Donald Trump, il nuovo Presidente degli Stati Uniti d'America.

Donald Trump, il nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America.

Ricorderemo a lungo questo 2016. Dopo la vittoria a sorpresa del fronte del “leave” nel referendum sulla Brexit, ecco uno scossone ancora più forte ed inaspettato: Donald Trump è il 45esimo Presidente degli Stati Uniti d’America. E potrebbe non finire qui: il 4 dicembre, infatti, noi italiani saremo chiamati ad pronunciarci sulla riforma costituzionale, la cui vittoria del “No”, al momento in vantaggio, potrebbe ulteriormente incidere sul già preesistente clima di incertezza.

Come nel caso della Brexit, anche stavolta i sondaggisti hanno clamorosamente fallito. Forse, avrebbero dovuto affidarsi a Matt Groening, il creatore dei Simpson, il quale, nel 2010, pronosticò il successo di Trump.

Scherzi a parte, il caso emailgate aveva portato l’Fbi all’apertura di un’inchiesta nei confronti della Clinton – immediatamente chiusa – determinando il recupero delle quotazioni del candidato repubblicano Trump, che però risultava ancora staccato di ben 4 punti percentuali dalla candidata democratica.

Il risultato emerso dalle urne ha invece mostrato ben altro, la vittoria del tycoon, come osservabile dal grafico che segue, è stata schiacciante.

I risultati delle elezioni americane.

La vittoria di Donald Trump. I risultati delle elezioni americane.          Fonte: The NY Times

 

Eppure, la sensazione che avevamo avuto nel corso di questa estenuante, e mortificante, campagna elettorale era che Trump non lo votasse praticamente nessuno: dall’endorsement di Wall Street e della Silicon Valley, cospicui finanziatori della campagna elettorale di Hillary Clinton, dal sostegno del Presidente uscente Barack Obama e del mondo intero (Russia esclusa), tutti i principali leader occidentali – Matteo Renzi in testa, lo ricorderete, ospite dell’ultima cena di Stato organizzata alla Casa Bianca – persino i Paesi un tempo definiti “canaglia” come nel caso dell’Arabia Saudita – i cui finanziamenti avevano creato qualche imbarazzo in seno al partito democratico – si erano schierati dalla parte di quella che sarebbe stata la prima presidente donna della storia degli Stati Uniti.

L’intero mondo dello showbiz americano si era riunito intorno alla figura di Hillary Clinton, chi per ostacolare l’ascesa di Trump – Robert De Niro, Moby, Bruce Springsteen, chi come fiero sostenitore della candidata democratica sin dal primo giorno, su tutti la popstar Katy Perry94 milioni di follower su Twitter, record assoluto e 54 su Instagram – che per mesi si era fatta ritrarre in sua compagnia.

E Trump, con le sue aberranti esternazioni sessiste e xenofobe, ce l’aveva messa davvero tutta per inimicarsi chiunque americano avesse una qualche rilevanza. Persino un’istituzione come il “The New York Times” si era apertamente schierata da parte della Clinton, sviscerando a più riprese le malefatte del candidato repubblicano, ricorderete le inchieste sull’elusione fiscale e sul suo comportamento nei confronti delle donne.




Quando qualche giorno fa il leader repubblicano parlò di “sondaggi truccati”, scoppiai in una grossa risata, una delle tante di questa campagna elettorale, ed è stato forse questo il segreto del successo di Trump, non essere mai stato preso davvero sul serio.

L’informazione, così come i sondaggisti, sono stati drogati dalle sue uscite fuori luogo, probabilmente molti cittadini americani intervistati nutrivano imbarazzo nel dichiarare il loro sostegno al candidato repubblicano, e lo sono stati fino all’ultimo, basti guardare gli exit-poll. Imbarazzo che è evidentemente scomparso nella cabina elettorale.

Questa campagna ci ha ricordato una cosa che in tanti, me compreso, avevamo dimenticato, una cosa che è croce e delizia di ogni democrazia: il suffragio universale.

