Spread a quota 100, discutiamone.

da | Feb 28, 2015 | Politica economica | 2 commenti

Prima di tutto una premessa: nonostante il vocabolo spread sia prepotentemente entrato nelle nostre vite, in molti potrebbero averne ancora una conoscenza sommaria, frutto di un’informazione televisiva più votata al sensazionalismo che alla mera spiegazione. Dunque, dato che uno degli obiettivi di questo blog è rendere di facile comprensione i temi trattati, cominciamo dicendo che lo spread, nell’accezione resa famosa dalla Crisi dell’Eurozona, rappresenta il differenziale di rendimento tra i titoli con scadenza decennale di un Paese, nel caso dell’Italia i BTP, e gli omologhi tedeschi, i Bund.

Esso rappresenta un dato importante in quanto ci spiega a quanto ammonteranno gli interessi che lo Stato dovrà fronteggiare nel momento in cui farà ricorso all’emissione di titoli del debito pubblico per finanziare i propri disavanzi. In parole povere, volendo fare un esempio, se lo Stato spende 100 a fronte di entrate per 98, quella differenza di 2 rappresenterà un debito il cui pagamento dovrà essere in qualche modo finanziato; uno dei modi possibili per finanziarlo è rappresentato dall’emissione di titoli pubblici, che verranno acquistati dai risparmiatori e ai quali dovrà essere corrisposto un interesse. Ora, più lo Stato è indebitato, più i risparmiatori chiedono un tasso di interesse elevato, in quanto temono, come qualsiasi creditore in tale situazione, che esso non riuscirà a ripagare quanto preso in prestito.

In realtà, però, più che il valore nominale del debito, conta quanti soldi abbiamo o comunque quanto saremo in grado di guadagnare nel prossimo futuro, nel senso che se ho un debito di un milione ma ne guadagno 100, esso non rappresenterà un problema; viceversa, se guadagno 0.5, allora qualche rischio che non riesca a far fronte ai miei debiti esiste. È così che funziona anche per gli Stati, è per questo motivo che il valore del debito pubblico di un Paese viene scarsamente preso in considerazione e sostituito dal rapporto debito/PIL, ossia dal rapporto tra il debito di un Paese e la ricchezza che esso è in grado di generare in un dato periodo, di solito l’anno.

Detto ciò, dunque, torniamo al nostro spread: esso in realtà non rappresenta il tasso di interesse che dovrà essere pagato per finanziare il nostro debito, come poteva essere erroneamente dedotto da quanto descritto in precedenza per semplicità, quanto la differenza di interesse che noi paghiamo rispetto alla Germania. Uno spread di 100, dunque, sta a significare che noi paghiamo 100 punti base in più, ossia un 1% in più, rispetto a quanto pagano i tedeschi.

Quindi, perché tanto entusiasmo se comunque ci tocca pagare un ammontare superiore di interessi rispetto alla Germania? Semplice, perché, un valore così basso non si osservava dal maggio 2010, e, nel novembre del 2011, tale valore schizzò addirittura oltre quota 570, costringendo l’allora Premier, Silvio Berlusconi, a rassegnare le proprie dimissioni con susseguente passaggio di consegne al senatore Monti.

Uno spread in discesa ci dice quindi che le cose stiano migliorando? Non necessariamente, ci dice “solo” che il nostro Paese, nel momento in cui si finanzierà attraverso l’emissione di titoli di Stato, dovrà garantire un tasso d’interesse inferiore rispetto a quanto pagato in passato. Se invece osserviamo i principali indicatori macroeconomici, notiamo che non vi sono sostanziali differenze rispetto al recente passato. Per tali ragioni esso è un indicatore parecchio contestato, soprattutto dagli esponenti del centrodestra italiano – che nel 2011 si videro bruscamente spodestati, nonostante fossero stati eletti dal popolo e, ricordiamolo, ad oggi, sono ancora l’ultimo governo eletto dai cittadini – in quanto esso rappresenta il ritratto delle quotazioni dei titoli di Stato espresse sul mercato secondario, non quello relativo ai titoli di nuova emissione. Ciò significa che quello dello spread è dato profondamente influenzato dal cosiddetto sentiment dei risparmiatori, ossia dalle loro aspettative, più che da dati oggettivi e matematicamente quantificabili. La riduzione dello spread è dunque frutto di un mutamento delle aspettative dei creditori – oltre che di una frenata degli speculatori – incoraggiati sì dalle riforme che il governo Monti prima, e dei governi Letta e Renzi poi, considerati evidentemente più credibili di Berlusconi, ma soprattutto dal cosiddetto bazooka di Draghi, di cui abbiamo già parlato in un precedente articolo.

Come dimostrato da Paul De Grauwe e Yuemei Ji in un working paper del maggio 2012, dal titolo “Self-Fulfilling Crises in the Eurozone”, in quel famoso novembre del 2011 si assistette ad uno “sconquassamento” degli spread, dato dai timori di un’esplosione dell’euro, con i Paesi meridionali dell’Eurozona che assunsero valori di tale indicatore ben superiori a quelli di economie del terzo mondo, dimostrando così quanto poco attendibile potesse risultare in alcuni frangenti tale indice. Ancora oggi, per esempio, l’Italia si trova ad avere uno spread superiore a quello spagnolo ma, nel contempo, inferiore a quello americano, chiaro sintomo che delle criticità persistano tutt’ora.

In conclusione, quindi, va affermato che lo spread ha una estrema rilevanza per quanto riguarda la sostenibilità del debito, in quanto, come detto, valori bassi consentono ad un Paese di finanziarsi a tassi di interesse bassi ma, va anche sottolineato, che esso è il frutto dell’operare di variabili difficilmente qualificabili e quantificabili, il cui agire pone degli interrogativi su quanto il consenso politico sia ancora elemento determinante e sufficiente per la governabilità.

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