Uno degli obiettivi non troppo velato a cui mira l’ambizioso piano di Quantitative easing di Draghi è quello della parità euro-dollaro. È bastato il solo annuncio per fare deprezzare via via la moneta comune europea nel confronti del dollaro e, dopo pochi giorni dalla sua messa in atto, siamo già vicini all’obiettivo.
Non è troppo difficile comprenderne il motivo: con l’acquisto di titoli del debito pubblico dei Paesi membri, attraverso le dinamiche di cui ho discusso nel precedente articolo “Il Bazooka di Draghi, si immette nuova moneta nel circuito economico da cui deriva un aumento dell’inflazione.
Chiaramente ciò è possibile solo perché ci troviamo in deflazione, quindi un aumento della quantità di moneta in circolazione non determinerà uno sforamento del tetto del tasso di inflazione fissato al 2% dai Trattati di Maastricht.
Questo aumento della quantità di euro in circolazione ha come risultato (salvo un’operazione analoga compiuta oltreoceano, la cosiddetta “guerra di valute”) un deprezzamento della nostra moneta nei confronti del dollaro e, più in generale, nei confronti di tutte le altre monete, con ripercussioni sul tasso di cambio nei seguenti termini:

per chi esporta dall’Eurozona, sarà più profittevole farlo, in quanto i nostri prodotti, risulteranno agli occhi degli americani, e degli altri Paesi al di fuori dell’area euro, più convenienti, con opportunità di crescita importanti sia per il “Made in Italy”, in particolare in Estremo Oriente, sia per l’alimentare, che dovrebbe già beneficiare di per sé della spinta dell’Expo che si terrà a Milano quest’anno e che avrà per oggetto proprio questo settore; anche il nostro turismo ne beneficerà, in quanto i turisti avranno un motivo in più per scegliere l’Europa e l’Italia come meta delle proprie vacanze: un potere d’acquisto della propria moneta più forte rispetto al passato.

per chi importa, invece, o, per chi deciderà di soggiornare al di fuori dei confini europei, si avrà l’esatto opposto, ossia non si potrà più beneficiare del vantaggio di un euro forte.

A questo punto voi direte, i due effetti si pareggiano, non cambia nulla, non è così.

Una maggiore richiesta di nostri prodotti spinge le nostre imprese a produrre di più, quindi ad assumere di più, con benefici quindi, sia diretti, che indiretti, per l’intero tessuto economico. Come dimostrato dal Giappone, uno yen forte ha per decenni condotto ad un ingolfamento della seconda economia del mondo, con i colossi dell’elettronica nipponici costretti a cedere il passo a quelli coreani e cinesi, e solo un piano di per sé simile a quello di Draghi (in realtà ancor più incisivo visto che, nel caso del Giappone, la Banca Centrale giapponese non gode di assoluta indipendenza rispetto all’Esecutivo) ha consentito la ripresa ed il definitivo superamento della spirale deflazionistica in cui il Sol Levante versava.
Nel contempo, un euro debole potrebbe causare un aumento dei prezzi dei prodotti che importiamo, per esempio quelli del settore hi-tech, anche se va detto che non abbiamo mai realmente beneficiato del tasso di cambio vantaggioso dato che i produttori hanno sempre optato per un incomprensibile e penalizzante 1:1. Rimane da valutare la scelta fatta da Apple che venderà il suo nuovo Macbook ad un prezzo di 1499 € a dispetto dei 1299 $ richiesti sul suolo americano, ma in quel caso è probabile che prevalgano logiche di marketing, anziché quelle del mero tasso di cambio.
Altro aspetto da non trascurare è quello delle risorse energetiche, petrolio in primis, la cui quotazione avviene in dollari. Ad oggi, dato che il prezzo dell’oro verde si attesta a livelli bassi, un deprezzamento della nostra valuta non comporta grossi aggravi; in futuro, nel caso la situazione medio-orientale dovesse nuovamente degenerare, questo potrebbe creare più di un grattacapo alle economie europee.
Da qui, quindi, la necessità di costruire una moneta forte alternativa al dollaro, non tanto per il suo prezzo nei confronti delle altre valute, quanto come riferimento per gli scambi commerciali globali.