La notizia era nell’aria da qualche giorno e non è tardata ad arrivare: Tsipras si è dimesso. Decisione corretta, dato che Syriza continuava a perder pezzi da quando il leader greco decise di accettare il piano di aiuti proposto dai creditori, contravvenendo così all’esito del referendum da lui stesso lanciato e che aveva visto trionfare il fronte del “No”; con le tante misure impopolari alle porte era impossibile continuare con una maggioranza così risicata (43 deputati su 149 avevano votato contro o si erano astenuti al terzo memorandum di intesa), per altro tenuta spesso a galla dai voti di opposizione.
Tsipras, nel suo discorso alla Nazione, si è augurato un celere ritorno alle urne, si vocifera per il 20 Settembre, e non è difficile dedurne il perché: le principali misure “lacrime e sangue” richieste dall’Europa dovrebbero cominciare a concretizzarsi in Ottobre, dunque, le velleità di rielezione del primo ministro greco passano essenzialmente da un anticipo della consultazione popolare. Solo in questo modo, Tsipras, a cui i sondaggi danno ancora un 30% di consensi, potrebbe rinsaldare la sua leadership e “esiliare” i suoi oppositori interni. E’ difficile immaginare, infatti, che i greci possano continuare a dargli fiducia una volta che le misure auspicate dai creditori diventino reali.
Aldilà di questo delicato passaggio, la domanda che mi faccio è: un leader politico, salito al poter grazie ad una forte opposizione alle politiche di austerity di chi l’aveva preceduto, che, dopo un lungo braccio di ferro, ha finito per fare altrettanto nonostante la maggioranza del popolo, chiamata a referendum, gli aveva detto di fare il contrario, può davvero sperare di essere rieletto? Credibilità e coerenza, due qualità che un leader dovrebbe possedere, Tsipras sembra non averle più.