Maestà si pronunciarono per l’abbandono del Regno Unito all’Unione Europea, eppure, da allora, i dubbi erano ancora tanti, sia riguardo la modalità di uscita, sia per quanto concerne l’uscita stessa.

C’era bisogno di far chiarezza – del resto, marzo, mese indicato dal Premier inglese per l’invocazione dell’art. 50 del Trattato di Lisbona, si stava avvicinando inesorabilmente – ed è ciò che ha tentato di fare Theresa May, mettendo così fine alle perplessità del settimanale Economist, il quale nello scorso numero l’aveva ribattezzata “Theresa Maybe”.




Prima di tutto, una panoramica su ciò che Theresa May ha dichiarato, fatto ciò, proveremo ad immaginare i futuri scenari.

La prima informazione importante che si evince dal discorso della May è che il Regno Unito non vuole più far parte del mercato unico europeo, in quanto esso è incompatibile con le due principali richieste emerse dal referendum: il controllo sull’immigrazione e il recupero della sovranità britannica sulle autorità europee dal punto di vista normativo.

L’accesso al mercato unico europeo, infatti, prevede quattro capisaldi: la libera circolazione delle merci, dei servizi, del capitale e delle persone.

Da qui l’auspicio da parte del Regno Unito di un nuovo accordo, accordo che includerebbe solo alcuni degli elementi attualmente in essere, su tutti, quello della fornitura nei confini europei dei servizi finanziari, core business della capitale Londra. Forse, per il Regno Unito, una necessità più che un auspicio. La volontà di stipulare un nuovo accordo ad hoc mette così fine alle voci di un Regno Unito orientato, una volta uscito dall’UE, ad entrare a far parte del Sistema Economico Europeo (SEE).

Sul tema dell’immigrazione, inoltre, la May ha chiarito che verrà introdotto un controllo dei flussi migratori; resta però ferma volontà di continuare ad attrarre manodopera altamente qualificata, e ci saremmo sorpresi del contrario.

Ancora nessun chiarimento invece sui 3 milioni di cittadini europei residenti nel Regno Unito; probabile l’introduzione di permessi di lavoro ad hoc, anche se molto dipenderà dal trattamento che l’UE riserverà ai sudditi di Sua Maestà residenti sul suolo europeo. Theresa May ha definito questo accordo come una priorità del governo inglese.

Riguardo ai tempi entro cui si concretizzerà la separazione che, come qualcuno saprà, secondo l’Art.50 del Trattato di Lisbona, prevede un periodo di due anni, la May ha auspicato transitorietà, nel senso che un termine perentorio è sì necessario, ma sarà anche opportuno non avere eccessiva fretta.

Theresa May ha infine concluso il suo discorso auspicando “A Global Britain”, ossia una Gran Bretagna globale, non più legata da vincoli ad altri Paesi ma amica di tutti, europei in primis – “Usciamo dall’Unione ma restiamo in Europa” avvertendo però che, semmai le condizioni per l’uscita imposte dall’UE dovessero essere troppo dure – la Germania, qualche mese fa, per bocca del suo Ministro delle Finanze, Wolfgang Schäuble, aveva avvisato il Regno Unito che anche dopo l’uscita avrebbe dovuto continuare a contribuire al bilancio europeo ancora per decenni – è pronta a dar seguito alle “minacce” del Cancelliere dello Scacchiere britannico – l’equivalente del nostro Ministro delle finanze – Philip Hammond, di far diventare il Regno Unito un paradiso fiscale in grado di “scippare” investimenti esteri all’Unione.

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Finita la cronaca, spazio alle mie considerazioni.