Il voto di Mark Zuckerberg, di Tim Cook, di Bruce Springsteen, persino quello di Barack Obama, vale uno esattamente quanto quello dell’ultimo abitante del Kansas, del Nord Dakota o dell’Ohio, con tutto il rispetto per questi Stati di cui ricordiamo l’esistenza esclusivamente nel corso delle elezioni americane. Altro dato da non trascurare è che una fetta sempre più piccola della popolazione si informa leggendo quotidiani, dunque, il loro punto di vista appare sempre più elitario e slegato da quella che è l’opinione popolare; la maggior parte dei cittadini si informa attraverso i social, prendendo per vero qualsiasi cosa legga. “The Economist”, qualche settimana fa, aveva dedicato una copertina alla cosiddetta “Art of the lie”, ossia alla diffusione di affermazioni che sono sentite come vere ma che non trovano alcun fondamento nella realtà, insomma, l’arte del complottismo, di cui, secondo il settimanale britannico, Donald Trump rappresenta il più grande esponente.

Il successo del tycoon a mio avviso segna anche la fine del politically correct.

La Clinton, per quanto abbia cercato di convincerci parlando di bambini e povertà, non è uno stinco di santo. La sua storia politica lo dimostra, molti degli errori commessi in politica estera dall’amministrazione Obama portano il suo nome. Inoltre, dopo aver appreso della sconfitta, anziché scendere in piazza in prima persona e congratularsi pubblicamente con il suo avversario – ricordiamo che Trump aveva subìto pesanti critiche dalla candidata democratica quando dichiarò che avrebbe potuto non accettare l’esito del voto – ha preferito star lontana dalle telecamere, delegando John Podesta, manager della sua campagna elettorale, di rilasciare le prime dichiarazioni, per altro piuttosto imbarazzanti: “Andate a casa, non avremo niente da dire stasera, stanno ancora contando i voti”.

Trump, al contrario, essendo alla prima esperienza, non aveva scheletri nell’armadio da cui doversi difendere, almeno dal punto di vista politico, ha spesso inasprito i toni del confronto, facendo probabilmente scivolare la Clinton su un terreno non suo, Oscar Wilde diceva “Mai discutere con un idiota, ti trascina al suo livello e ti batte con l’esperienza”.

Il punto è che Trump stupido non lo è mai stato, anzi, ha semplicemente scelto di combattere con le sue armi, quelle dell’imprenditore di successo antisistema.

Su questi aspetti il quotidiano inglese “The Guardian”, qualche settimana fa, in un articolo dal titolo “We’ve seen Donald Trump before – his name was Silvio Berlusconi”tracciava un interessante paragone con con l’ex Premier italiano Silvio Berlusconi, anch’egli preso poco sul serio quando nel 1994 decise – come spesso amava dire – di “scendere in campo”, portandolo a rimanere sulle scene nazionali ed internazionali per oltre un ventennio.

I continui scandali che lo hanno travolto in tutti questi anni non sembravano scalfirlo, anzi, al contrario, sembravano fortificarlo – egli aveva ben chiaro il fatto che gli elettori hanno scarsa memoria – l’essere un imprenditore di successo, il non vivere, quindi, a differenza dei suoi avversari, di politica, il superamento del concetto storico di partito, restringendolo alla sua persona, il riuscire ad apparire antisistema anche da Capo dell’Esecutivo, costruendosi, con estrema sagacia, degli avversari da combattere – apparendo persino perseguitato quando la sua posizione si complicava – insomma, il riuscire a trovare costantemente un alibi ai suoi fallimenti, rappresentano tutta una serie di peculiarità osservabili anche nel nuovo Presidente USA.

Lo slogan “Make America great again” ha indiscutibilmente ammaliato e conquistato l’elettorato medio americano, quello che più di tutti ha subito il peso della crisi economica e finanziaria del 2008, il fomentare astio tra l’ultimo ed il penultimo, ossia tra le minoranze etniche, gli immigrati e le fasce meno abbienti, ha completato l’opera.

Come però egli riuscirà a rendere di nuovo grande l’America non è dato saperlo. Le sue ricette fatte di protezionismo e proibizionismo, oltre ad aver già dimostrato il loro insuccesso, appaiono anacronistiche e inapplicabili. Egli stesso, per i suoi gadget, aveva optato per il “Made in China”.

Uno dei gadget "Made in China" della campagna "Make America great again".

Uno dei gadget “Made in China” della campagna “Make America great again”.

La cosa positiva del nuovo corso Trump, ammessa che possa essere definita del tutto tale, appare essere una distensione nei rapporti con la Russia che, negli ultimi tempi, complice le tensioni in Siria, erano ritornate ai livelli della guerra fredda. Ma lasciare il campo libero a Putin in tema di politica estera può essere accettabile per quella che è da sempre considerata la prima democrazia al mondo? Non credo.

