Non è un caso se ho aspettato tutti questi giorni prima di scrivere un articolo sulle stragi di Parigi, questo blog non è nato per le breaking news, la rete è piena di testate online pronte ad aggiornarvi 24/7, e neppure sfruttare il momento per fare dello sciacallaggio sulle sofferenze delle persone; al contrario, questo blog è nato per proporre il mio punto di vista sugli avvenimenti, delle riflessioni che non sono il frutto dello stato d’animo del momento, ma ragionate e, mi auguro, ben argomentate.

E’ chiaro che questa nuova ondata di terrore abbia scosso tutto l’Occidente, ma, in fondo, è dall’11 Settembre del 2001 che non ci sentiamo più davvero sicuri nelle nostre città: come ha detto qualcuno, noi occidentali non siamo più abituati alla guerra, tutti i cruenti conflitti combattuti dall’Occidente dopo la seconda guerra mondiale si sono svolti in luoghi lontani, impervi, quasi sconosciuti, luoghi in cui con la telecamera era spesso difficile arrivare, e, cosa da non sottovalutare, i violenti erano sovente sotto la stessa bandiera dei giornalisti.

Molti hanno detto e scritto che ciò che sorprende dell’ISIS è la crudeltà e l’efferatezza dei gesti, la verità, a mio modo di vedere, sta nella mediaticità dei gesti, la guerra è guerra, sempre, la differenza la fa una telecamera – ricorderete l’effetto dell’opinione pubblica riguardo la foto di quel bambino morto sulla spiaggia durante uno sbarco, eppure di bambini ne muoiono tantissimi ogni giorno – e la vicinanza ai nostri confini, quante volte avete sentito, o vi sarà passato per la mente in prima persona, che i prossimi saremo noi? Fa male pensarlo, ci fa sentire delle brutte persone, ma purtroppo è così: più realizziamo che quel morto potremmo essere noi o un nostro caro, più ci sentiamo in pericolo e reagiamo mostrando vicinanza alle vittime.

Pochi mesi fa si erano già consumati degli attentati a Parigi, in quel caso, però, era sembrata una vendetta verso una singola entità, un giornale, Charlie Hebdo, reo di aver offeso il profeta Maometto, non un vero attacco all’Occidente. La partecipazione fu comunque enorme, lo slogan “Je suis Charlie” entrò prepotentemente nelle nostre vite, la libertà di espressione è uno dei cardini della nostra democrazia, ma, in fondo, in tanti, me compreso, pensammo che ci dovesse essere un limite alla satira. So benissimo che l’espressione “Mettere un limite alla satira” sia quasi un ossimoro, del resto, quando Charlie Hebdo prese di mira il Vaticano, nessuno mosse un dito – vabbè che all’epoca nessuno o quasi conosceva questa testata – ma, nel contempo, dobbiamo essere consapevoli che l’idea che noi abbiamo di civiltà non è la stessa in tutto il globo.

Dunque, per quanto possa essere assurdo il solo pensarlo, quella era una reazione ad un’offesa, ribadisco, condannabile, deprecabile, ma comunque una reazione. Al di là, come detto, della mediaticità, la sentivamo meno vicina, perché io, ed immagino molti altri, neppure ci saremmo sognati di offendere un altro culto religioso, non ci interessa farlo, non ne capiamo il motivo.

Stavolta invece, gli obiettivi erano i simboli del vivere occidentale: un concerto, uno stadio di calcio, luoghi che oggi probabilmente uniscono più di una religione. E’ proprio per questo che ci sentiamo tutti in pericolo, perché non crediamo di aver fatto nulla, a differenza di Charlie Hebdo, per meritarlo. Ed è proprio l’idea di non meritarlo che accresce l’insofferenza verso l’Islam ed i musulmani, si chiede loro di dissociarsi, di chiedere scusa, quasi come se non esistesse l’Islam radicale, ma che esso stesso incarni l’Islam. Eppure, quando Anders Breivik, il 22 luglio 2011, in nome del Cristianesimo ammazzò 77 persone, nessuno di noi si sentì, a ragione, di dover chiedere scusa.

