Che succede allo spread?

da | Feb 12, 2016 | Politica economica | 0 commenti

grafico andamento spread BTP/BUND
Il Quantitative easing (QE), ossia, per chi ancora non lo sapesse, la manovra di alleggerimento monetario concernente l’acquisto sul mercato secondario di titoli del debito pubblico dei Paesi dell’Eurozona, sembrava aver posto finalmente un freno alla corsa degli spread; a fine anno, infatti, tutti i notiziari e, per quel che può valere, anche questo blog sottolineava l’abbassamento sotto quota 100 del differenziale di rendimento tra Bund tedeschi e Btp italiani.
In questi giorni però questo tanto chiacchierato indicatore è ricominciato a salire per tutti i Paesi periferici dell’Eurozona toccando, per quanto concerne l’Italia, un valore di circa 150 punti base. Come già scritto in precedenti articoli, lo spread non è un indicatore infallibile, nel linguaggio economico esso attiene al differenziale di rendimento tra un titolo pubblico decennale ed il corrispondente tedesco, fatto registrare sul mercato secondario, dunque, resta un valore particolarmente sensibile al cosiddetto sentiment dei mercati, alle loro aspettative, le quali non è detto si rivelino corrette. Dunque, se da un lato non può considerarsi Vangelo, dall’altro, in un Paese che si finanzia sui mercati internazionali, soprattutto nel caso di un elevato debito pubblico, non può essere trascurato.

Dicevo, il QE, sin dalla sua introduzione nel marzo del 2015, aveva sensibilmente calmierato gli spread e ciò si era protratto sino a qualche giorno fa, quando altre dinamiche extraeuropee quali le scarse performance dei Brics – ossia le maggiori economie emergenti (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) – il prezzo del petrolio in caduta libera, dopo la fine dell’embargo in Iran che si ripercuote sui giganti dell’energia, e la crescita degli Stati Uniti, sì positiva ma leggermente rallentata dal doveroso innalzamento dei tassi attuato dalla Fed, hanno destato preoccupazione sugli investitori, i quali, in condizioni di incertezza, preferiscono rifugiarsi presso titoli più sicuri quali Bund tedeschi o beni rifugio per eccellenza quale l’oro, in attesa che questa nuova tempesta si plachi.

In Eurozona, al momento, non c’è alcun rischio di sorta per i Paesi cosiddetti periferici, eppure gli spread di Italia, Spagna e Portogallo, senza considerare la Grecia, sono improvvisamente schizzati in alto a riprova di quanto detto in precedenza riguardo l’affidabilità dello spread come indicatore. Certo, i crediti in sofferenza degli istituti italiani, giunti a 201 miliardi di euro, con l’entrata in vigore del bail-in destano qualche preoccupazione, i listini di Piazza Affari degli ultimi giorni ne sono la prova – non si comprende appieno il perché i nostri esecutivi siano rimasti immobili negli anni mentre in Europa altri Governi pompavano soldi pubblici per risanare le proprie banche, Germania in primis – ma è pur vero che non ne sono immuni neppure colossi tedeschi quali Deutsche Bank, pesantemente imbottita di derivati.

Il punto della questione è a mio avviso un altro e mi auguro che almeno stavolta la classe dirigente europea sia più lungimirante di quanto mostratasi in passato: il QE non durerà per sempre, nel momento cui l’Eurozona sarà fuori dalla deflazione, riallineandosi così a quel tasso di inflazione prossimo al 2% inserito nei Trattati, Draghi smetterà di immettere liquidità nel mercato e saremo probabilmente nuovamente esposti alla vorticosità dei mercati. (se vi interessa approfondire i rischi legati ad un eccessivo alleggerimento monetario leggete questo mio articolo “Il Quantitative easing non è la panacea!”). A mio avviso il QE può essere visto come la protezione che il medico ci prescrive nel momento in cui egli è costretto a somministrarci un’elevata dose di antibiotici, è bene dunque approfittare di questo momento di “immunità” per accelerare il processo di integrazione europea, affiancare, per esempio, allo strumento di vigilanza dei depositi anche uno di garanzia unica. Occorre dunque un’unione bancaria completa, non le solite unioni a metà che hanno caratterizzato il processo di integrazione europea in questi anni, occorre maggiore solidarietà tra gli Stati membri, rinunciare ai miopi egoismi dei singoli per misure maggiormente improntate sulla lungimiranza. Gli shock asimmetrici che hanno colpito l’Eurozona mettendo in luce tutte le sue debolezze sono ancora tutti lì, i mercati se la prendono sempre con i deboli, e in questo momento non esiste al mondo un’Unione valutaria più debole dell’Eurozona.

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