Complice l’influenza economica della Germania e della sua Cancelliera Angela Merkel, che ha catalizzato le ire dell’opinione pubblica di tutta l’Eurozona, è sempre passata in secondo piano la posizione di un Paese che si è sempre posto in maniera, se possibile, ancor più intransigente dei tedeschi rispetto all’austerity: la Finlandia.

L’economia scandinava, forte della tripla A, di un rapporto debito pubblico/PIL al 62%, quindi relativamente modesto rispetto ai partner europei, e di una serie di riforme fatte in passato riguardo il sistema scolastico – proprio l’altro giorno leggevo un brano della sezione reading dell’IELTS in cui si elogiava l’eccellenza del sistema finlandese che ha permesso l’economia finlandese di raggiungere i vertici delle classifiche di competitività del World Economic Forum – ha spesso bacchettato i Paesi cosiddetti PI(I)GS per la riluttanza nel rispettare i Trattati ed attuare le riforme necessarie per rinvigorire le proprie economie.

Eppure, nonostante tutto, la Finlandia appare come il nuovo malato d’Europa; esso, infatti, è stato il Paese che, ad eccezione della Grecia, ha fatto registrare quest’anno la peggiore performance economica (-0.6% nell’ultimo trimestre) e il cui PIL, dal 2008 ad oggi, è crollato più di ogni altro (-6%), Italia esclusa (-8%).

Tali risultati, capirete, hanno immediatamente riportato in auge la diatriba tra sostenitori ed oppositori dell’austerity o, più genericamente, tra europeisti e non: che senso ha, vi starete chiedendo, fare le riforme se poi i risultati sono questi? Siamo sicuri che la strada giusta sia quella del rigore?

Come ho già spiegato in passato, la mia idea sull’argomento è che non esiste una ricetta unica, i Paesi dell’Eurozona hanno caratteristiche e peculiarità spesso molto diverse tra loro e che ricondurre tutto al mero rispetto di parametri è sbagliato. Seppur si sia atteso del tempo prima di procedere alla creazione dell’unione monetaria, esso non è stato sufficiente a rendere l’Eurozona immune a shock asimmetrici; le economie europee, infatti, nonostante l’azione di convergenza perpetrata in questi anni, restano e probabilmente resteranno per sempre diverse. Ciò che mi preme aggiungere in questa sede è che, affinché si superi la mera aritmetica, è necessario che cresca la fiducia tra i Paesi: come nei rapporti umani, se si vuole stare insieme bisogna abbandonare quella odiosa cultura del sospetto verso i Paesi periferici, sempre additati di fare le cicale, o verso quelli del Nord, verso cui i Paesi mediterranei spesso gridano al complotto; e il concetto dei parametri da rispettare è fin troppo lontano dalla razionalità, nei periodi di difficoltà occorre poter attuare politiche economiche espansive e fare viceversa, se ce n’è necessità, nei periodi di prosperità. Occorre dunque elasticità, è un concetto comune nel settore privato, un’azienda per crescere ha bisogno di essere snella, indebitarsi, se necessario, allo scopo di uscire da un periodo di difficoltà nel più breve tempo possibile, senza, non riuscirà mai ad uscire da una crisi e, seppur dovesse riuscirci, lo farà ad un prezzo ben più alto e in tempi ben più lunghi, pregiudicando così le performance future.

Tornando al discorso Finlandia, va detto che la crisi dell’economia scandinava deriva da problemi che poco hanno a che vedere con le politiche dell’Eurozona: il tonfo di Nokia, per esempio, primo datore di lavoro del Paese e a lungo leader nel mercato della telefonia mobile, mostratasi incapace di tenere il passo di un mercato sempre più competitivo, finendo per cedere la propria divisione smartphone agli americani di Microsoft; altri casi sono rintracciabili nella crisi del mercato della carta o nello scoppio della bolla delle materie prime. Poi, certo, le sanzioni inferte alla Russia da parte dell’UE hanno sicuramente influito per quella che è il più grande mercato di esportazione verso Mosca. I fatti esposti hanno portato ad una riduzione di un terzo dell’export finlandese annullando così il surplus finanziario dell’economia finnica. Se è vero che l’essere membro dell’Eurozona ha permesso alla Finlandia di mantenere la tripla A e quindi, complice il quantitative easing di Draghi, finanziarsi a tassi addirittura negativi, è vero anche che l’abbandono della sovranità monetaria e le rigidità imposte dai Trattati hanno finito per ritorcersi contro chi più di tutti ne aveva fatto un dogma: se si osserva le performance fatte registrare dalla Svezia, Paese per molti aspetti equiparabile alla Finlandia ma che a suo tempo decise di non aderire alla moneta unica, ci si accorge che gli svedesi dal 2008 ad oggi, complice la possibilità di svalutare la propria moneta, la corona svedese, e lo smantellamento del welfare scandinavo a cui qualche tempo fa tutti i Paesi ambivano, è riuscita a crescere dell’8%, la Finlandia, come detto in precedenza, nello stesso periodo ha fatto registrare un -6%.

Poi, certo, per completezza, a questa disamina va anche aggiunto che i due Paesi che hanno fatto registrare le migliori performance sono membri dell’Eurozona, Irlanda e Spagna, la prima però grazie all’apporto delle multinazionali attratte dagli sgravi fiscali, la seconda con dinamiche ancor più complesse su cui al momento mi riservo di dare un giudizio.

Va detto quindi che si può crescere nonostante l’euro, esso non può essere additato come principale responsabile delle performance negative dei Paesi ma, nel contempo, l’appartenenza ad un’unione monetaria che appare a tratti ingolfata, ancorata a parametri rigidi, anacronistici, può in alcune circostanze non aiutare.

E’ chiaro che per uscire da questa spirale la Finlandia necessita di accrescere la produttività che, stante al pensiero prevalente e ai limiti imposti dai Trattati, si esplica in una riduzione del costo del lavoro, ad oggi il 20% più alto che in Germania. Impresa sicuramente non facile, dato che il mercato del lavoro finlandese è tra i più rigidi del mondo e che il tasso di occupazione, complice i generosi benefici mantenuti dal welfare finnico, al contrario della Svezia che come detto li ha ridotti, fatica a crescere – a tal proposito il reddito di cittadinanza proposto dal Movimento 5 Stelle in Italia non dovrebbe trascurare quest’aspetto – problema ancor più grave si si osserva il profilo demografico della Finlandia, il peggiore di tutta l’UE.

Concludo con un interrogativo: con l’Europa che spinge verso una riduzione della spesa pubblica e del ruolo dello Stato nell’economia, con un mercato del lavoro che vuole recuperare produttività attraverso l’abbassamento dei salari e la rimozione di alcuni diritti, quali margini di manovra ha un governo di sinistra per mantenere la sua identità ideologica e quindi la fiducia del proprio elettorato? Avremo in futuro solo governi di destra o comunque governi di sinistra che somigliano sempre più ad esecutivi di destra?