L’idea che mi sono fatto è che noi occidentali, in virtù del peso politico ed economico, crediamo di conoscere il mondo meglio degli altri; questa scarsa umiltà, da un lato, ci fa sentire in dovere di imporre la nostra cultura, dall’altro, non ci permette di conoscere appieno le altre. L’altro giorno, leggendo un articolo del Guardian sul ruolo della donna nell’Islam, mi sono reso conto di quanto fossi ignorante e di quanto ciò che i media ci propinano sia il frutto di luoghi comuni ed abbia, per forza di cose, influenzato il mio ed il nostro modo di pensare. Non è vero infatti che donne e uomini vengono visti su due piani diversi, il Corano, al contrario, difende la donna, il suo intento è proteggerla in quanto elemento più debole della società, e non è vero neppure che essa debba essere ignorante e reclusa in casa, la storia araba è piena di donne influenti, solo che, a causa di questo fare protettivo, il loro nome veniva spesso cancellato. Il problema, capirete, non è la religione, ma il modo in cui gli uomini la interpretano, qualsiasi essa sia.

Tra l’altro, a volerla dire tutta, quando penso alla nostra cultura, intesa come occidentale, mi è difficile trovare dei capisaldi, diciamo senza remore che una cultura occidentale non esiste quasi più, la stiamo smantellando pian piano, ma non è l’obiettivo di questo articolo parlarne.

Dicevo, oltre al volere delle scuse da persone che sono vittime come e forse più di noi, in quanto vedono la loro cultura infangata per il comportamento di una sparuta minoranza – ricordiamo che gli islamici sono circa 1.6 miliardi nel mondo – la reazione che molti nostri concittadini hanno, complice il becero populismo di certi partiti che non si fermano davanti a nulla pur di costruire il proprio consenso, è una repentina chiusura delle frontiere, come se non sapessero che la quasi totalità dei terroristi è nata e cresciuta nelle nostre città, e così anche i loro padri e nonni, e che questa decisione non solo non sarebbe sbagliata, ma addirittura stupida: so che è paradossale, ma trattenere nei propri confini persone che non hanno difficoltà a farsi saltare in aria, è quasi come volere un nuovo attentato.

Ma l’aspetto che più mi preme sottolineare è che questo clima di odio verso qualsiasi musulmano, anche il più moderato, è proprio ciò che vogliono i terroristi: il loro intento non è semplicemente ammazzare qualche civile, ma dar vita a tanti focolai di insofferenza che possano generare una guerra civile nelle nostre città; loro sanno benissimo di essere militarmente nulli, e sanno altrettanto bene di quanta poca coesione ci sia tra di noi, essi vogliono farci fare la guerra tra di noi, in modo da portare sempre più islamici moderati a passare tra le loro fila. E bombardare è proprio la decisione peggiore che si possa prendere, ne scaturiranno migliaia di morti innocenti, quindi una maggiore comprensione verso gli attentati terroristici e, magari, la consapevolezza che in fondo i cattivi siamo noi, senza contare il rischio di una nuova emergenza umanitaria. Pare che la Libia non ci abbia insegnato niente, Sarkozy fu il primo a dare il là ai bombardamenti, l’allora Premier, Silvio Berlusconi non voleva, fu l’allora Capo dello Stato Giorgio Napolitano, probabilmente anche a causa di pressioni internazionali, a decidere di collaborare, e il risultato qual è stato? un Paese, quello libico, senza un governo stabile, in cui l’ISIS è riuscita, proprio per il discorso che facevo poc’anzi, a fare proseliti, un’ondata di profughi che si è riversata sulle nostre coste mettendo in ginocchio il nostro Paese e influenzando pesantemente l’opinione pubblica.

Ora magari qualcuno si aspetterà una mia ricetta per uscire da questa situazione, mi spiace deludervi, non ho una ricetta, non esistono soluzioni facili né veloci, questo acredine verso l’Occidente non nasce ieri e non smetterà domani, è il risultato di errori secolari, che hanno radici profonde, quelle del colonialismo. Bisognerebbe però che i politici occidentali adottassero il mio stesso atteggiamento circa la stesura di questo articolo – a tal proposito sto apprezzando l’operare del Premier Renzi – occorre del tempo, ragionare a mente lucida senza essere travolti da un’opinione pubblica che vuole risposte celeri e definitive, le crisi internazionali purtroppo non si risolvono alla velocità con cui si sovrappone una bandiera della Francia alla nostra immagine del profilo di Facebook.