La politica in questi anni si è spesso interrogata sulla cancellazione dell’imposta sulla prima casa. Fu il governo Berlusconi, prima di tutti, nel corso della campagna elettorale del 2007, a promettere la cancellazione dell’allora ICI, scomparsa e ricomparsa sotto il nome di IMU con i governi Monti e Letta, salvo poi essere ripristinata con il nome di TASI nella legge di stabilità del 2014. È notizia di questi giorni la ri-cancellazione della stessa, uno dei provvedimenti inseriti nella legge di stabilità 2016 del governo Renzi.
Non è difficile comprendere il perché questa tassa sia stata spesso oggetto della discussione politica: la TASI costa poco (3.4 miliardi), a fronte di una spesa pubblica complessiva di 800 miliardi, e, nel contempo, interessa una vasta fetta degli italiani, dato che circa l’80% delle famiglie italiane posseggono una casa di proprietà. È difficile trovare una percentuale così alta in altri Paesi in Europa e nel mondo, dunque, non è un caso se la cancellazione di questa tassa, presente praticamente in tutti i Paesi occidentali, susciti così tanto clamore, e consenso, solo in Italia.
Come dicevo, la cancellazione della TASI, a fronte di una rinuncia minima per le casse dell’Erario, fa contenta una grossa fetta dell’elettorato; dunque lasciate perdere la storiella raccontataci spesso dalla politica, secondo la quale la tassa sulla casa sarebbe ingiusta, odiosa e così via, l’eticità della misura conta poco, la verità è che, come detto, non c’è mossa migliore per accontentare tanti spendendo poco.
Quantifichiamo questo poco: con l’abolizione della TASI, 8 milioni di italiani risparmieranno 55 euro mentre si calcola che i ceti più alti risparmieranno 827 euro. Una cancellazione di un’imposta così configurata è una decisione stupida, nonché iniqua, dato che va esattamente contro qualsiasi logica di redistribuzione: che senso ha restituire tanto a chi ha tanto e poco a chi ha poco? Il governo giustifica la cancellazione di questa tassa sostenendo che essa andrà ad accrescere il clima di fiducia dei cittadini circa la ripresa economica, fiducia chiaramente non quantificabile in termini di crescita del PIL ma, l’interrogativo che io mi pongo è il seguente: se la misura degli 80 euro mensili in busta paga per i redditi inferiori ai 1500 euro non è riuscita a rilanciare i consumi, figuriamoci se potranno farlo 55 euro su base annuale. La chiave di lettura che do piuttosto io a questa misura sono le incombenti elezioni a Roma, Milano e Napoli, oltre che in diverse altre città minori, facile dunque ipotizzare che dietro questa misura ci sia una strategia elettorale.
Al di là di questa mia congettura, ritengo che, nonostante tutto, quei 3.4 miliardi avrebbero dovuto essere destinati in settori più strettamente connessi alla crescita economica, ossia in settori di cui più avremmo potuto osservarne e quantificarne l’impatto; se è vero che l’economia vive di fiducia e di aspettative, non esiste scelta migliore di destinare le poche risorse a disposizione a misure quali l’abbassamento del costo del lavoro, già cominciato con il Jobs Act ma non ancora sufficienti, come consigliatoci dall’Europa, magari associato ad un piano per i giovani, o maggiori investimenti infrastrutturali nel sud del Paese.
Misure come quelle appena indicate, non solo avrebbero avuto un impatto simile sulla fiducia, ma avrebbero anche sortito effetti maggiori sulle prospettive di crescita presenti, e ancor di più future, del nostro PIL. “Restituire” 55 euro alle famiglie italiane, o addirittura 827 a quelle più abbienti, è un errore oltre che un inutile spreco di risorse pubbliche.
Infine, trovo ci sia una sola ragione per la quale sia stato giusto eliminare, a mio avviso, la tassa sulla prima casa, la quale prescinde da qualsiasi giustificazione offerta sinora dalla maggioranza, ed attiene all’assenza di una riforma sul catasto: calcolare l’importo da pagare su dati aggiornati agli anni ’80, dunque terribilmente obsoleti, è assurdo; raramente, infatti, i valori risultano ancora rispondenti alla realtà, le iniquità, anche in questo caso, fioccano. Per rendere dunque il tutto più equo occorrerebbe aggiornare il catasto, non cancellare una delle tasse ad esso connesso, il governo Renzi, a tal proposito, si era ripromesso di agire in tal senso, chissà se la cancellazione della TASI ritarderà tale provvedimento.
Ricordate, a meno tasse, senza un deciso intervento di revisione della spesa, vanno sempre associati meno servizi.

TASI