La copertina dell'Economist di questa settimana.

La copertina dell’Economist di questa settimana.

 

Nel mio articolo sul Fondo Atlante avevo già parlato dei Npl (Non performing loans), ossia di quei crediti in seno alle banche divenuti inesigibili a seguito delle difficoltà riscontrate durante la Crisi economica di questi anni, i quali rappresentano la principale debolezza degli istituti italiani, debolezza acuitasi l’indomani della Brexit con gli speculatori che, impossibilitati ad agire ancora sui titoli pubblici causa scudo della BCE sugli spread, stanno concentrando le proprie attenzioni sui titoli bancari.

In queste circostanze, fino allo scorso anno, il Governo, al fine di preservare la stabilità del sistema finanziario, avrebbe potuto agire con una nazionalizzazione dell’istituto in difficoltà e, attraverso la creazione di una bad bank, ripulirla, per poi, successivamente, rimetterla sul mercato. Operazione estremamente esosa dal punto di vista economico, basti vedere come sono lievitati in questi anni i debiti pubblici dei Paesi europei.

Per mettervi freno, all’inizio di quest’anno è stato introdotto il meccanismo del Bail-in, il quale, per farla breve, trasferisce i rischi legati al fallimento di una banca dai contribuenti agli investitori, ciò significa che, in caso di fallimento, non sarà più lo Stato, servendosi dei nostri soldi, ad operare il salvataggio, ma saranno gli stessi investitori, dunque, azionisti, obbligazionisti e persino correntisti – esclusi i conti correnti inferiori ai 100mila euro – a farsene carico.

Soluzione a mio avviso corretta: vero che il mondo in cui viviamo si regge sulle banche, questo però non vuol dire che esse non debbano essere trattate alla stregua di qualsiasi altra azienda, anche perché ciò in passato ha innescato comportamenti di moral hazard.

L’obbligo però di rivolgersi al mercato per recuperare parte del valore iscritto a bilancio dei Npl genera una profonda speculazione, dato che gli acquirenti proveranno ad ottenere tali crediti al prezzo più basso possibile – per poi, successivamente, provare a lucrarci – mettendo quindi a repentaglio la tenuta delle banche, degli investitori e dei risparmiatori.

Oggetto principale della speculazione di questi giorni sono le banche italiane, Monte dei Paschi di Siena su tutte, con i suoi 46.9 miliardi di euro di Npl. Il più antico istituto di credito del mondo, il quale già in passato aveva fatto parlare di sé, ricorderete il salvataggio operato dal governo Monti nel 2011, ha fatto registrare in questi giorni pesantissimi tracolli in borsa che hanno condotto la propria capitalizzazione borsistica al minimo storico di 800 milioni di euro. Diciamoci la verità, le banche italiane hanno delle difficoltà, ma gli Npl non rappresentano un problema meno grave, per esempio, dei derivati in seno alle banche tedesche, Deutsche Bank su tutte, è solo che i mercati hanno puntato ancora una volta su di noi ed occorre far qualcosa per mettere un freno a questa nuova emergenza.

Come dicevo, in questi anni, prima dell’introduzione del Bail-in, molti Paesi, Germania in primis, hanno operato pesanti nazionalizzazioni dei propri istituti di credito in modo da ripulirli e provare a metterli al sicuro, obiettivo, per quanto appena detto, non del tutto riuscito. L’Italia no. Si pensava che il nostro sistema bancario fosse più solido degli altri – per certi versi è anche vero – a ciò, va aggiunto, che in quel periodo le attenzioni del Governo italiano si concentravano altrove, bisognava mettere un freno agli spread, senza contare che l’enorme debito pubblico non permetteva grossi margini di manovra.

Solo dopo il recepimento della direttiva sul Bail-in, in Italia ci si è accorti che il nostro sistema bancario non era poi tanto solido quanto si credeva, in realtà un attimo prima, le prime avvisaglie infatti arrivarono con il caso Banca Etruria e gli altri 3 istituti coinvolti (Banca Marche, CariFerrara e Carichieti), messe in salvo, non senza patemi, leggi obbligazioni subordinate, alla fine del 2015.

Per chi ancora non lo sapesse, le obbligazioni subordinate rappresentano titoli a metà tra obbligazione ed azione, nel senso che, a fronte di un rendimento più elevato rispetto ad una comune obbligazione, in caso di liquidazione o fallimento dell’istituto, essa verranno rimborsate soltanto quando i creditori ordinari e gli altri obbligazionisti saranno soddisfatti. Anche nel normale andamento dell’attività bancaria, quando questi bond arrivano a scadenza, il loro rimborso è subordinato ad autorizzazione da parte della Banca d’Italia. Niente di illecito, se non fosse che tale strumento sarebbe stato venduto a piccoli risparmiatori ignari dei rischi connessi, i quali hanno visto volar via i risparmi di una vita.

È proprio per evitare il ripetersi di tali conseguenze – stavolta sarebbero ben più gravi date le dimensioni di Monte Paschi e delle altre banche coinvolte – che il Governo italiano ha richiesto una deroga al bail-in, attirando le ire di Germania e Olanda, le quali hanno ricordato che “Le regole vanno rispettate e non possono essere cambiate ogni due anni”. In realtà, almeno stavolta, pare che qualche margine di manovra esista, dato che l’art. 32 che istituisce la normativa sul Bail-in prevede forme di garanzia o anche capitali pubblici onde “evitare o rimediare a una grave perturbazione dell’economia di uno Stato membro o comunque preservarne la stabilità finanziaria.” Questo vuol dire che l’intervento pubblico avrebbe il solo obiettivo di fungere da garanzia per l’ottenimento di liquidità, non quindi compensare perdite già subite, prefigurando un aiuto di Stato.

Spetterà a Bruxelles decidere se vi siano o meno tali presupposti, per buona pace dei leader dei singoli Paesi e delle loro ormai frequenti intromissioni, e l’apertura fatta registrare ieri è stata salutata con ottimismo dagli investitori con gli indici di borsa delle banche italiane che sono ritornate con il segno più.

Quello che mi sento di dire a conclusione di questo articolo è un po’ il leitmotiv di questi anni: l’Europa non può ancora una volta impuntarsi nel rispetto di regole che il tempo rivela essere inadeguate e puntare costantemente il dito verso i Paesi che lo palesano, rischiando così di mettere fine alla sua stessa esistenza, occorre recuperare solidarietà e fiducia tra gli Stati membri; l’Unione Europea è un progetto nuovo, non ha precedenti nella storia e quindi modelli a cui ispirarsi. L’esistenza di regole è sì cruciale per il funzionamento di una qualsiasi associazione, figuriamoci per un’unione valutaria di così vaste proporzioni, ma non bisogna essere ottusi nel volerle farle rispettare a tutti i costi, persino quando esse necessitano di palesi accorgimenti. È necessaria inoltre una maggiore ponderazione quando esse vengono scritte e, viceversa, una maggiore celerità nel risolvere le crepe che esse generano nel momento in cui vengono commessi degli errori, soluzioni più generali e meno particolari, leader più lungimiranti e meno egoisti. Sennò, continueremo ad essere ostaggi dei mercati e del populismo, fino al punto di non ritorno.

 

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