Quante volte avete avuto modo di ascoltare persone criticare l’euro e rimpiangere la vecchia lira, o quante volte siete stati voi a farlo in prima persona? Quante volte avete sentito in TV il politico di turno auspicare un ritorno al passato addossando alla moneta unica le responsabilità della crisi? Direi tante, tantissime volte. Proviamo allora ad analizzare gli effetti che scaturirebbero da un ritorno alla lira. Prima di fare ciò è doverosa una premessa: l’Unione Europea, per come è strutturata, rappresenta un organismo che non ha precedenti nella storia, non vi sono dunque precedenti storici dai quali attingere e da cui, magari, trarre insegnamento, quindi è bene sottolineare che ciò che leggerete, seppur probabile, non è detto che si verifichi esattamente con queste modalità e in queste proporzioni.
La prima conseguenza di un abbandono dell’euro sarebbe, com’è chiaro, il dover ristampare lire o una moneta atta a sostituire quella europea. Il primo problema che verrebbe a crearsi sta nel fatto che la nostra nuova valuta nazionale, date le condizioni della nostra economia, subirebbe una svalutazione immediata di una percentuale che dovrebbe aggirarsi da un minimo del 20 ad un massimo del 50%. Quindi, scordatevi l’equivalenza 1 euro = mille lire. Ciò significa che il potere di acquisto delle famiglie si ridurrebbe della percentuale appena indicata; per evitare ciò, esse, probabilmente, si precipiterebbero agli sportelli delle banche e ritirerebbero immediatamente i loro risparmi ancora valutati in euro in modo da scambiarli con un’altra valuta stabile, probabilmente il dollaro, o acquistando beni che tendono a conservare il proprio valore negli anni, l’oro, per esempio. Tale corsa agli sportelli, comporterebbe il fallimento di molti banche che non avrebbero a disposizione tutto il denaro richiesto. Ciò significa che, seppur si volesse abbandonare l’euro, il tutto dovrebbe essere preceduto dalla chiusura degli sportelli delle banche e in regime di mercati chiusi; inutile aggiungere che, nella società dell’informazione in cui viviamo, sperare di tenere all’oscuro i cittadini su tali decisioni è impensabile, così come è impensabile il buon esito dell’intera operazione.
Abbandonare l’euro, poi, costituirebbe un grosso problema per quanto concerne la sostenibilità del nostro debito pubblico, costituto in larga parte in euro; come detto, la svalutazione della nuova moneta porterebbe ad un’impennata improvvisa e incontrollabile del nostro debito tale da portare al default, ossia al fallimento, del nostro Paese. Dato che esso è detenuto in larga parte dai cittadini italiani, questo si riverserebbe su loro stessi mandando in fumo i risparmi di noi cittadini. Per quanto concerne la parte di debito detenuta dai cittadini esteri, se nel breve periodo non sono previsti scompensi, è bene sottolineare che in futuro quegli stessi investitori preferiranno investire i propri risparmi in altro o, comunque, per convincerli ad investire ancora in Italia, andrebbero convinti a suon di tassi di interesse ancor più elevati di quanto non siano già adesso. Le aspettative in economia hanno un peso rilevante e recuperare la fiducia dei mercati, almeno nel breve periodo, è impresa assai ardua. Altra conseguenza da non trascurare è quella legata ai costi dell’energia. Il petrolio, per esempio, che è quotato in dollari sui mercati internazionali, espresso nella nostra nuova moneta risulterebbe più caro rispetto al passato, da cui deriverebbero aggravi sia per quanto concerne il costo della benzina, già tra i più alti d’Europa, sia per quanto riguarda quello dell’energia elettrica, con ulteriore perdita di competitività delle nostre imprese, già particolarmente esposte alla concorrenza, spesso sleale, proveniente da Oriente, risultato di un processo di globalizzazione che andava in qualche modo meglio concepito. Una dei pochi aspetti positivi che deriverebbero dal recupero della sovranità monetaria, e quindi dal ritorno alla lira, sarebbe quello di rendere le nostre esportazioni più concorrenziali sui mercati internazionali rispetto ad oggi, anche se in questo già la misura di alleggerimento monetario, il cosiddetto quantitative easing, di Draghi ci sta aiutando, ma ciò non ci metterebbe comunque al riparo dalla concorrenza cinese, la quale si poggia su basi assolutamente non imitabili dalle economie occidentali, quali, per esempio, costi della manodopera bassissimi ed assenza di una legislazione antinquinamento. Potremmo, inoltre, provvedere al finanziamento del nostro debito pubblico attraverso l’inflazione, ossia stampando denaro, ciò che del resto si è fatto in Italia per decenni sino dell’avvento dell’euro, una soluzione positiva nel breve periodo ma con risvolti assai negativi nel medio-lungo, soprattutto se i salari non si adeguano ad essa.
