Poco meno di 4 mesi fa, era il 5 luglio, all’indomani del referendum che decretò il successo del fronte del “No”, i rendimenti dei titoli di Stato greci avevano subito una pesante inversione: i titoli a breve termine avevano infatti superato il 20%, staccando quelli decennali e trentennali, fermi rispettivamente al 15% e all’11%.

Questa condizione, vissuta anche in Italia nel famoso autunno del 2011, che portò all’avvicendamento Berlusconi-Monti, si osserva nel momento in cui si prevede un default imminente, con i risparmiatori intenti a vendere in massa un maggior quantitativo di titoli a breve rispetto a quelli a lunga scadenza. In condizioni normali, invece, la situazione è esattamente l’opposto, dato che è lecito attendere tassi via via più elevati, più la scadenza è lontana.

Dicevo, dopo quasi 4 mesi, la Grecia, almeno da questo punto di vista, sembra aver ritrovato la normalità: da venerdì scorso, infatti, i titoli a 2 anni pagano il 7.25%, quello a 10 anni il 7.4% e così via. Certo, i tassi restano elevati, la situazione greca, nonostante i tre piani di salvataggio ottenuti a tassi agevolati, resta complessa, ma va anche considerato che ad oggi la Grecia è rimasta esclusa dal Quantitative easing, misura che ha nettamente abbassato gli spread degli Stati che ne hanno beneficiato. Per tali ragioni, è presumibile che un inserimento della Grecia nel Quantitative easing, sia esso quello attuale – per far ciò occorrerebbe una deroga dato che il Paese ellenico non soddisfa ad oggi tutti i requisiti per rientrarvi – o una versione 2.0 paventata da Draghi negli scorsi giorni, possa ulteriormente abbassare i rendimenti dei titoli greci, permettendo alla repubblica ellenica una ripresa più celere.

Un primo spiraglio di normalità quindi, in attesa che ne giungano altri.