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Nella giornata di ieri l’ISTAT ha diffuso i dati ufficiali e definitivi sull’andamento dell’economia italiana mettendo così fine al solito balletto tra il Governo e quelli che il nostro Premier ama definire “gufi”.

Una premessa, non sono un fan di Renzi, anzi, a dirla tutta, non sono un fan di nessuno, mi piace informarmi, ascoltare più pareri e infine, sulla base delle mie conoscenze, maturare una mia visione delle cose, mi auguro che leggendo questo blog l’abbiate notato. Non mi piacciono inoltre i tifosi nel calcio, figuriamoci quando si parla di argomenti ben più seri. Una cosa però mi sento di affermare: quando Matteo Renzi parla di gufi non lo biasimo, è da anni che sostengo che nella nostra classe politica ci sia un bel po’ di gente, profumatamente pagata da noi cittadini, che baratterebbe senza alcuna remora uno sterile successo elettorale al benessere della collettività. Non credo di essere l’unico ad aver notato in questi anni scene di giubilo tra le opposizioni di fronte a dati macroeconomici non esaltanti e non metto in dubbio che anche stavolta, nonostante dati senza dubbio positivi, ci sarà qualcuno che si lamenterà della loro debolezza. Si tratta del solito atteggiamento definito “benaltrismo”, ci vuole “Ben altro” – chissà quante volte ascolteremo questa espressione nei talk show di queste settimane – il punto è che la matematica non è un’opinione, ma i numeri, quando si parla di economia, per quanto attendibili, sono sempre soggetti ad interpretazione.

E allora andiamoli ad analizzare questi numeri.

Il primo dato da analizzare è senza dubbio quello del PIL che fa registrare un +0.8% dopo tre anni consecutivi di segno meno, -2.8% nel 2012, -1.7% nel 2013 e -0.3% nel 2014. Siamo dunque ufficialmente fuori dalla recessione, abbiamo  anche se, come i “gufi” non mancheranno di sottolineare, la Germania fa registrare un +1.7%, la Francia un +1.2%, mentre Regno Unito e Stati Uniti addirittura valori superiori al 2%, rispettivamente +2.2% e +2.4%. Volendo soppesare i due dati, a mio modo di vedere il primo prevale nettamente sul secondo, il confronto con Paesi che per massimali somigliano al nostro è importante, certo, ma lo è senza dubbio di più l’aver finalmente invertito la tendenza; l’Italia è da oltre vent’anni che cresce poco, complice un alto debito pubblico che, in virtù dei vincoli di Maastricht, non permette grossi margini di manovra e di una serie di riforme che questo Paese ha atteso e, per certi versi, continua ad attendere da ormai troppo tempo. A tal proposito, andrà a mio avviso valutato l’impatto di alcune delle riforme del governo Renzi, per esempio quella della Pubblica Amministrazione del Ministro Madia, difficilmente quantificabile in termini di crescita del PIL se non nel lungo periodo. Sforzi andranno fatti anche nella recupero di competitività, soprattutto nell’ambito della giustizia, vero ostacolo agli investimenti esteri.

Altro dato interessante è quello del rapporto deficit/PIL certificato al 2.6%, quindi sotto al 3% fatto registrare nello scorso anno, limite imposto dai Trattati. È bene sottolineare che tale paletto è rispettato da pochi Paesi nell’Area Euro – la Francia nel 2014 ha fatto registrare un -3.9%, la Spagna -5.9% – e per l’Italia, stretta dalla morsa del proprio enorme debito pubblico e dagli interessi che ne derivano, non è certamente facile da onorare. Si tratta del risultato migliore dal 2007 (-1.5%).
A questa disanima va però aggiunto che il saldo primario, ossia la differenza tra uscite ed entrate al netto degli interessi è all’1.5%, in costante calo dal 2012 quando era al 2.2%, ciò significa che l’Erario continua a spendere meno di quanto riceve, ma in misura leggermente inferiore rispetto al passato.

Ancora, il rapporto debito/PIL nell’ultimo anno è sì ancora cresciuto, ma solo di uno 0.1% rispetto al 2014 attestandosi a quota 132.6%, 2.170 miliardi in valore assoluto, cifra record. La buona notizia, però, è che da quest’anno dovrebbe finalmente cominciare a scendere.

Infine, vi è il dato positivo relativo all’occupazione: sul Jobs Act ho sempre espresso parecchie perplessità, continuo a pensare che con questa riforma il Governo abbia praticamente acquistato posti di lavoro drogando il mercato. I fondi destinati al provvedimento avrebbero a mio avviso dovuti essere impiegati meglio e che il clamore suscitato da un aumento delle assunzioni a tempo indeterminato rispetto a quelle a tempo determinato sia buffo, dato che il primo, con l’ultima riforma, ha perso molti dei caratteri che lo definivano tale.
Il dato positivo, e che a mio avviso avvalora la mia tesi, sta nel fatto che, a dispetto delle attese, nonostante gli incentivi siano scaduti a fine 2015, i posti di lavoro siano ugualmente cresciuti (si stima un +70mila occupati su base mensile e un +299mila su base annua) e che il mercato del lavoro più che di incentivi, attendeva un rilancio dell’economia.
Il tasso di disoccupazione rimane invece invariato all’11.5% mentre il dato sulla disoccupazione giovanile resta allarmante (39.3%), un rebus per il quale tanti l’Esecutivo italiano, quanto quelli Europei, non sembrano avere soluzione.

Dunque, volendo sintetizzare, come commentare questi dati?

Una cosa è certa, l’Italia è ripartita, il PIL è finalmente tornato a crescere, vi è stato inoltre un consolidamento dei conti pubblici, in tal senso il basso tasso di rifinanziamento del debito pubblico reso possibile dal Quantitative easing ha giovato, e il programma di riforme attuato dal Governo pare andare nella giusta direzione.
Questo però non mette l’Italia al sicuro dalle criticità del contesto internazionale: preoccupano infatti la Brexit, lo spettro deflazione che, nonostante gli sforzi di Draghi – a tal proposito si auspica un inasprimento del Quantitative easing – resta vivo, e la frenata della Cina e delle economie emergenti, senza trascurare il problema immigrazione e il rischio di un abbandono di Schengen.