grecia la stretta finale

I negoziati tra la Grecia ed i suoi creditori sono ormai al culmine e la data da segnare in agenda è quella del 30 Giugno, quando gli ellenici dovranno rimborsare 1.6 miliardi al Fondo Monetario Internazionale.

I tempi dunque stringono, e un accordo sembra ancora lontano, almeno a sentir parlare i creditori, Germania in testa, mentre, per quanto concerne la Grecia, è da registrare un’oscillazione nelle dichiarazioni da parte del Premier Tsipras, che variano dall’essere intransigente quando è in patria, allo scopo di tener fede al mandato affidatogli dai suoi concittadini, ad una maggiore propensione al compromesso quando è seduto al tavolo dei negoziati. Nonostante ciò, filtra ottimismo, in quanto, al di là delle dichiarazioni di facciata, nessuno davvero vuole la Grecia fuori dall’Europa. Non lo vogliono i tedeschi, spaventati dal creare un precedente che potrebbe minare il futuro dell’intera Eurozona, più per motivi politici che economici, in quanto, da questo punto di vista, i nuovi strumenti messi a disposizione da Draghi dovrebbero consentire un’uscita dello Stato ellenico quasi indolore per il resto della UE, non lo vogliono i greci, preoccupati, sorprendentemente molto più di noi italiani, da un ritorno alla dracma.

Un accordo dunque lo si troverà, il rischio però è che si tratti dell’ennesima pezza, ossia un accordo temporaneo che potrebbe portare nel giro di pochi mesi alla riemersione del problema. D’altra parte il tempo è poco e le riforme richieste alla Grecia sono ampie e non facili da realizzare; le materie sono sempre le solite, si parla di riforma della pubblica amministrazione, annacquata da troppi anni da corruzione e clientelismo, del sistema giudiziario, occorrono 1580 giorni in Grecia per far rispettare un contratto contro i 540 della media OCSE, e di una maggiore liberalizzazione dei mercati, insomma, quello che l’Europa ha chiesto a tutti i Paesi in difficoltà, Italia inclusa. Tali punti, capirete, coinvolgono una larga fetta di cittadini, dunque il rischio di creare iniquità in grado di esacerbare la crisi ellenica è reale e la fretta degli operatori internazionali non fanno altro che acuirlo. Misure di tali portata, infatti, dovrebbero essere a lungo discusse e concertate dal Governo greco e dai rappresentanti delle parti in causa, non realizzate come se qualcuno stesse loro puntando una pistola alla tempia. Va altresì considerato che l’impatto sull’economia reale, almeno nel breve periodo, sarebbe senz’altro nocivo per l’economia ellenica, da lì il muro contro muro del ministro delle finanze ellenico Varoufakis, strenuo oppositore dell’austerity, secondo il quale, e, per quel che importa, anche secondo il sottoscritto, occorrerebbe prima puntare alla crescita e, solo dopo, attuare le riforme necessarie; l’austerity, per quanto negli anni influenti economisti abbiano sostenuto il contrario, non porta alla crescita, in condizioni di crisi porta solo ad altro debito. A parole sembra sia ormai chiaro a tutti, nei fatti, molto meno.

Come detto, un accordo certamente lo si troverà, ciò che andrà valutato però e se esso soddisferà tutte le parti in causa. Da un lato, è opportuno che esso convinca i cittadini greci, in modo che Syriza conservi la sua credibilità e non lo faccia apparire identico ai partiti che l’hanno preceduto al governo, dall’altro, è altrettanto opportuno che la Germania e gli altri creditori conservino la loro fermezza, sia per ragioni economico-finanziarie, sia perché un alleggerimento eccessivo delle loro posizioni potrebbe avere delle ripercussioni sugli altri Paesi che in precedenza si erano piegati al volere di Berlino, Portogallo e Spagna in testa, e l’ascesa di Podemos ne rappresenta la prima avvisaglia.

Dunque, ci si muove su un filo molto sottile, l’auspicio è che a vincere sarà il buon senso.