È di pochi giorni fa la notizia di un nuovo record fatto registrare dal nostro debito pubblico che, secondo gli ultimi dati diffusi dalla Banca d’Italia, a Marzo ha toccato quota 2.184,5 miliardi, oltre 15 miliardi in più rispetto al precedente massimo di 2.169 miliardi toccato a febbraio.

Da ciò è scaturita la solita ressa mediatica composta da giornalisti poco preparati, politici, a voler essere gentili, pronti alla strumentalizzazione di qualsiasi dato all’apparenza negativo, ed un’opinione pubblica in balia dei primi due. Insomma, il solito circo mediatico a cui siamo abituati.

L’obiettivo di questo articolo, come del resto tutti quelli in cui mi occupo di politica economica, è spiegare a chi non mastica questi argomenti, nel modo più semplice possibile, come in realtà stanno le cose.

Dunque, la prima cosa da dire è che il valore nominale del debito pubblico non significa un bel niente, la Germania, per esempio, il Paese più virtuoso d’Europa, ha un debito pubblico superiore al nostro. Insomma, trattasi di specchio per le allodole. Ciò che conta davvero è la grandezza del debito pubblico rapportata al PIL, ossia l’indice utilizzato per misurare la ricchezza prodotta da uno Stato in un dato periodo. In questo, chiaramente, siamo ben distanti dagli amici teutonici e, aggiungo, siamo anche piuttosto in difficoltà visto che, secondo i dati citati in precedenza, esso rappresenta il 132,5% del PIL, contro il 78% circa della Germania.

Cerco di spiegarmi con un esempio: se guadagnate 10,000 euro al mese, un debito mensile di 1,000 euro non rappresenterà un problema, se invece ne guadagnate 600, un uguale debito rappresenterà un problema insormontabile.

Dunque, il punto chiave non è l’ammontare del debito, quanto la sua sostenibilità ed il nostro, seppur altissimo è ad oggi sostenibile, anzi, le stime della Banca d’Italia lo vedono finalmente in calo dal prossimo anno grazie ad un PIL che ha cominciato a rivedere il segno positivo (+0,3% nel primo trimestre), supportato sia dalle riforme del governo, sia dal QE di Draghi che spinge in giù l’euro, rendendo i nostri prodotti più attraenti all’estero, e giù anche lo spread, quindi il tasso di interesse sul nostro debito.

Un altro mito da sfatare è che l’alto debito pubblico sia la conseguenza di un’alta spesa pubblica: quante volte avete sentito TG e politici parlare della necessità di tagliare la spesa pubblica? La verità è che l’Italia spende circa il 50% del proprio PIL in spesa pubblica, dato in linea con gli alti Stati europei, anzi, in alcuni settori chiave, quali l’istruzione e gli investimenti pubblici, spendiamo meno degli altri, rischiando così di minare la crescita futura del nostro Paese. Dunque, non spendiamo di più, semmai spendiamo male. In realtà non è del tutto vero neanche questo: l’Italia è tra i Paesi più virtuosi d’Europa se osserviamo l’avanzo primario, ossia la differenza tra entrate ed uscite dello Stato, nel senso che il nostro Paese spende meno di quanto incassi dai cittadini. E allora, perché fatica a restare sotto la fatidica soglia del 3% del rapporto deficit/PIL imposta da Maastricht? Semplice, perché il nostro Paese ogni anno è costretto a spendere il 5% del proprio PIL, quasi 90 miliardi di euro, per pagare gli interessi sul proprio debito.

Dunque, l’Italia, per restare sotto la soglia del 3% dei Trattati, è costretta a realizzare avanzi di bilancio del 2%. Tornando all’esempio precedente, è come se una persona che guadagna 1,000 euro è costretta a non spendere più di 800 euro perché 200 deve darli ad una finanziaria per pagarsi la rata del mutuo. Può succedere, talvolta, che quegli 800 non siano sufficienti e si debba sforare ricorrendo ad un nuovo finanziamento, quindi, a nuovi interessi.

Come si esce da questa situazione? Potrei rispondere cambiando lavoro, in modo da guadagnare di più che, nel caso di un Paese, equivale a crescere di più. Però, se non investi in istruzione, come puoi pensare di ottenere un lavoro che ti consenta di guadagnare di più? Nel caso di uno Stato, se non investi in opere pubbliche, se non investi nella ricerca, se non investi in cultura, come puoi pensare di incrementare il PIL? Non puoi!

Ed è questo l’enorme paradosso che ha condotto diversi Paesi europei alla fame: se sei continuamente costretto a tagliare, non potrai mai pensare di ripagare i tuoi debiti.

Pensate ad un ristorante: se un fornitore ha un credito nei nostri riguardi, non dovrà di volta in volta a prendersi  tavoli, sedie, la cucina e lo chef, al fine di riottenere quanto vi ha prestato, sarà, al contrario, più intelligente da parte sua lasciarvi lavorare in pace in modo che voi possiate guadagnare e quindi consentirvi di ripagare il vostro debito.

Un altro dato interessante da osservare, poi, quando si valuta un debito pubblico di un Paese è l’identità dei creditori. Per capire questo passaggio bisogna rendersi conto che il debito pubblico rappresenta dei prestiti concessi dagli investitori, attraverso l’acquisto dei titoli di Stato, allo Stato stesso. Nel caso gli investitori siano per la maggior parte cittadini di quello Stato, un alto debito pubblico non rappresenterà un problema insormontabile. È il caso dell’Italia: per abbassare il nostro debito pubblico basterebbe aumentare la tassazione, per esempio attraverso una patrimoniale.

Nel caso della Grecia, invece, tale strada non è percorribile in quanto a detenere il debito pubblico greco sono soprattutto investitori esteri. Questo, da un lato, è un enorme svantaggio perché rende l’economia greca profondamente soggetta agli umori del mercati, dall’altro, le consente di non fallire così facilmente in quanto i risparmiatori internazionali che hanno investito in titoli greci non vorranno che essi diventino all’improvviso carta straccia.

In conclusione, il consiglio che mi sento di darvi è il non fossilizzarvi su un numero, ma, piuttosto, cercare di comprendere cosa essi rappresentano.

 

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