La democrazia ha però, anche stavolta, fatto il suo corso, non si può lodarla quando i risultati ci sorridono e denigrarla quando la maggioranza esprime un giudizio diverso dal nostro – la goliardica pagina Facebook de “Gli eurocrati” stamattina commentava “Il guaio è che non possiamo neppure mandargli la troika” – evidentemente gli americani hanno dimenticato cosa li ha resi la più grande economia del mondo, comincio a pensare che l’unico modo per combattere i populismi sia mandarli al potere, solo così gli elettori potranno davvero capacitarsi dell’enorme errore commesso.

Intanto, come accaduto con la Brexit, gli sconfitti non l’hanno presa benissimo, pare che il sito dell’immigrazione canadese stamane sia andato in crash, dando così seguito alla campagna “Cape Breton if Donald Trump wins”.

Questo blog è nato per trattare temi di politica economica, quindi, dopo una lunga analisi prettamente politica, dedichiamo qualche rigo anche quest’aspetto.

La solita premessa: è complicato in questo momento fare delle previsioni, soprattutto perché, come qualcuno ha già detto e scritto, la macchina istituzionale americana dovrebbe essere in grado di arginare alcune delle strampalate idee di Trump.

Se così non dovesse essere, è chiaro che l’elezione di Donald Trump riporterebbe gli Stati Uniti almeno trent’anni indietro, e questo fa sorridere dato che otto anni fa, in occasione dell’elezione di Barack Obama, credevamo gli USA proiettati nel futuro. Si assisterebbe ad uno spostamento verso Oriente – Cina in testa – del baricentro dell’economia mondiale. La stessa Unione Europea, semmai riuscirà a recuperare quello spirito che ha portato alla sua creazione, potrebbe riconquistare quell’influenza persa dopo le due guerre mondiali.

Ipotesi remote, la presidenza americana ha durata breve, 4 anni, un secondo mandato non credo sia pronosticabile, inoltre, già dal suo primo discorso, il nuovo Presidente ha usato toni ben più distesi e concilianti, facendo intendere che quello visto in campagna elettorale era – si spera – solo una macchietta di se stesso.

Non si conosce praticamente nulla neppure della sua futura squadra di Governo, si è fatto il nome dell’ex sindaco di New York, Rudolph Giuliani, suo sostenitore, il resto si vedrà.

Riguardo invece le conseguenze nel brevissimo periodo del successo di Trump, i movimenti sono più o meno sempre gli stessi osservati l’indomani della Brexit: le borse, che avevano scommesso sulla Clinton, hanno aperto in forte calo un po’ dappertutto, salvo, almeno quelle europee, recuperare con l’inizio delle contrattazioni a Wall Street, gli investitori si sono protetti investendo nei beni rifugio, l’oro su tutti, che ha fatto registrare un’impennata nelle contrattazioni, mentre gli spread sono in rialzo. Riguardo il peso messicano, valuta che abbiamo a lungo osservato come indicatore dell’andamento delle elezioni americane, è, come da previsione, crollato, magari il famoso muro promesso da Trump non si farà, ma una rinegoziazione dell’accordo Nafta e una stretta sull’immigrazione è assai probabile.

La risposta dei mercati all'elezione di Trump.

La risposta dei mercati all’elezione di Trump.                                      Fonte: Bloomberg.

Il crollo del peso messicano. Fonte: Bloomberg.

Il crollo del peso messicano.                                                              Fonte: Bloomberg.

È chiaro che un così tremendo scossone andrà metabolizzato, lo sarebbe stato nel caso di un’economia di più piccole dimensioni, figuriamoci nel caso della prima potenza mondiale.

L’incertezza sarà il leitmotiv dei prossimi mesi, credo che a questo punto, anche il tanto atteso rialzo dei tassi da parte della Fed, auspicato per fine anno, subirà un ulteriore ritardo.

Concludo l’articolo tirando in ballo la cabala. Gli americani sono soliti scrivere le date invertendo mese e giorno: il 9/11 gli Stati Uniti subivano il più grosso attacco sul proprio suolo da Pearl Harbour, l’11/9 viene eletto Donald Trump Presidente.

Inoltre, il 9/11 del 1989 crollava il muro di Berlino, 17 anni dopo, gli americani eleggono chi un muro ha promesso di costruirlo.