helicopter money

L’espressione “Helicopter money”, resa popolare dall’economista americano Milton Friedman nel 1969, e rilanciata qualche mese fa, su precisa domanda, come “very interesting” da parte del Governatore della BCE, Mario Draghi, nasce da un’idea piuttosto curiosa: quella di un elicottero che lancia denaro sui cittadini.

Seppur finora mai presa realmente in considerazione, come prontamente chiarito dal numero 1 di Francoforte, l’ipotesi di distribuire denaro alla popolazione – chiaramente con meccanismi leggermente diversi da quelli di un elicottero che sorvola i nostri cieli – solletica sempre più l’immaginario collettivo, dati gli scarsi risultati ottenuti dalle misure, convenzionali e non, apportate sinora.

L’Eurozona appare sempre più prigioniera dell’ortodossia economica su cui venne costituita la BCE, fatta di un monetarismo senza compromessi, il quale prevede l’assoluta supremazia delle politiche monetarie su quelle fiscali, queste ultime ritenute inefficaci e principali responsabili del dissesto dei bilanci pubblici, in quanto spesso utilizzate a sproposito dalla politica con il solo scopo di costruire il consenso. Tale ortodossia sta portando l’Eurozona ad incartarsi su se stessa, percorrendo strade nuove e, per questo, sempre più pericolose, pur di non ammettere che nel 1992 qualcosa andò storto: il volersi precludere qualsiasi stimolo fiscale, l’ingessarsi sotto numeri asettici, fu senza dubbio un errore, così come l’ostinarsi a credere che i Paesi membri sarebbero riusciti a convergere in un unicum immune da qualsiasi shock asimmetrico. La verità vera è che i Paesi del nord, Germania in testa, non si fidavano dei Paesi del sud, i primi temevano che la svalutazione delle rispettive monete dei secondi – ciò che li aveva resi fino a quel momento competitivi sui mercati internazionali – avrebbe condotto l’intera Eurozona verso una pesante inflazione. Questa strenua opposizione ha invece portato all’esatto opposto, una spirale deflazionistica che sembra non avere fine.

In condizioni normali, Keynes ci ha insegnato che da una condizione di recessione si esce attraverso pesanti politiche fiscali espansive, lo Stato deve sostenere la crescita economica, creare le condizioni per la ripresa e, grazie ad essa, rientrare successivamente dal debito generato.



Le moderne tesi sull’austerità espansiva che hanno guidato la politica economica in Eurozona sono naufragate, dalle crisi si esce investendo, non tirando continuamente la cinghia. Occorre quindi recuperare Keynes ed è quello che, nei limiti imposti dai Trattati, sta cercando di fare Draghi e, con esso la Commissione Europea, più incline nel concedere flessibilità di bilancio, a patto di fare le riforme.

Ciò nonostante, il banchiere centrale, non essendo nella condizione di poter rinnegare le astruse regole che l’Eurozona si è data, nel rispetto del suo mandato – che, ricordiamolo, ha come principale obiettivo, se non unico, quello di un tasso di inflazione prossimo al 2% – sta via via provando nuovi escamotage per ottenere quanto sarebbe facilmente perseguibile attraverso una politica fiscale espansiva, magari a livello generalizzato e successivo all’unione dei bilanci dei Paesi membri, obiettivo che appare lontanissimo ma a mio avviso condicio sine qua non di un’unione stabile e duratura.

Un primo indizio lo si è avuto con il quantitative easing, ossia con l’acquisto sul mercato secondario di titoli pubblici dei Paesi membri, i quali, benché garantiti dalle Banche centrali nazionali, hanno rappresentato per certi versi una monetizzazione del debito, attirando le ire dei Paesi del nord, Germania in primis. Il quatitative easing ha permesso agli spread di abbassarsi ai livelli pre-crisi ma non è riuscito, almeno non ancora – a tal proposito si attendono i risultati del potenziamento dello stesso, interessante, tra gli altri, l’allargamento ai bond aziendali –  a rimettere in moto l’economia dell’Eurozona, in quanto le banche, nonostante la BCE abbia reso antieconomico non prestare denaro alle famiglie, avendo bilanci pieni di crediti in sofferenza – da qui, per l’Italia la creazione del Fondo Atlante – sono state comunque restie a farlo, preferendo investire altrove e più selettivamente, fallendo così nella piena attuazione della politica monetaria dell’Eurozona. Non scordiamo, infatti, che nel sistema monetario moderno solo una piccola parte del denaro in circolazione è base monetaria (M0), ossia banconote più monete metalliche, il resto, quella che definiamo “moneta in senso ampio”, è creata dagli istituti di credito nel corso della loro attività e la BCE, nell’indirizzare la propria politica monetaria, si serve dell’aggregato (M3), sul quale, per le ragioni appena esposte, ha un controllo solo indiretto. Un altro aspetto da sottolineare, inoltre, è che da un lato si accusano le banche di non prestare abbastanza, dall’altro, attraverso normative sempre più restrittive sui requisiti patrimoniali, si esige che esse non rischino troppo, un bel controsenso.

