Janet Yellen, governatrice della Fed

Janet Yellen, governatrice della Fed.

Nella giornata di ieri la Federal Reserve ha annunciato il tanto atteso rialzo dei tassi per un ammontare di 25 punti base, portando così il costo del denaro allo 0.5-0.75%.

Un rialzo atteso a lungo: un anno fa, quando avvenne il primo, se ne prevedevano altri 4 per l’anno che volge al termine ma, il rallentamento dell’economia globale – in particolare quella cinese – prima, e la Brexit in giugno poi, li avevano scongiurati.

Come detto, il primo ed unico è avvenuto ieri, nell’ultima riunione del board che precede l’insediamento alla Casa Bianca di Donald Trump, il quale, se darà seguito alle promesse elettorali, darà molto da fare alla governatrice Janet Yellen.

Proviamo a spiegare il perché.

L’economia americana va meglio del previsto. Le stime del PIL americano per quest’anno e per il 2017 sono viste lievemente in rialzo di uno 0.1% (da 1.8% a 1.9% per quest’anno e da 2% a 2.1% per il prossimo); anche la disoccupazione è vista in calo dal 4.9% al 4.6%, dunque a ridosso di quella che si considera “pieno impiego”. Stesso discorso per l’inflazione, vista in rialzo.

Queste previsioni hanno certamente influito sulla decisione della Fed che auspica nei prossimi mesi ulteriori aumenti dei tassi (presumibilmente 3) nel corso del 2017 in modo da normalizzare la politica monetaria negli Stati Uniti.




Allora cosa c’è che non va?

La Fed, a differenza della Bce, non ha un unico obiettivo da perseguire, quello della stabilità dei prezzi, ma, alla banca centrale statunitense, oltre a ciò, è chiesto anche di incentivare la crescita economica, dunque, raggiungere la piena occupazione.

Senza tediarvi tirando in ballo la curva di Phillips, sappiate che tra stabilità dei prezzi, dunque tasso di inflazione, e tasso di disoccupazione esiste un nesso di casualità inversa, un trade-off, il quale obbliga per forza di cose a trovare il giusto equilibrio tra le due grandezze. Questo, se da un lato offre discrezionalità nelle scelte perseguibili, dall’altro pone dei dubbi sull’effettiva indipendenza dalla politica del banchiere centrale. 

Mi spiego meglio.

La ricetta di Donald Trump per rinvigorire la crescita economica negli USA si basa su una politica fiscale espansiva, che miri, nel contempo, ad un taglio alla tassazione e ad un aumento della spesa pubblica, dunque, all’aumento del debito.

La governatrice della Fed, Janet Yellen, nei prossimi mesi si ritroverà nella difficile posizione tra, il supportare la crescita economica che tali provvedimenti genereranno, attuando dunque una politica monetaria pro-ciclica, in soldoni, evitando o ritardando, per quanto possibile, nuovi aumenti del costo del denaro, oppure, di porvi un freno, attraverso nuove strette (politica monetaria anticiclica), preoccupandosi così di impedire la nascita di una nuova bolla – plausibile, dato, come detto, il basso tasso di disoccupazionecon il rischio, una volta esplosa, di rivivere un nuovo 2008. 

Tale rischio sarebbe ancor più elevato se, come si ipotizza, Donald Trump darà il via anche ad un nuovo programma di deregolamentazione nel settore bancario e finanziario, spazzando via i provvedimenti, pochi, che l’amministrazione Obama mise a punto per scongiurare l’insorgere di nuove future crisi.

Insomma, Janet Yellen nei prossimi mesi si troverà nella difficile situazione di prendere il toro per le corna senza in realtà disporre degli strumenti per farlo. L’organismo che presiede, infatti, già abbondantemente criticato nel corso della campagna elettorale dal Presidente eletto, per le ragioni su spiegate, più che di una reale indipendenza, gode soltanto di una certa discrezionalità.

Un tweet di Donald Trump del febbraio scorso nel quale auspicava una revisione della Fed

Un tweet di Donald Trump del febbraio scorso nel quale auspicava una revisione della Fed.

Spesso si è scritto, ed ho scritto, di una BCE troppo ingessata dal proprio statuto dimenticando come sia proprio ciò a renderla realmente indipendente dalla politica.

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