Si è da poco conclusa la conferenza stampa di Mario Draghi a cornice della riunione odierna del Consiglio direttivo della BCE.

Il dato più importante emerso non è tanto la conferma del quantitative easing, ossia del programma di acquisto di titoli pubblici e privati dell’Eurozona, fino alla data prevista di marzo 2017, quanto il suo prolungamento fino a dicembre 2017, a volume però ridotto, ossia a 60 miliardi di euro al mese anziché gli 80 dell’ultimo periodo.

Tale decisione, secondo Mario Draghi, scaturisce da un quadro macroeconomico migliore rispetto a quello che nel marzo scorso portò ad un affinamento del suo bazooka. Nella sua analisi, il numero 1 dell’Eurotower ha parlato sì di pressioni inflazionistiche ancora moderate ma, nel contempo, di una ripresa che nel IV trimestre dell’anno ha continuato a rafforzarsi. Le stime sul PIL dell’Eurozona parlano infatti di +1.7% nel 2017 e di +1.6% per gli anni successivi. Inoltre, sono viste al rialzo anche le stime per quanto concerne l’inflazione, stimata all’1.3% nel 2017, 1.5% nel 2018 e 1.7% nel 2019. Ricordiamo che l’obiettivo principale della BCE è “il raggiungimento nel medio periodo di un tasso di inflazione prossimo ma inferiore al 2%”.

Ciò nonostante, il governatore della BCE ha chiarito che, nel caso l’outlook dovesse peggiorare o le condizioni finanziarie dovessero minare il raggiungimento di tale obiettivo, non sono esclusi nuovi interventi in termini sia di volume che di durata, stoppando dunque qualsiasi ipotesi di tapering, ossia di conclusione delle politiche di stimolo monetario, paventata dai media nelle scorse ore.

Oltre, come detto, ad un abbassamento del tetto degli acquisti, il board della BCE ha previsto ulteriori affinamenti che concernono l’estensione del programma di acquisti ai titoli di stato con vita residua a 1 anno – in precedenza era a 2 – e la possibilità di acquistare titoli con un tasso inferiore a quello dei depositi, prima esclusa.

Tali misure dovrebbero avvicinare ancor di più il quantitative easing all’economia reale, rendendolo, di fatto, più efficace. A tal proposito, Draghi non ha mancato di ricordare la necessità di riforme strutturali in tutti i Paesi europei, “il modo migliore per creare posti di lavoro”, in particolare nel settore delle infrastrutture, a suo dire cruciale per lo sviluppo economico.

Ai giornalisti che lo incalzavano sui risvolti che le fragilità delle banche italiane e il nutrito calendario elettorale che attende diversi Paesi dell’Eurozona nel 2017, potranno avere sulla tenuta dell’euro, Draghi ha tagliato corto, sottolineando come, anche per la Brexit, l’elezione di Trump e il recente referendum italiano, erano state previste ripercussioni importanti dal punto di vista finanziario, di fatto non prodottesi.

Non è mancata neppure la solita, annosa, domanda relativa alle critiche che senz’altro pioveranno sul Governatore della BCE da parte dei Paesi continentali, Germania in primis, di fare, con questo prolungamento del QE, gli interessi dei Paesi mediterranei: critica rispedita al mittente con fermezza, dato che “La BCE fa gli interessi dell’intera Eurozona”.