Yanis Varoufakis - Ministro delle finanze greco.

I vertici internazionali si susseguono, ieri è stata la volta dell’Ecofin svoltosi a Riga, e l’unico dato rilevante che balza agli occhi di noi osservatori è l’assoluta inamovibilità del governo greco dalla sua posizione originaria: basta austerity. In Atene sembra rivedere l’intransigenza e l’altezzosità di Berlino, quella spocchia di non volere sentir ragioni se non le proprie.
Si sta assistendo ad una vera e propria guerra tra democrazie, da un lato l’Europa, capeggiata dalla Germania, dai suoi alleati più fidati (Finlandia in primis) e da tutti quei Paesi che si sono via via piegati, magari con qualche compromesso, ma pur sempre piegati, al volere di Berlino (Spagna, Italia ecc.), rinunciando a quel sogno di concepire un’Europa diversa, più unita e più solidale; dall’altro la piccola Grecia, ultimo dissidente da sconfiggere per ristabilire finalmente la “pace” in Eurozona.
Magari oggi non è la giornata ideale per scrivere questo, in Italia infatti si festeggia la cosiddetta “Festa della Liberazione”, ma state pur certi che se questa diatriba si fosse consumata poco meno di un secolo fa, la Grecia sarebbe stata rasa al suolo nel giro di qualche ora. Ringraziando Dio, l’Europa, almeno da questo punto di vista, ha compiuto nel corso degli ultimi settant’anni dei passi avanti enormi e qualsiasi disputa, almeno tra Paesi civili, passa per infiniti tavoli anziché per sanguinose guerre.
Ciò che mi preme sottolineare in questo mio articolo è l’assoluta veemenza con cui Tsipras ed il suo ministro delle finanze Varoufakis resistono alle pressioni degli altri Paesi, sbeffeggiati dagli omologhi degli altri Paesi ma fedeli al mandato affidato loro dalla maggioranza dei cittadini greci; molti leader politici, compreso il nostro Primo ministro Matteo Renzi, nel corso delle varie campagne elettorali hanno attaccato aspramente la cancelliera tedesca Merkel criticando la loro visione di Europa, ma, una volta ottenuto il potere, hanno impiegato poco a calarsi le braghe e a rimettersi in riga.
Si è persa a mio avviso una possibilità importante di rivoluzione davvero un Europa che ad oggi è d’accordo, più o meno, solo sull’esistenza di una valuta comune, ma che ad ogni questione sembra spaccarsi, non perdendo mai occasione di far notare quanto più che gli interessi dell’unione nella sua interezza, si facciano esclusivamente quelli dei Paesi più forti.
Si è soliti dire “La Grecia deve pagare i suoi debiti e rispettare gli impegni presi, le abbiamo prestato dei soldi, deve restituirceli”. Ma voi prestereste mai del denaro ad una persona che non è in grado di restituirveli? Non credo, e allora perché alla Grecia e agli altri PI(I)GS lo si è fatto? Semplice, perché gli alti interessi che garantivano i titoli pubblici di tali Paesi facevano gola agli investitori del nord, si era soliti dire “Lo Stato per definizione non può fallire”, ed invece si è scoperto che le cose non stavano così e che, come qualsiasi impresa, esso può andare in bancarotta e i miliardi ad esso prestati andare in fumo. È chiaro dal 2010 che la Grecia non sarebbe stata in grado di ottemperare ai suoi impegni, si è optato per questo gioco “dell’estendi e pretendi”, nel senso, “Continuo a prestarti soldi, ti allungo le scadenze ma tu fai le riforme” allo scopo di non inguaiare i molti investitori privati impelagati, non scordiamo infatti che sono proprio le banche tedesche i maggiori finanziatori dei greci.
Far fallire la Grecia significherebbe mettere a tacere una volta per tutte le campagne antieuropeiste in voga in altri Paesi, in quanto l’economia ellenica, per quanto tesi strampalate possano dimostrare il contrario, ne uscirebbe davvero con le ossa rotte, nel contempo, però, cesserebbe anche l’idea di appartenenza alla moneta unica come processo irrevocabile, per dirla alla Draghi “Non si torna indietro dall’euro”, con il rischio che da nuove future crisi possano scaturire nuove ondate speculative destabilizzanti; nel caso della Grecia queste sembrerebbero essere piuttosto arginabili attraverso i nuovi meccanismi messi a punto dalla BCE, ma nel caso di economie più grandi, vedi l’Italia, potrebbero non essere sufficienti.
Far fallire la Grecia significherebbe anche, e soprattutto, rinunciare a tutto il denaro prestato loro in questi anni, magari non comporterebbe alcun fallimento degli istituti bancari finanziatori, quelli in difficoltà verrebbero aiutati come accaduto in occasione della fallimento di Lehman Brothers, ma certamente i loro bilanci ne risentirebbero e non credo che l’opinione pubblica digerirebbe tanto facilmente l’ipotesi di ulteriori “regali” a quelle che a loro detta sono le principali responsabili di questa Crisi.
C’è quindi un trade off tra costi e benefici da valutare, per adesso si ritiene ancora che i primi superino i secondi, per questo si tiene ancora a galla la Grecia, speranzosi che, messi ancora più alle strette, Tsipras e soci dichiarino finalmente la resa, e con essa la sconfitta dell’ultimo dissidente rimasto.
In questa vicenda ciò che solletica la mia curiosità è il seguente quesito: cosa sarebbe successo se Italia, Spagna, Grecia, Portogallo, Irlanda, ma anche Francia, avessero creato un fronte comune contro questa stantia visione tedesca che ha ormai dimostrato tutti i suoi limiti? Chi può saperlo, nel caso migliore avremmo oggi un’Europa più coesa e solidale, nel peggiore, una scissione dell’organismo europeo in due grandi fazioni, chissà, magari addirittura con due diverse monete, di certo, però avremmo una politica più vicina a ciò che la gente comune chiede.