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Il Premier inglese Theresa May che in questa foto sembra alzare le mani di fronte allo stop arrivato dalla sentenza dell’Alta corte britannica.

Il colpo di scena che non t’aspetti. Quest’oggi, l’Alta corte britannica ha accolto le istanze presentate da due cittadini britannici, la consulente finanziaria Gina Miller e il parrucchiere Deir Dos Santos, sentenziando che la vittoria del fronte del “leave” nel referendum sulla Brexit del 23 giugno scorso non dà alcun mandato al Governo May di avviare la procedura per l’uscita dall’UE, come disciplinato dall’art. 50 del Trattato di Lisbona, ma, al contrario, affinché ciò possa realizzarsi, sarà necessario il pronunciamento del Parlamento.

Tale sentenza rappresenta un vero e proprio schiaffo all’Esecutivo britannico: l’esito del referendum, già di per sé non vincolante – trattasi di referendum consultivo – era stato preso molto sul serio da Downing Street, l’intento era dare piena e repentina attuazione alla volontà popolare, si era parlato di un termine ultimo per l’uscita dall’UE fissato per il 30 marzo, termine che a questo punto dovrebbe ricevere uno slittamento.

Il Governo ha già fatto sapere che ricorrerà alla Suprema Corte, a cui, nel caso di nuovo esito negativo, si vocifera seguirà un ricorso alla Corte di Giustizia europea, il che assumerebbe contorni comici, il più alto organo di giustizia europea chiamato ad esprimersi sulla legittimità di uscita dall’Unione Europea.




Vi starete chiedendo, perché così tanta confusione? A differenza di tante altre Nazioni, il Regno Unito non dispone di un unico documento costituzionale, una costituzione cosiddetta rigida, ma da una pluralità di fonti di diversa natura che la rendono da un lato flessibile, dall’altro di più difficile interpretazione.
Uno dei principi fondamentali della Costituzione del Regno Unito è che la sovranità appartiene al Parlamento, i cui statuti rappresentano la fonte suprema e definitiva delle leggi, ed è questo aspetto che ha fatto riferimento l’Alta corte britannica nel suo pronunciamento odierno. Ora, seppur la maggioranza del Parlamento dovrebbe essere per il “remain”, appare impensabile che la volontà espressa dal popolo venga soppiantata, dunque, è lecito prevedere che esso si allineerà all’esito del referendum. Sarà però curioso osservare l’orientamento dei deputati del partito nazionale scozzese, dato che il Premier Nicola Sturgeon sta spingendo per un nuovo referendum secessionista allo scopo di restare nell’UE, sarebbe bislacco, infatti, anche in questo caso, un voto in contrasto con la volontà del popolo scozzese.

Al di là della disputa legale in seno al Regno Unito, ciò che lascia sgomenti è un’Unione Europea ancora una volta ostaggio di decisioni altrui, era accaduto qualche giorno fa con il caso Vallonia, accade da qualche mese con le decisioni connesse alla Brexit: è incomprensibile che l’UE debba subire passivamente le tempistiche del Regno Unito, i vertici europei avrebbero dovuto meglio disegnare l’eventualità di uscita di un Paese, l’incertezza che ne sta derivando ha già pesantemente influito sulle performance degli altri Stati membri, sarà opportuno nei prossimi mesi far valere il peso politico ed economico dell’Unione, se gli inglesi intendono uscire, lo facciano al più presto e alle condizioni di Bruxelles.