economia vietnam

Nello scorso numero dell’Economist ha solleticato la mia attenzione un articolo sul Vietnam, un Paese che è passato alla storia per essere il teatro di uno dei più sanguinosi conflitti che la storia ricordi ma che, in questi anni, ha saputo rialzarsi gettando le basi per un futuro prospero.

Quando parliamo di Asia e in particolare di economie in forte ascesa siamo soliti pensare ai grandi Paesi-continente quali Cina e India, in seconda battuta, a quelle che negli anni novanta vennero definite “Tigri asiatiche”, definizione utilizzata per Taiwan, Corea del Sud, Singapore e Hong Kong, successivamente allargata a Malesia, Indonesia, Tailandia e Filippine, eppure, dagli anni ’90, la crescita pro-capite fatta registrare dal Vietnam (6% annua) è seconda solo alla Cina, permettendo alla piccola economia asiatica di passare dallo stadio di “Paese tra i più poveri del mondo” a quello di “Middle-Income Countries”.

Uno dei segreti del Vietnam è senz’altro la vicinanza geografica alla Cina, in quanto esso funge da manodopera a basso costo – l’età media dei vietnamiti (30.7) è addirittura inferiore a quella cinese (36) – del Paese che più di ogni altro fa valere tale vantaggio competitivo sul resto del mondo.

Tale condizione è destinata a progredire dato che nei prossimi decenni ci si aspetta un balzo in avanti dei salari cinesi, dunque, è plausibile che ancor più aziende cinesi facciano in futuro ricorso alla manodopera vietnamita. Questa situazione potrebbe però far pensare ad una crescita miope, dato che si svilupperebbe su un vantaggio competitivo che andrebbe a sbriciolarsi con lo sviluppo dell’economia – quando un’economia cresce, tra le altre, aumentano le rivendicazioni salariali – invece il Vietnam sta dimostrando di essere tutt’altro che miope.




Tale economia, infatti, sta investendo pesantemente in istruzione, più di molte altre di pari livello di sviluppo, più di Tailandia, Indonesia e Malesia, elevandone gli standard minimi. I quindicenni vietnamiti sono più bravi in matematica degli americani e degli inglesi, ciò dovrebbe renderli maggiormente idonei nel maneggiare macchinari che il progresso vuole sempre più complessi.

Inoltre, esso sta provando ad inserirsi prepotentemente negli scambi internazionali, gettando le basi per importanti accordi commerciali: il TPP (Trans-Pacific Partnership), che coinvolgerà 12 Paesi, tra gli altri, Giappone e Stati Uniti, sempre che la situazione politica americana lo permetta, un accordo work in progress di libero scambio con l’UE ed uno con la Korea del Sud, che dovrebbe definirsi in dicembre.

Le sfide che attendono il Vietnam sono ancora tante. Nel 2011, una “bad bank” venne creata per ripulire i principali istituti di credito dilaniati dai crediti in sofferenza, settore ancora acerbo, la produttività in ambito privato è ancora bassa – come detto, però, la strada è quella giusta – gli investimenti provenienti dall’estero sono in aumento – Samsung ha un piano da circa 3 miliardi di dollari per produrre smartphone in Vietnam – ma la partecipazione delle imprese vietnamite è ancora risibile (36%) rispetto a quanto osservato in Malesia e Tailandia (60%). Infine, va ricordato che, con il passaggio, come detto in precedenza, allo stadio di “Middle-income country”, nel 2017 la Banca Mondiale si appresta a tagliare i finanziamenti preferenziali concessi sinora, ciò rappresenterà un’altra sfida per l’economia vietnamita.




Ciò nonostante, il Governo, secondo l’Economist ed il Financial Times, sta operando bene, vige un cauto ottimismo sul futuro del Vietnam, secondo il rapporto “Vietnam 2035”, messo giù con la collaborazione della Banca Mondiale, la privatizzazione delle cosiddette SOEs (state-owned enterprises), ossia di aziende a partecipazione statale, per altro già iniziata con la vendita di oltre 200, dovrebbe offrire un grosso slancio all’economia vietnamita.

Insomma, la strada è corretta seppur ancora lunga. Il Vietnam ha bisogno di crescere per un altro decennio ad un ritmo del 7% per seguire la strada percorsa dalla Cina, altrimenti potrebbe ripercorrere il sentiero deludente di Brasile e Tailandia, due Paesi per i quali era stato ipotizzato ben altro futuro.

 

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