Drago cinese illuminato

Il 2016 è stato identificato dall’oroscopo cinese come l’anno del drago. Nel folklore cinese esso rappresenta anche un simbolo di buon auspicio.

L’idea che abbiamo della Cina sta subendo una profonda trasformazione.

Un tempo relegate alla parte bassa del mercato, in virtù di prezzi accessibili e di scarsa qualità, le aziende cinesi stanno via via cercando di scrollarsi di dosso la cattiva connotazione affibbiatagli dagli occidentali, provando ad offrire soluzioni qualitativamente sempre più in linea con quanto prodotto in Europa e negli USA.

Si tratta di un passaggio quasi obbligato. Lo sviluppo di un’economia comporta per forza di cose un aumento delle rivendicazioni sindacali, dunque dei salari, e, più in generale, un miglioramento della qualità della vita, senza contare che, per quanto la Cina disponga di un mercato interno immenso, l’accesso alle aree più ricche del Pianeta rappresenta un’opportunità troppo ghiotta per non essere sfruttata.

Certo, il know-how per competere con l’Occidente non si acquista dall’oggi al domani, aziende in grado di fatturare miliardi di euro in patria risultano ai più sconosciute fuori dai confini cinesi, senza contare che i gusti dei consumatori occidentali, nonostante viviamo nell’era della globalizzazione, divergono ancora profondamente da quelli orientali.




Da qui, dunque, la necessità di acquisire aziende occidentali, del resto i capitali non mancano di certo.

Il 2016 è stato un anno molto interessante da questo punto di vista. Si è registrato, infatti, un incremento del 145% delle acquisizioni rispetto all’anno passato, per un totale, sommato alle fusioni, stimato in 245.6 miliardi di dollari.

Un tempo gli investimenti cinesi oltreoceano si concretizzavano sostanzialmente nell’acquisizione di materie prime – giacimenti di ferro in Australia, produttori di energia in Canada e miniere di rame in Africa – da parte dell’operatore pubblico, atte a supportare la propria industria, prediligendo il consumo domestico a quello delle esportazioni, in quella che viene etichettata come old-economy.

Da qualche anno, invece, il target, come dicevo, sta via via mutando: gli investimenti sono portati avanti per lo più da privati e mirano all’acquisizione di imprese consumer oriented, con un occhio particolare verso l’industria dell’entertainment, quella che più di tutte consentirà di attuare quel cambiamento d’immagine necessario a rendere le produzioni cinesi più attraenti agli occhi dei consumatori occidentali. Ecco quindi aziende cinesi impegnate nell’acquisto di squadre di calcio – l’A.C. Milan è solo l’esempio più lampante – studios hollywoodiani, maison di moda francese e così via.

Per comprendere meglio tale fenomeno, è utile dare uno sguardo a questa tabella proposta da Bloomberg, la quale ci mostra l’inversione di tendenza verso il mercato consumer (new economy) fatta registrare dalla Cina nell’ultimo decennio.

grafico investimenti CIna new economy e old economy

Nel successivo, invece, sempre derivato da Bloomberg, è possibile osservare gli investimenti cinesi nell’ultimo anno divisi per settore, in grigio quelli concernenti la old economy, in arancio la new economy.

tabella bloomberg investimenti Cina

Infine, i 10 maggiori investimenti nel mondo per valore operati dai cinesi in questo 2016, il maggiore dei quali, ben 43.2 miliardi di dollari, per la multinazionale dell’industria chimica Syngenta AG, attuato proprio nel Vecchio Continente, in Svizzera.

  1. Syngenta AG – Svizzera – 43.2 miliardi di $.
  2. Nexen Energy ULC – Canada – 14.3 miliardi di $.
  3. Rio Tinto PLC – Regno Unito – 14.1 miliardi di $ (quota di minoranza).
  4. CIT Commercial Air business – Stati Uniti – 10 miliardi di $.
  5. Nanyang Commercial Bank – Honk Kong – 8.8 miliardi di $.
  6. Supercell Oy – Finlandia – 8.6 miliardi di $.
  7. Addax Petroleum Corp. – Svizzera – 7.2 miliardi di $.
  8. Repsol Sinopec Brasil SA – Brasile – 7.1 miliardi di $ (quota di minoranza).
  9. Las Bambas Copper Deposit – Perù – 7 miliardi di $.
  10. Asciano Ltd – Australia – 6.7 miliardi di $.

Per quanto concerne l’Italia, l’investimento cinese più alto è stato quello operato da China National Chemical Corp che ha rilevato Pirelli & C Spa per 5.9 miliardi di $.

A questo punto, due domande.

  • Tali investimenti continueranno anche negli anni a seguire? Tutto lascia presagire di sì. La crescita cinese, nonostante un leggero calo, resta sostenuta. Per converso, l’Eurozona procede ancora a rilento, le scorie della Crisi del Debito Sovrano si fanno ancora sentire, dunque, le imprese europee restano bocconcini succulenti. Ci potrebbero essere però alcuni paletti imposti dal Governo cinese, come le autorizzazioni che esso deve concedere a chi intende investire all’estero in modo da meglio governare il deflusso di yuan. Inoltre, gli osservatori internazionali prevedono un deprezzamento della valuta cinese nel corso del prossimo anno, dunque, gli investitori potrebbero subire un calo del loro potere d’acquisto.
  • Ma, soprattutto, dobbiamo preoccuparci? Dipende. In fondo è stato l’Occidente a volere la globalizzazione, quello che stiamo vivendo ne rappresenta soltanto una diretta conseguenza. Magari, se fossimo riusciti a costruire in questi anni un’Europa più coesa e solidale, salvaguardando, nel contempo, quelli che da più parti vengono considerati settori strategici, di interesse nazionale – la Germania, in tal senso, ha impedito la vendita di Aixtron, dopo che i cinesi avevano poco prima acquisito Kuka, società specializzata nella robotica e nell’automazione – la Cina ci farebbe meno paura. Va altresì considerato che se le imprese occidentali, in particolare quelle europee, sono così ambite dai capitali cinesi, vuol dire che, nonostante la Crisi, il Vecchio Continente è riuscito a mantenere un certo vantaggio competitivo, un vantaggio che, ben inteso, non durerà per sempre. Infine, questa “nuova concorrenza cinese”, rispetto a quella sleale subita in questi anni, dovrebbe farci meno paura, dato che è costruita su basi più simili al capitalismo occidentale, dunque, non dovrebbero esserci rischi sul fronte occupazionale, almeno non nel breve periodo.

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