Da quanto esposto nascerebbe l’esigenza di uno strumento più estremo, da qualcuno definito come “il quantitative easing del popolo” o anche detto “helicopter money”.




Tale strumento si concretizzerebbe in veri e propri trasferimenti dalla BCE ai cittadini o comunque in un deciso abbassamento della tassazione, una misura che taglierebbe letteralmente fuori le banche dal loro ruolo principale, quello di offrire liquidità ad imprese e famiglie. Chiaramente, quella dei trasferimenti o dell’abbassamento della tassazione (o di qualsiasi altro espediente verrà utilizzato, se verrà utilizzato) rappresentano delle ipotesi, occorrerebbe scegliere la modalità più idonea a raggiungere l’obiettivo, tenendo conto, ancora, dei limiti imposti dai Trattati. È pur vero che questo, così come il quantitative easing, rappresenterebbe una misura al limite, anzi, forse anche oltre il limite, e alzerebbe un ulteriore polverone ma, come ribadito da Draghi, la BCE è indipendente dalla politica e, qualsiasi misura atta al compimento del mandato affidatogli, è da considerarsi lecita.

L’helicopter money sarebbe probabilmente l’ammissione definitiva del fallimento del modello economico alla base della BCE che, seppur infallibile dal punto di vista dottrinale, si è rivelato non all’altezza di una realtà per forza di cose ben più complessa ed articolata.

È probabile, inoltre, che l’helicopter money si assisterebbe ad un primo riavvicinamento dei cittadini all’Europa, le cui misure di austerità di questi anni hanno condotto la sua popolarità ai minimi termini: è pacifico infatti sostenere che l’immagine di coloro i quali vengono oggi etichettati, tanto dal popolo, quanto dalle forze di opposizione, come uomini loschi amici di banche e multinazionali, ne troverebbe giovamento. Certo, un provvedimento simile potrebbe sempre essere interpretato come una mancetta ma, tra l’attuale percezione del nulla – i politici nazionali hanno ben compreso il giochetto del far proprio quello che di buono si produce nelle stanze di Bruxelles e di addossare qualsiasi cosa non vada alla stessa Europa – e quella di un un primo passo verso un’Europa più a misura d’uomo, capace di mettere il cittadino al centro del suo progetto, non sarebbe da trascurare.

Andrebbero altresì valutati i beneficiari di tale provvedimento (Qualsiasi cittadino o, più razionalmente, in funzione del proprio reddito? È ragionevole pensare che chi dispone di un reddito o di un patrimonio elevato, al di là della congiuntura economica, non vedrà la propria propensione alla spesa variare) e la durata dello stesso che, nel caso dovesse allungarsi, assumerebbe sempre più i contorni di un reddito di cittadinanza, con tutti gli effetti distorsivi sul mercato del lavoro che ne potrebbero derivare, principale motivo, oltre che quelli di natura squisitamente economica, per il quale esso non viene introdotto.

E si ritorna così al discorso iniziale: all’Europa servirebbe un piano di investimenti pubblici in grado di rilanciare il lavoro e quindi la domanda, non un ulteriore doping monetario, anche se, in questo caso, meglio focalizzato verso il problema.

Un proverbio arabo recita “Puoi portare il cammello alla fonte, ma non costringerlo a bere”, quindi, così come il QE non è riuscito a rinvigorire l’economia dell’Eurozona, non è detto che ci riesca questa nuova ed ipotetica misura fiscale espansiva mascherata da politica monetaria, ciò che fa la differenza in economia sono le aspettative, occorre dunque che i cittadini recuperino la fiducia verso il futuro, altrimenti quel denaro che si ritroverebbero sui propri conti correnti, o che risparmierebbero da una tassazione meno stringente, resterà lì fermo, immobile, da utilizzare per fronte all’ennesima nuova crisi, anziché all’uscita dalla deflazione.