Lo strumento principalmente utilizzato in questi anni dai governatori centrali di tutto il mondo al fine di uscire dalla crisi è stato l’abbassamento dei tassi, ossia del costo della moneta, cioè del tasso a cui gli istituti bancari ottengono moneta dalla banca centrale che ha potere di emetterla, sfociato, poi, se necessario e laddove possibile, nel cosiddetto quantitative easing, ossia nell’acquisto di titoli del debito pubblico allo scopo di incrementare la quantità di moneta in circolazione.

Da inizio anno hanno provveduto ad abbassare i tassi di interesse ben 26 banche centrali, tra le altre Russia, India, Brasile, Svezia, Svizzera, costringendo così molti istituti bancari a concedere finanziamenti a tassi molto bassi se non, talvolta, come nel caso della Danimarca, addirittura negativi.

Se il superamento del credit crunch, ossia la restrizione del credito operata dalle banche nella concessione di mutui, era uno dei principali obiettivi dei banchieri centrali al fine di rilanciare gli investimenti, dall’altro è opportuno sottolineare che la Crisi che abbiamo vissuto in questi anni è esplosa proprio a causa di un abbassamento dei tassi operato dall’allora governatore della Fed, Alan Greenspan, il quale dal 2000 al 2004, portò i tassi USA dal 6% al 1%. Questa decisione, infatti, portò le banche USA a concedere prestiti senza preoccuparsi troppo delle garanzie poste dai richiedenti, allo scopo di lucrare non tanto dagli interessi da essi derivanti, e neppure da quelli derivanti dall’acquisto di titoli del debito pubblico, che la politica monetaria in essere aveva reso molto bassi, quanto dalla creazione di titoli derivati a cui tali prestiti erano agganciati.

Questo lassismo generò un’impennata dell’inflazione a cui lo stesso Greenspan reagì, rialzando nel giro dei due anni successivi i tassi portandoli al 5,5%. Tale decisione ebbe un impatto devastante su coloro i quali avevano ottenuto un mutuo a tasso variabile, i quali videro schizzare alle stelle gli interessi da pagare, e, avendo già ottenuto tali finanziamenti senza troppe garanzie, si ritrovarono in men che non si dica ad essere insolventi. Questo rese a sua volta spazzatura i titoli derivati ad essi collegati e comportò il fallimento di Lehman Brothers, finora considerata “too big to fail”, ed il contagio di molti importanti istituti creditizi mondiali che detenevano tali titoli e che solo l’intervento dei rispettivi governi nazionali scongiurò ulteriori fallimenti.

Adesso ci ritroviamo in una condizione simile: l’attuale governatore della Fed, Jenet Yellen, sarà costretta nel corso dell’anno, in seguito al miglioramento dei fondamentali dell’economia americana, ad innalzare i tassi dopo che per ben 7 anni essi sono rimasti bloccati nel range 0-0,25%.

C’è quindi il rischio che il clima di fiducia che pian piano sta diffondendosi in Occidente venga spazzato via una nuova Crisi? Non credo, sia perché ad oggi l’inflazione USA si mantiene in linea con le attese – è di qualche giorno fa il dato secondo cui essa a febbraio si è attestate allo 0,2% – sia perché i governatori centrali hanno già dato prova in passato di saper imparare dai propri errori e la Yellen ha già fatto intendere che tale aumento dei tassi, se ci sarà – in realtà tutti gli osservatori internazionali si aspettano un rialzo dei tassi per giugno – sarà graduale e non repentino come in passato.

Ad ogni modo, c’è da sperare che gli istituti bancari abbiano imparato la lezione o che comunque lo schema internazionale di regolamentazione per le banche, meglio conosciuto come “Basilea 3”, riesca a fornire risposte migliori di quanto non abbiano fatto in passato i suoi predecessori.