Le scene di un’Atene in giubilo invasa da cittadini di tutta Europa dopo il fragoroso successo dei “No” del referendum contro il piano dei creditori, ed invece era appena dieci giorni fa.
Il ritorno alla realtà è stato terribile, il sogno di un’Europa più solidale e democratica spazzato via in un attimo dal cinismo dei Paesi del Nord; del resto, l’avevo scritto, se bastasse un referendum per cancellare i propri debiti, si ricorrerebbe di continuo a questo espediente, ma purtroppo, o anche per certi versi per fortuna, no, non è così che funziona.
Ciò che però impressiona è il voltafaccia di Tsipras, da capo dei dissidenti dell’austerity, da fiero antagonista della Merkel, a “Yes Man” nell’accettare tutte le richieste dei creditori, venendo così meno al mandato affidatogli dal popolo greco e rafforzatosi con l’ultimo referendum da egli stesso indetto. Che fine ha fatto quel coraggio che aveva appassionato l’intera Europa? Non lo capisco, come può un uomo cambiare così repentinamente opinione?, come potrà ancora essere credibile agli occhi del proprio elettorato? D’accordo, i greci non volevano uscire dall’euro e il suo muro contro muro probabilmente avrebbe portato a ciò, ma la domanda che mi sono fatto e che tutti, credo, ci siamo fatti è: allora che senso ha avuto ritardare così tanto questo accordo mettendo ancor di più a rischio la già disperata condizione del suo popolo? Che senso ha avuto chiamare in causa il popolo greco se all’atto pratico egli ha disatteso l’esito della consultazione popolare? Adesso le inaspettate dimissioni di Varoufakis, all’indomani della vittoria dei “No”, hanno un senso pieno: il referendum è stato un giochino, uno scellerato tentativo di mettere spalle al muro i creditori, non la ricerca di un ulteriore appoggio per imbarcarsi, citando Draghi, “in acque inesplorate”. Comprensibile dunque la reazione di Varoufakis, e di altri importanti esponenti di governo e della maggioranza, ormai spaccatasi, di rassegnare le proprie dimissioni.

Qui di seguito, vi riporto per punti le principali riforme “lacrime e sangue” che attendono il popolo greco; prima di addentraci in ciò, è bene chiarire una questione: la maggior parte delle richieste fatte dai creditori sono sacrosante, il sistema greco è profondamente iniquo e una sua rimodulazione è necessaria, quello che si contesta non è tanto il piano in sé, quanto le tempistiche estremamente stringenti che sicuramente finiranno per acuire, anziché migliorare, la situazione greca. L’esempio più calzante è relativo all’innalzamento delle aliquote sull’imposta sui consumi, l’IVA: non c’è misura peggiore per far sprofondare nel baratro un Paese già in crisi; la crescita dei consumi è la condicio sine qua non per la ripresa del mercato interno, senza contare l’impatto sul turismo, vera ed unica fonte di sostentamento dell’economia greca, di una simile misura: i turisti potrebbero scegliere mete più economiche per le loro vacanze estive, con un impatto devastante sul PIL greco.

Riforme richiesta dai creditori:

1. Razionalizzazione dell’IVA. Istituzione di un unico sistema a tre aliquote (23,13 e 6%) valido sull’intero territorio nazionale, isole comprese.
2. Riforma delle pensioni. Implementazione delle riforme del 2010 e 2012, le quali prevedevano un innalzamento dell’età pensionabile entro il 2022 a 67 anni o 62 anni con 40 di contributi, penalizzazioni per i pensionamenti anticipati ed eliminazione progressiva (entro il 2019) dell’Ekas, sussidio destinato alle pensioni più basse.
3. Politiche di bilancio virtuose. Previsioni di tagli automatici al bilancio in modo da raggiungere l’1% di surplus primario per quest’anno e, a seguire, il 2.3 e 3.5% per i prossimi anni.
4. Riforma del codice di procedura civile (da approvare entro il 22 Luglio), al fine di eliminare i rallentamenti burocratici e garantire così un maggior rispetto dei contratti e una maggior certezza dei pagamenti.
5. Recepimento della nuova direttiva europea, anch’essa entro il 22 Luglio, sui salvataggi e la ristrutturazione degli istituti bancari, che non dovranno più gravare su Stato e contribuenti, bensì su azionisti e correntisti con depositi sopra i 100mila euro.
6. Ambizioso piano di liberalizzazioni per il mercato dei prodotti (aperture domenicali, sconti, proprietà delle farmacie) e del lavoro (accesso a professioni e settori chiusi, compreso il trasporto via mare, all’inizio escluso.)
7. Mercato del lavoro. Modernizzazione rigorosa della contrattazione collettiva in ottemperanza delle ultime direttive europee in materia.
8. Privatizzazioni. Istituzione di un fondo indipendente a cui conferire gli asset da privatizzare per un importo stimato in 50 miliardi, 25 dei quali da utilizzare per la ricapitalizzazione delle banche, 12.5 per la riduzione del debito ed altrettanti 12.5 da destinare agli investimenti. Il Fondo, all’inizio, sembrava dovesse aver sede in Lussemburgo, ma per opposizione di Francia e Italia, verrà stabilito ad Atene, gestito da autorità greche sotto la supervisione delle istituzioni europee.
9. Richiesta vincolante di ritorno della Troika, anche se sotto spoglie diverse, si parla infatti di “istituzioni”.
10. Infine, quasi come se si volesse addolcire la pillola, vi è una prima ammissione di difficile sostenibilità del debito per il quale, nel caso le misure dovessero concretizzarsi, è preconfigurabile un leggero riscadenziamento dei rimborsi, nulla a che vedere con un taglio del valore nominale del debito, come suggerito dall’ultimo rapporto del Fondo Monetario Internazionale.

In conclusione, mi viene da scrivere che si è persa una grossa possibilità, l’estrema coerenza di Tsipras aveva appassionato persino chi verso la politica aveva da sempre nutrito un forte scetticismo, questo suo improvviso dietrofront non farà altro che alimentarlo. Va però detto che, al di là del suo fallimento, qualche fuocherello in giro per l’Europa è stato appiccato, starà alle prossime elezioni in Spagna e Portogallo dirci se si tratterà degli ennesimi fuochi di paglia o di un vero e proprio incendio che neppure i pompieri tedeschi saranno in grado di spegnere.

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