Dopo tanti rinvii, la tanto attesa svolta è arrivata: la Fed ha messo fine all’era dei “tassi zero”, cominciata nel dicembre del 2008 in risposta alla crisi economica e finanziaria, mettendo a segno una stretta di un quarto di punto (0.25%-0.50%). Come ha spiegato il numero 1 della banca centrale americana, Janet Yellen, si tratta del primo passo verso la normalità, a cui ne seguiranno degli altri, presumibilmente 4 nel 2016, che dovrebbero riportare i tassi alla fine del prossimo anno a quota 1.375%.

Si è trattata di una decisione unanime, scaturita da due giorni di riunioni, ampiamente prevista dai mercati e il giusto epilogo ai rassicuranti segnali di ripresa fatti registrare dall’economia americana negli ultimi mesi che dovrebbero scongiurare nuovi spirali recessive.

Come descritto in un precedente articolo “Il Quantitative Easing non è la panacea“, l’arma dell’allentamento monetario è sicuramente un’ottima cura per una economia in difficoltà ma, come capita con i medicinali, è importante non abusarne perché gli effetti collaterali che potrebbero scaturirne, ossia l’esplosione di nuove bolle speculative, potrebbero essere letali.

Sicuramente la strada verso la normalità appare ancora lunga – una piena ripresa avverrà con il rilancio degli investimenti, al momento complicato dato che i bilanci delle imprese presentano ancora bassi margini di manovra, oppure quando i tassi d’interesse saranno tornati a livelli così alti da scoraggiare spericolati giochi finanziari e incoraggiare investimenti nell’economia reale – ma, se confrontata a quella europea, sicuramente più breve e meno irta di ostacoli. Questo perché la Fed, a differenza della Bce, incapace di intuire le nuove dinamiche deflazionistica, soprattutto a causa delle reticenze tedesche, cominciò ad aggredire la crisi immediatamente, dimostrando che la propria indipendenza dal potere politico non era solo formale, ma reale. Rispetto agli USA paghiamo un ritardo di almeno tre anni, anni di crescita potenziale persa in virtù di un assurdo modello di austerità che ha fatto il bene di pochi, anzi pochissimi, vedi “La Finlandia stretta nella morsa del suo rigore“, e il male di tanti, e che il Quantitative Easing di Draghi cominciato solo 9 mesi fa, a causa anche delle differenze tra i Paesi dell’Eurozona, non è detto che dia uguali risultati.

Infine, quali sviluppi apre il rialzo dei tassi americani per il resto del mondo? La parità euro-dollaro, già prevista da tempo, non dovrebbe tardare ad arrivare, con benefici per le nostre esportazioni oltreoceano; inoltre, dovremmo assistere ad un aumento dei prezzi delle materie prime, ricordiamo che esse sono valutate in dollari – chiaramente per questo aspetto andrà valutato lo scenario internazionale – che aiuterà i Paesi che ne dispongono a superare le attuali difficoltà e sarà da ostacolo verso quelli che finora hanno beneficiato del loro crollo. Quest’ultimo passo va però chiarito: Paesi come la Cina, la cui crescita, nonostante il basso prezzo delle materie prime, è pesantemente rallentata nell’ultimo periodo, necessitano di mercati di sbocco per le proprie esportazioni, dunque, sebbene l’aumento delle commodities sembri nuocere all’economia cinese, non è detto che ciò si riveli davvero tale, in quanto è inutile poter produrre beni se i mercati a cui devi venderli sono in recessione, la Cina ha bisogno della ripresa dell’occidente e viceversa, a riprova dell’interdipendenza tra le economie che è il risultato della globalizzazione. Infine, la fuga dei capitali dai Paesi emergenti, proprio in virtù del basso prezzo delle commodities, ha provocato pesanti svalutazioni delle valute locali, le quali potrebbero esporre le società indebitate in dollari, ed i Paesi che hanno scelto regimi di cambi ancorati o parzialmente ancorati alla valuta statunitense, al rischio insolvenza; sarà quindi opportuno, onde evitare nuovi rischi default, che i prossimi rialzi della Fed mantengano la certa gradualità promessa dalla Yellen.

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Janet Yellen, governatore della Federal Reserve.

Janet Yellen, governatore della Federal Reserve.