Ritorno dell'Arabia Saudita sui mercati
Sembra essere l’anno dei grandi ritorni.
Dopo il ritorno dell’Argentina sui mercati con la sua prima emissione, dal default del 2001, avvenuta lo scorso aprile, questa settimana è stato il turno dell’Arabia Saudita che, nella giornata di mercoledì, dopo 25 anni dall’ultima volta, ha collocato un ammontare di bond da ben 17.5 miliardi di dollari, superando così il precedente record per un Paese emergente (16.5 miliardi) ottenuto proprio in quella circostanza dalla repubblica sudamericana.

L’idea iniziale da parte del Governo saudita era di fermarsi nel range 10-15 miliardi ma l’incredibile richiesta, giunta a 67 miliardi, ha fatto propendere per un ammontare maggiore, arrivato, come detto, a 17.5 miliardi.
Tale somma risulta così composta:
  • 5.5 miliardi a 5 anni al tasso del 2.63%.
  • 5.5 miliardi a 10 anni al tasso del 3.44%.
  • 6.5 miliardi a 30 anni al tasso del 4.64%.

Tale emissione si è ben conciliata con l’aumento del prezzo del petrolio che proprio in questi giorni ha superato la soglia dei 50 dollari al barile – massimo dell’anno, ma ancora distante dai massimi toccati due anni fa – contribuendo così ad alimentare la fiducia degli investitori.




Per la verità, allo scopo di rendere l’emissione maggiormente attrattiva, Riad ci aveva già messo del suo promettendo un rendimento più elevato (+44 punti base) rispetto a quanto offerto dal titolo di riferimento nel Golfo, quello del Qatar – rating AA rispetto all’A1 del bond saudita – che nello scorso maggio aveva collocato bond per 9 miliardi.
I bond emessi da inizio anno dai Paesi di quest’area geografica ammontano complessivamente a 48.3 miliardi di dollari – i maggiori, oltre all’appena citato Qatar, sono stati emessi da Abu Dhabi (5) e Oman (4.5) – lasciando intravedere che è in atto un processo di trasformazione da parte di queste economie che mirano a divenire via via indipendenti dal petrolio.
La dipendenza dal petrolio, infatti, rappresenta la principale debolezza di queste economie, le cui performance in questi anni hanno risentito notevolmente del suo crollo: il Fondo Monetario Internazionale, per esempio, nel caso dell’Arabia Saudita ha stimato per quest’anno un tasso di crescita dell’+1.2% rispetto al 3.5% fatto registrare nel 2015.
Non è ancora chiara la strada che questi Paesi intraprenderanno ma emissioni di così vaste proporzioni testimoniano il passaggio ormai compiuto da parte di tali economie dallo status di creditori internazionali a quello debitori, assomigliando sempre più alle moderne economie occidentali.