Kuroda, governatore della Banca Centrale Del Giappone

Haruhiko Kuroda, Governatore della Banca Centrale Del Giappone

La Banca Centrale Del Giappone (Boj), negli ultimi settant’anni, ha costantemente ispirato le politiche monetarie del resto del mondo. All’inizio, a seguire il Giappone, furono sostanzialmente le altre economie asiatiche affascinate dal suo brillante modello di sviluppo, successivamente, soprattutto nell’ultimo decennio, economisti e banchieri centrali occidentali, trovatisi ad affrontare lo spettro della deflazione, hanno guardato con interesse al Paese del Sol Levante per avere un’idea più precisa sulle misure da adottare.

Il Giappone, infatti, combatte questo fenomeno da circa quindici anni e può offrirci importanti suggerimenti sulle misure da intraprendere, in quanto, benché vi siano importanti differenze sotto il piano culturale, sono molte le analogie sul piano economico con l’Eurozona e, in particolare, l’Italia.

In primo luogo, il Paese nipponico, detiene il poco invidiabile record di essere il Paese più anziano del mondo, infatti, il 26.3% della popolazione nipponica ha oltre 65 anni contro il 17.8 della media OCSE, mentre il tasso di fertilità è all’1.4% (media OCSE 1.7%).

Si tratta di caratteristiche assai comuni nei Paesi avanzati, caratterizzati da sistemi sanitari e assistenziali più efficienti e, nella maggior parte dei casi, un maggior tasso di occupazione femminile.

A ciò, in secondo luogo, il Giappone aggiunge un tasso di immigrazione bassissimo (1.6%) rispetto alla media OCSE (12.2%), il quale trova spiegazione nell’esistenza di barriere culturali e linguistiche piuttosto dure da superare, e che dovrebbe fungere da monito all’ondata populista e xenofoba che, causa terrorismo, sta prendendo piede in Italia e in Europa; l’immigrazione, se regolare, rappresenta un’importante risorsa per un’economia avanzata, in quanto offre manodopera a basso costo e, soprattutto, dato il sistema a ripartizione vigente, “paga” le pensioni dei nostri anziani.




Le analogie tra il Giappone e l’Eurozona, in particolare l’Italia, non si fermano qui: l’altissimo debito pubblico (246% del PIL) rappresenta un fardello enorme per le future generazioni, il risultato di decenni di politiche monetarie espansive sfociate nel quantitative easing, con lo scopo di rinvigorire l’economia giapponese da troppi anni stagnante. La differenza, come qualcuno farà notare, sta nella sovranità monetaria a cui l’Italia ha rinunciato adottando l’euro, la quale le impedisce di ripagare il proprio debito stampando nuova carta moneta. Si tratta, chiaramente, di una differenza sostanziale, che offre sì maggiori margini di manovra al governatore Haruhiko Kuroda, ma che, all’atto pratico, non ha dato alcun vantaggio all’economia giapponese, se non quello – che non chiamerei vantaggio – di aver ritardato l’introduzione delle riforme di cui il Giappone necessita.

Secondo gli osservatori internazionali, l’Esecutivo giapponese dovrebbe concentrarsi su un’espansione della forza lavoro, attraverso la promozione dell’occupazione femminile e un incremento dell’età pensionabile, una maggiore apertura all’immigrazione, al fine di controbilanciare l’invecchiamento della popolazione, un aumento della pressione fiscale, allo scopo di incominciare un’operazione di rientro dall’enorme debito pubblico, e una riforma del mercato del lavoro in grado di renderlo più flessibile ma, nel contempo, maggiormente remunerativo. Come noterete, la ricetta non si discosta da quanto suggerito, tanto dal Fondo Monetario Internazionale, quanto dagli organismi europei.

Come spesso ribadito da Draghi per l’Eurozona, gli stimoli monetari da soli non sono sufficienti, occorre fare le riforme. Ed è quello che deve aver pensato lo stesso Kuroda, il quale, pochi giorni fa ha disatteso le speranze degli investitori, evitando di fungere, ancora una volta, da precursore di nuovi politiche non convenzionali, come il tanto discusso “helicopter money”.

Del resto, un rafforzamento del bazooka appare poco utile, se il denaro non si è finora riversato a famiglie ed imprese, non si vede il motivo per cui ciò possa accadere a seguito di un nuovo incremento quantitativo della misura, del resto, la Boj detiene già un terzo del debito pubblico nipponico, i tassi sono già in territori negativi, insomma, la Banca Centrale giapponese, se si eccettua la possibilità di nuove misure, per il momento scongiurate e tutte da valutare, appare al limite delle proprie possibilità di azione, un nuovo alleggerimento monetario rischia di diventare una pistola a salve, anzi, per certi versi addirittura nocivo, se si tiene conto degli effetti collaterali di cui ho discusso nell’articolo il quantitative easing non è la panacea.

La palla, dunque, passa all’esecutivo giapponese che, in questi anni, non è riuscito nell’opera di deregolamentazione, mancando l’obiettivo di spingere famiglie e imprese a recuperare fiducia e quindi a prendere a prestito denaro per cimentarsi in nuove attività economiche. Ciò ha condotto le aziende nipponiche ad investire maggiormente all’estero, avvantaggiandosi del deprezzamento dello yen (effetto del QE), portando loro vantaggi dal punto di vista delle performance economiche, in questo momento, però, frenate dalle incertezze internazionali, su tutte la Brexit, che ha portato gli investitori internazionali ad investire in yen come moneta rifugio, determinandone un nuovo apprezzamento.




Come detto, il QE si è riversato solo parzialmente sull’economia reale: i salari non sono cresciuti, i consumi non sono ripartiti, l’inflazione dunque è rimasta stagnante, così come le stime di crescita dell’economia giapponese, ferma ad un anemico +0.3%. Provare adesso a rientrare dal debito attraverso un aumento della tassazione – una delle ricette discusse in precedenza – getterebbe il Giappone verso una nuova recessione.

È lecito credere che, se le cose non dovessero evolvere, Kuroda, messo costantemente sotto pressione – come del resto tutti gli altri Banchieri Centrali in questi anni di crisi – prima o poi ceda sull’helicopter money, lanciandosi, nuovamente per primo, verso acque nuove ed inesplorate. I risultati, però, potrebbero non discostarsi troppo dagli attuali, i monetaristi se ne facciano una ragione, la politica monetaria da sola non basta, è il momento delle riforme.