L’euro e l’Unione Europea, e prima ancora tutte le organizzazioni sovranazionali che l’hanno preceduta, a cominciare dalla dichiarazione del 9 Maggio 1950 di Robert Schuman che creò i presupposti per la creazione CECA (Comunità economica del carbone e dell’acciaio), concretizzatasi l’anno seguente, hanno sempre avuto l’obiettivo di portare la pace nel continente, principale teatro di guerra dei più cruenti conflitti che la storia ricordi, tra cui le due guerre mondiali che avevano decimato la popolazione europea, attraverso la promozione di una sempre più stretta collaborazione tra i Paesi, allo scopo di creare le migliori condizioni per la crescita economica. In questo processo durato oltre mezzo secolo, culminato con la creazione di un’unione valutaria e la conseguente nascita dell’euro, l’Italia ha sempre ricoperto un ruolo di primo piano, quale Paese fondatore nonché terza economia dell’Eurozona. Come asserito dal Presidente della BCE, Mario Draghi, “L’euro è un processo irreversibile”, nei trattati la possibilità di uscita di un Paese non è neppure contemplata, da quando, nel Gennaio del 2012, esso è entrato nelle nostre tasche, abbiamo avuto una maggiore scelta e stabilità dei prezzi per i consumatori, il discorso “Quello che costava mille lire adesso costa un euro” è dipeso da una cattiva gestione del processo di transizione tra le due valute su cui tutti gli operatori, commercianti in primis, hanno lucrato, non certo dall’euro in sé, dato che, come previsto dal Trattato di Maastricht, primo obiettivo della BCE è la stabilità dei prezzi, con un’inflazione che deve essere prossima al 2%, e non potrebbe essere altrimenti dato che essa venne costituita su base Bundesbank, emblema di Banca centrale hard-nosed; da quando utilizziamo l’euro, inoltre, abbiamo una maggiore sicurezza e maggiori opportunità per le nostre imprese, che dispongono di un mercato comune più ampio sul quale operare e non devono più fare i conti con le forti oscillazioni dei tassi di cambio del passato; abbiamo dunque una moneta più stabile, che riduce le incertezze e incentiva gli investimenti, abbiamo una maggiore integrazione dei mercati finanziari, un maggior peso dell’UE nell’economia mondiale e, più in generale, una presenza tangibile dell’identità europea nel mondo.
Questo non vuol dire che non esistano elementi di criticità, tutt’altro, ma esse hanno poco a che vedere con l’euro né, a maggior ragione, devono portarci all’uscita dall’Europa. Piuttosto, i problemi derivano da un processo di integrazione europea ancor lontano dalla sua conclusione, da un’unione che si poggia su una moneta comune e poco altro, in cui ancora prevalgono le miopi politiche di poche ed influenti economie. Affinché gli sforzi operati finora non siano resi vani, affinché l’Europa, e l’Italia, possano continuare a recitare un ruolo di primo piano nel mondo, è necessario recuperare quella “solidarietà di fatto”, di cui parlava Robert Schuman nella sua celebre dichiarazione che diede il via al processo di integrazione europea, prima citata, occorre allora mettere da parte gli egoismi e le velleità dei singoli Paesi, i quali, per ovvie ragioni, non sono più in grado di recitare quel ruolo di primo piano cui la storia li aveva abituati: la globalizzazione, infatti, impone nuove sfide che solo un’Europa forte, unita e coesa, sarà in grado di affrontare.

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