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È da mesi ormai che si parla di Brexit, ossia della possibilità di uscita dall’Unione Europea da parte del Regno Unito, finalmente, il 23 Giugno ci sarà la resa dei conti: i cittadini di Sua Maestà saranno chiamati attraverso un referendum a decidere sul da farsi, ossia votare con un “Yes” per la permanenza, o un “No” per l’uscita.

L’idea di indire un referendum – promossa dal Partito Conservatore – lasciando piena libertà al popolo di decidere del proprio futuro è di per per sé lodevole ma, nel caso specifico, mi lascia perplesso. Il cittadino medio, infatti, non dispone delle competenze necessarie per prendere decisioni di questa portata, con risvolti tecnici difficilmente calcolabili, dunque, il risultato del quesito referendario potrebbe essere più figlio di un’Europa incapace di far breccia nei cuori dei propri cittadini, più che una scelta ponderata e dettata da una certa lungimiranza e razionalità.

Credo fermamente che il principale compito della politica sia assumersi la responsabilità di compiere scelte difficili, lavarsene le mani proprio in queste circostanze non è corretto, non è leale.

Le tesi a sostegno del “No – portate avanti, grossomodo, dallo “UK Independence Party”, vincitore delle ultime elezioni europee, e da circa una metà del Partito Conservatore, tra cui 5 ministri dell’Esecutivo – sono simili a quelle che stanno garantendo l’ascesa dei partiti populisti nel resto d’Europa. Si contesta infatti all’UE un’eccessiva burocrazia, in particolare dal punto di vista normativo, che sarebbe da ostacolo alla crescita economica, l’esigenza di un maggior controllo dei flussi migratori, sia per ragioni di sicurezza, sia per motivi occupazionali, e, più in generale, un malcontento nel rapporto tra quanto il Regno Unito partecipa alla composizione del bilancio europeo, e quanto riceve.

Dalla parte dei “, invece, il Primo Ministro Cameron e 16 esponenti del suo Governo, il partito dei Laburisti, SNP (Partito nazionale scozzese), Plaid Cymru (Il partito politico gallese) e i Liberal Democratici, mentre il resto del Partito Conservatore si è impegnato a mantenere una posizione neutrale.

Al di là della spaccatura in seno alla maggioranza di Governo – il successo, a sorpresa, dei Conservatori derivò probabilmente dalla promessa da parte di Cameron di ridiscutere gli accordi a livello comunitario, il cui esito agli occhi di chi lo contesta è stato deludente – ciò che sta tenendo banco in questo periodo è l’assoluta fermezza con cui l’Occidente si sta schierando a favore del “”, interferendo così con la politica nazionale britannica.
Paesi partner come gli Stati Uniti, in primis per bocca del presidente Obama, Christine Lagarde, direttore del FMI, i vertici europei, CEO di importanti istituti bancari e multinazionali, sono tutti coesi nel sostenere il fronte del ““, affiancando alle proprie dichiarazioni studi dai risvolti spesso catastrofici nel caso in cui prevalga il “No“. Anche il Governatore della Bank of England, Mark Carney, ha avvertito sui gravi rischi recessivi connessi alla Brexit.

Stiamo assistendo ad un vero e proprio attacco mediatico da parte del mondo occidentale atto ad influenzare, e magari alterare, le sorti di questo referendum.




Quest’atteggiamento non mi piace, una volta che si è richiesto il giudizio del popolo, lo si lasci decidere in libertà. A ciò, aggiungo che servirsi della demagogia, ossia addossare all’Europa le responsabilità di ogni male pur ottenere una riconferma, come fatto dai Conservatori, eppoi, cercare in tutti i modi di alterare l’esito di un referendum promosso esclusivamente per tenere fede agli impegni elettorali presi, è un atteggiamento subdolo.

La verità è che la politica ha paura del popolo: prima soffia sul fuoco per il consenso, eppoi, spaventata dalle sue stesse promesse, cerca di sabotarle. E quando si tratta di questioni europee ancor di più: ogni qual volta si è passata la palla al popolo, un esempio lampante è il referendum sulla Costituzione europea, il risultato è stato pessimo.

Nelle condizioni attuali, un’uscita dall’UE da parte del Regno Unito sarebbe un grosso danno all’economia del Paese – a tal proposito vi invito a leggere la traduzione de “Il Sole 24 Ore” di un articolo del “Financial Times” dal titolo “Le ragioni pro-Brexit ai raggi X: dieci miti che non stanno in piedi”, il quale smonta gran parte delle tesi del “No”, mancando, però, a mio avviso, di una componente fondamentale, quella relativa agli ideali che portarono i Padri Fondatori alla creazione di un organismo sovranazionale europeo – un disastro, sulle cifre invece diffuse dai vari studi – se ne attende un altro da parte del FMI a pochi giorni dal referendum che, esaminando le dichiarazioni di Lagarde, non dovrebbe discostarsi dalle conclusioni già raggiunte da altri – rimango perplesso, non capirò mai il modo in cui si elaborano certe stime sul crollo del PIL nell’arco dei prossimi decenni, del tasso di cambio delle sterlina, e così via; si tratta di valori troppo aleatori in quanto soggetti ad una moltitudine di variabili, molti delle quali non disponibili al momento, l’economia non è una scienza esatta, dare dei numeri un po’ a caso col solo fine di spaventare i cittadini le fa perdere credibilità, come se non ne avesse persa già abbastanza durante l’ultima Crisi.

Ciò che mi sento invece di scrivere è più semplicemente questo: la globalizzazione di cui noi stessi siamo stati artefici pone delle sfide nuove, mai affrontate prima, a cui è necessario far fronte con organismi che vadano al di là della concezione di Stato del ‘900. Ciò comporta per forza di cose ad una parziale, ma decisa, cessione della propria sovranità ad organismi sovranazionali che, se mal congegnata, porterà al dissesto tanto delle nostre economie, quanto soprattutto delle nostre democrazie. Ed è ciò che sta accadendo, non è l’Unione Europea il male, è ciò che ne sta scaturendo, occorre riformarla, non abbandonarla, in quanto un suo abbandono potrebbe avere degli effetti assai più gravi.
La mia previsione è che il “Sì” alla fine la spunterà, dopo la lezione che i londinesi ci hanno offerto, eleggendo, in un momento così delicato, come sindaco un cittadino di origini pakistane e professante religione musulmana, sarebbe davvero distorto vedere una vittoria del “No”.

Infine, vi sottopongo uno degli ultimi sondaggi sulla condotto da Ipso Mori e ripreso da “Il Sole 24 Ore”.

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E voi? Che idea vi siete fatti della Brexit e, più in generale, della possibilità di un’uscita dall’Europa da parte del nostro Paese? Sareste disposti ad accettare i rischi economici di un’uscita pur di riappropriarci della nostra piena sovranità? Credete possa esistere un futuro al di fuori dell’UE e dell’Eurozona? Commentate se ne avete voglia.