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E’ il caso di dire, missione…fallita! Il tentativo delle istituzioni europee e della Germania in primis di far fuori Tsipras attraverso il suo stesso referendum è fallito miseramente: oltre il 60% degli elettori greci è ancora dalla parte del premier greco; non sono bastate le pesanti prese di posizione di molti leader europei a minacciare la leadership di Syriza, anzi, direi che questo tentativo di voler mettere il naso nelle questioni di politica interna greca, ha contribuito attivamente alla vittoria del “No”. Insomma, l’Europa dovrà fare ancora i conti con Alex Tsipras.
Si è trattata di una grossa vittoria della democrazia, probabilmente era dai referendum tra monarchia e repubblica indetti l’indomani del secondo conflitto mondiale che non si assisteva ad una consultazione popolare così sentita. Certo, i critici avranno inteso questo referendum come un “lavarsene le mani” ma, a mio avviso, come già scritto in precedenza, si è trattato, al contrario, di un profondo atto di coerenza da parte di un leader che era stato eletto con un programma dai presupposti ben diversi di quello a cui l’Europa lo stava costringendo.
La vittoria del “No” però non deve dar adito a troppi entusiasmi, la situazione della Grecia era e rimane disperata, ma c’è un aspetto che va sottolineato: i cittadini greci hanno preferito una strada nuova a quelle che hanno portato la repubblica ellenica nelle condizioni in cui versa. Tale strada, potrebbe portare a difficoltà addirittura maggiori, è da ieri sera che molti analisti danno l’uscita della Grecia dall’euro probabile, con le estreme criticità che ne deriverebbero, ma ciò che mi preme sottolineare è che tale scelta è il volere della maggioranza dei cittadini greci, dunque va rispettata.
A dirla tutta, poi, il referendum non verteva sulla permanenza o meno della Grecia nell’euro, come qualcuno ha voluto far credere, quanto sull’accettazione o meno del piano proposto dai creditori che il governo greco riteneva insostenibile. L’uscita della Grecia dall’euro sarà, nel caso, una conseguenza di questo “No”, ma non è stato certamente l’oggetto del referendum, non scordiamo infatti che i cittadini greci, nei sondaggi, appaiono piuttosto concordi nel volere restare in Europa.
I greci con questo “No” hanno semplicemente richiesto maggior clemenza, sono consapevoli che il sistema greco sia caratterizzato da profonde iniquità e che vada per tali ragioni riformato, riformato però senza ulteriori politiche recessive; con questo voglio dire che in Grecia devono tornare le condizioni per crescere, solo così i loro debiti potranno essere ripagati, nuovi prestiti, a fronte di ulteriori tagli, avrebbero come unico obiettivo quello di tenere a galla la repubblica ellenica al fine di non gettare in fumo i tanti miliardi dati loro in prestito, non certo rinvigorire un Paese sull’orlo dell’emergenza umanitaria.
Sta ora all’Europa prendere atto dell’esito del voto e collaborare con le autorità greche per trovare il giusto punto di convergenza. L’impresa non sarà certo facile: se le autorità europee dovessero mostrarsi troppo accomodanti, rischierebbero di minare la stabilità dei governi che hanno accettato di fare le riforme e i cui cittadini si appresteranno a breve a tornare al voto, come nel caso di Spagna e Portogallo, se dovessero invece mostrarsi troppo intransigenti, il rischio è che quel sentimento antieuropeista, già molto forte, possa definitivamente strabordare minando così alle fondamento l’intero progetto europeo.
L’unica soluzione è riformare i Trattati, renderli nel contempo più solidali e meno stringenti. E’ una strada che avrebbe dovuto essere intrapresa l’indomani del clamoroso successo di Renzi alle elezioni europee, frutto del suo impegno a voler riformare l’Europa, impegno, nei fatti, svanito al primo vertice con il cancelliere tedesco. Intendiamoci, l’idea di Renzi di voler prima acquisire credibilità facendo le riforme nel rispetto dei Trattati non era sbagliata, ma mi sono chiesto e ancora di più mi chiedo oggi: cosa sarebbe successo all’Europa se un grande Paese come l’Italia, avesse in quel momento aperto un fronte comune con gli altri Paesi del Mediterraneo in difficoltà, magari coinvolgendo anche la Francia che, al di là del debito, ha fondamentali molto simili ai nostri, per un serio impegno verso il cambiamento dei Trattati? Sicuramente avremmo oggi un’Europa diversa, un’Europa nella quale Renzi non è il maggiordomo della Merkel, dove la Germania non organizza l’ennesimo bilaterale con la Francia per discutere della crisi greca tenendo noi ed il resto dell’Europa fuori, avremmo un’Europa più solidale, un’Europa maggiormente fondata sul rispetto dei popoli, un’Europa più keynesiana e meno monetarista.
Infine, mi preme sottolineare un ultimo aspetto riguardo le scene di giubilo osservate ieri sera: mentre alcuni dei nostri politicanti, molti dei quali con idee diametralmente opposte a quelle di Tsipras, erano lì a festeggiare allo scopo di trarre un vomitevole vantaggio politico dal successo di questo referendum (escluderei dal gruppo soltanto Stefano Fassina, l’unico ad aver avuto da sempre una posizione europeista e anti-austerity al punto da dimettersi dalla carica di vice-ministro dell’economia del governo Renzi), un esempio di grande civiltà è arrivato stamani dal ministro delle finanze greco, Yanis Varoufakis, il quale ha deciso di rassegnare a sorpresa le proprie dimissioni allo scopo di agevolare il raggiungimento di un accordo. Varoufakis, principale artefice del muro contro muro con i creditori, uno dei pochi che avrebbe dovuto esultare per il successo di questo referendum, proprio nel suo momento di maggior fama ha deciso di farsi da parte per il bene del suo Paese. Fare dei paragoni con i nostri leader politici sarebbe troppo imbarazzante, meglio evitare.