Innanzitutto, una considerazione già espressa dal sottoscritto l’indomani del referendum sulla Brexit: il Regno Unito non è la potenza economica di un tempo; nonostante faccia parte del G8, sia una potenza nucleare e membro permanente del consiglio di sicurezza dell’ONU, non lo pone in una posizione di rilevanza nello scacchiere internazionale. Si tratta di successi che appartengono al passato, di una potenza coloniale che non esiste più. Nel mondo globalizzato odierno e in quello che verrà, il suo ruolo sarà sempre più marginale, lo stesso che avrebbe qualsiasi altro Paese europeo – probabilmente Germania esclusa – nel caso in cui decidessero di uscire dall’Unione europea. I sudditi di Sua Maestà, un po’ come gli americani che hanno votato Trump, si sono fatti “abbindolare” dai claim nostalgici assai in voga in questo periodo storico, ricorderete il “Make America Great Again” del tycoon, da cui potremmo ricavare un ipotetico “Make British Empire Great Again”, non comprendendo però che si può ritornare grandi solo se le nuove sfide si affrontano con armi nuove, non con quelle del passato.

A riprova di quanto scrivo c’è il riferimento del Primo Ministro inglese ad un nuovo piano biennale per il Commonwealth, l’unione commerciale con le ex colonie dell’impero britannico, dimenticando che andrebbero prima risolte alcune questioni interne, quali la volontà scozzese di indire un nuovo referendum concernente l’uscita dal Regno Unito e la ricerca di una soluzione per il confine tra l’Irlanda, membro dell’UE, e l’Irlanda del Nord, membro del Regno Unito che, con l’uscita dal mercato unico, diverrebbe a tutti gli effetti un confine di frontiera.

L’impressione poi è che il Regno Unito si faccia forte della rinnovata alleanza con gli Stati Uniti, il cui neopresidente, Donald Trump, si è già mostrato assai critico sul futuro dell’Unione, prevedendo ulteriori uscite. Ma se, come sembra, Trump ha intenzione di dar luogo a politiche protezionistiche, con l’introduzione di dazi sulle importazioni allo scopo di riportare le imprese ad investire negli USA, quali sarebbero i vantaggi per il Regno Unito?

E’ indubbio che neo presidente USA sarà la mina vagante dei prossimi quattro anni, tra l’altro gli inglesi hanno già avuto a che fare con un personaggio altrettanto bislacco, quel Nigel Farage, ex leader di UKIP e principale artefice della vittoria del fronte del “leave” ma, assurdamente, ancora a libro paga del Parlamento europeo.




Se dalle parole si passasse ai fatti e quindi l’alleanza USA – Regno Unito si concretizzasse, quali sarebbero i rapporti di forza tra USA e Regno Unito? Certamente non alla pari. E allora, non sarebbe stato meglio restare in Europa, nella quale, con tutte le debolezze più volte sottolineate anche su questo blog, avrebbe comunque recitato un ruolo di primo piano, anziché diventare vassalli di Trump? Questo potrà dircelo soltanto la storia.

Il punto cruciale però dell’intero discorso della May risiede, a mio avviso, nella non troppo velata minaccia all’UE di fare del Regno Unito un paradiso fiscale.

Premesso che una hard brexit sarebbe un danno per tutti, credete che il danno più grosso lo subirebbe il Regno Unito, costretto a rinunciare all’Area di libero scambio più ricca del mondo – 27 Paesi per 500 milioni di abitanti – o l’UE?

Lo scambio di opinioni che segue, avvenuto qualche mese fa tra Boris Johnson, ministro degli esteri inglese, e Carlo Calenda, ministro dello sviluppo economico italiano, rende bene l’idea:

Johnson: “Voi italiani venderete meno prosecco!”

Calenda: “l’Italia venderà meno prosecco a un solo Paese, il Regno Unito venderà meno fish and chips ad altri ventisette Paesi.”

Dunque, l’Unione Europea non si faccia prendere per il naso dal Regno Unito – chi ci perde di più sono loro – occorre essere intransigenti, anche perché il trattamento che verrà riservato agli inglesi dovrà fungere da monito alle ondate populiste che sicuramente reciteranno un ruolo da protagonista negli appuntamenti elettorali che attendono l’Eurozona nel 2017, su tutti, quello delle elezioni presidenziali francesi.

Infine, ricordo che, come Theresa May ha chiarito, l’accordo che verrà trovato tra UE e Regno dovrà successivamente essere approvato dal Parlamento inglese, solo allora verrà messo la parola fine sulla tenelovela brexit.